Covid, finalmente un po’ di chiarezza: i dati del dottor Raffaele Cerbini


di Pietro Licciardi

IL DOTTOR CERBINI È UN ESPERTO CHE SEGUE LA LETTERATURA SCIENTIFICA INTERNAZIONALE ED È MOLTO CRITICO SU COME IN ITALIA È STATA AFFRONTATA E GESTITA A LIVELLO POLITICO-SANITARIO L’EPIDEMIA DA COVID-19

Il dottor Raffaele Cerbini si è specializzato in medicina interna e medicina d’urgenza nel 2002 e dal 2005 ha occupato diverse e importanti posizioni nel settore farmaceutico occupandosi da vicino di ricerca clinica in vari settori, per poi dedicarsi a partire dal 2013 in particolare alle terapie innovative, inclusa la terapia genica e la terapia somatica cellulare. Fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 ha fatto informazione scientifica attingendo a fonti mediche basate esclusivamente sulle evidenze scientifiche man mano emerse, sui numeri e i risultati clinici contenuti sui numerosi studi disponibili, che purtroppo difficilmente sono arrivati al grande pubblico. InFormazione Cattolica l’ha intervistato.

Dottor Cerbini, lei è d’accordo con le attuali pacifiche proteste di piazza che chiedono il rispetto delle prerogative costituzionali, delle libertà personali negate in nome dell’emergenza sanitaria e una informazione più trasparente da parte di media e governo?

«Personalmente non sono a favore delle iniziative di piazza. Affermo questo non perché non ne condivida le motivazioni, quanto perché credo fermamente che debba essere proprio la medicina basata sulle evidenze a guidare le azioni del governo italiano e non ipotesi, più o meno corrette, come è avvenuto fino ad ora. Il confronto, aperto ed onesto, dovrebbe avvenire sul piano scientifico, mentre le manifestazioni di piazza, pur rispettabili per la loro genesi, hanno offerto il fianco a strumentalizzazioni e generalizzazioni da parte di certa stampa allineata al governo stesso che non permette alcun tipo di confronto».

«Appare ovvio che vi sia asimmetria informativa tra manifestanti e l’informazione mainstream, per cui, a mio parere, il vero piano di lotta dovrebbe avvenire nel controbattere le notizie a senso unico e raccontate per sostenere una sola verità. A questo proposito la letteratura internazionale è florida ed è ciò che mi sono ripromesso di fare già dal Marzo 2020. Purtroppo non ci sono abbastanza spazi per poter esprimere una informazione alternativa, sempre però altamente scientifica».

Secondo lei quindi l’informazione proveniente dalle fonti governative in merito al Covid non è del tutto affidabile?

«È proprio questo il punto. Le informazioni fornite non sono state sempre imparziali, corrette, complete e trasparenti, tutt’altro. Basti ricordare come i verbali delle corrispondenze tra il Ministero della Salute ed i vari organi consultivi siano state secretate per ben 45 giorni. Pertanto, è indubitabile il fatto che i componenti del Comitato Tecnico Scientifico abbiano commesso errori nel corso di questi mesi e vorrei ricordare quelli peggiori: il ritardo nell’istituire le corrette misure di prevenzione in assenza di un piano pandemico, la totale mancanza di trasparenza riguardo gli accadimenti di Bergamo, le assurde raccomandazioni per l’utilizzo di mascherine non proteggenti – ricordo che solo le mascherine FFP2 assicurano una protezione superiore al 95% -, le altrettanto inutili raccomandazioni per indossare mascherine all’aperto, l’istituzione del coprifuoco, le affermazioni sulla sicurezza delle scuole…».

E riguardo ai vaccini?

«Per troppo tempo si è affermato che tutti i vaccini erano uguali, mentre l’efficacia a breve termine dei vaccini Pfizer e Moderna era ben otto volte superiore a quella del vaccino Astrazeneca, ma soprattutto bisogna ricordare il gravissimo e, direi, criminale utilizzo del vaccino Astrazeneca nei giovani, quando da settimane venivano lanciati allarmi sulla sua pericolosità e capacità di generare eventi avversi di tipo trombotico ed emorragico nei giovani da parte di tutta la letteratura scientifica internazionale e da parte della Agenzia europea dei medicinali. Sono state necessarie delle morti di persone innocenti per far cambiare la rotta al governo, ed io mi chiedo se mai qualcuno pagherà per aver ignorato la scienza».

Ancora però si insiste nella vaccinazione indiscriminata per ottenere l’”immunità di gregge”…

«In realtà questo miraggio si è dissolto nel mondo da molti mesi, ovvero da quando è stata confermata l’alta variabilità del virus SARS-CoV-2 assieme ai suoi meccanismi di evasione immunitaria nei confronti dei vaccini».

I nostri ministri, giornali, tv e lo stesso Draghi dicono che l’Italia è diventata una sorta di esempio per l’Europa su come fronteggiare l’emergenza. Secondo lei è proprio così?

«L’hanno detto davvero? Gran brutta cosa è l’autoconvinzione. Un conto è pensare di essere sulla strada giusta, ma tutt’altra è credere che la tua strada sia l’unica o la migliore. Un dato spicca su tutti: l’Italia è uno dei paesi con maggiore mortalità da Covid-19, con un case fatality rate da due a tre volte superiore a quello del Regno Unito. Non mi sembra quindi un modello da prendere come esempio. Siccome per gli anni futuri i fondi del Piano nazionale di resilienza destinati alla sanità verranno progressivamente ridotti, direi piuttosto che l’Italia dovrebbe essere presa sì ad esempio, ma da non seguire».

E riguardo ai vaccinati che si ammalano?

«La cosiddetta pandemia degli anziani vaccinati è un fatto: per inseguire la vaccinazione delle età più giovani ci sono molti anziani che non hanno ancora ricevuto la terza dose di vaccino la quale, per coloro che hanno patologie concomitanti, costituisce una importante barriera alla possibilità che avvengano eventi avversi gravi. L’immunità conferita dai vaccini, purtroppo è di breve durata e pertanto il focus delle politiche sanitarie, anche dei booster, dovrebbe essere rivolto a coloro che corrono i rischi maggiori derivanti dal Covid. Questo dice la letteratura internazionale»

Parecchie persone non si fidano più né del governo, né dei medici, i quali avevano detto che i vaccini avrebbero riportato alla normalità ma abbiamo visto che non è affatto così.

«Guardi, da una parte è certamente vero che per tre mesi o poco più i vaccini possono ridurre l’incidenza degli eventi gravi e questo è dimostrato in maniera cristallina, ma la comunità scientifica è rimasta sorpresa dal fenomeno della immunity waning ovvero della perdita della capacità di immunizzazione che ha ridimensionato di gran lunga l’efficacia dei vaccini, facendo ben capire quanto questa sia solo di breve durata. Recenti pubblicazioni su The New England Journal of Medicine, The Lancet e British Medical Journal, ovvero le tre riviste scientifiche più prestigiose al mondo, hanno, da un lato, focalizzato l’attenzione sul fatto che dopo sei mesi l’efficacia vaccinale scende ben al di sotto della soglia del 50%, mentre dall’altro lato hanno evidenziato come il rischio di avere eventi avversi sia determinato da due fattori estremamente chiari, ovvero l’età e, soprattutto, le patologie concomitanti a livello individuale. Se ci si pensa, non si tratta di affermazioni sorprendenti perché la fisiopatologia della malattia ricorda da vicino quella dell’influenza, anche se il quadro clinico può essere certamente ben peggiore».

Le dunque cosa suggerisce?

«Per il motivo che ho appena detto, già da prima delle approvazioni dei vaccini, la gran parte della comunità scientifica suggeriva di vaccinare i pazienti ultracinquantenni e tutti i pazienti cosiddetti “fragili”, ovvero con condizioni cliniche che li mettono a maggior rischio di sviluppare complicazioni da Covid-19.Per tali pazienti appare quindi logico instaurare un programma di vaccinazione con intervalli regolari nel tempo, probabilmente annuali, obbligando al contempo le aziende produttrici di vaccini a re-ingegnerizzarli per ottenere una protezione adeguata anche dalle varianti. In altri termini, andrebbe capovolto l’attuale paradigma che vorrebbe che tutti si vaccinassero, creando invece una raccomandazione chiara a vaccinare mediante richiami annuali solamente le persone davvero a rischio; in breve: la vaccinazione deve tornare ad essere considerata per quello che è sempre stata, ovvero una misura di protezione individuale. Niente di più».


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