Una settimana psichedelica per avere il Mattarella bis


di Dalila di Dio

MATTARELLA BIS: IL DISASTRO ANNUNCIATO DELLA ELEZIONE DEL 13° (SI FA PER DIRE) PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA. DEI 973 “GRANDI ELETTORI” PRESENTI ALL’OTTAVO SCRUTINIO, BEN 759 HANNO VOTATO IN FAVORE DELLA RICONFERMA DI SERGIO MATTARELLA AL QUIRINALE

Nel disastro annunciato della elezione del Presidente della Repubblica, l’immagine più pietosa è senz’altro quella di chi, nelle ultime ore, ha profuso ogni sforzo nell’intestarsi quel capolavoro di mestizia che è la rielezione di Sergio Mattarella.

Una settimana di trattative, annunci e smentite, fibrillazioni e pantomime per giungere a quella che lo stesso rieletto a furor di peones aveva definito una soluzione costituzionalmente inopportuna da evitare per scongiurare il consolidamento di una prassi cominciata con la rielezione, nel 2013 di Giorgio Napolitano.

Ovviamente, tutto per il bene del Paese, mantra con il quale le forze politiche dell’intero arco parlamentare – eccezion fatta, occorre ammetterlo, per Fratelli d’Italia – negli ultimi quattro anni hanno tentato di far digerire all’opinione pubblica tutto ed il contrario di tutto.

Che la partita si giocasse più sul fronte del Governo che del Quirinale era chiaro sin dal principio come era chiaro che la necessità – per numero non indifferente di parlamentari che difficilmente rivedranno il loro scranno nella primavera del 2023 – di portare la legislatura a scadenza naturale sarebbe stata determinante nelle dinamiche della contesa, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare un simile bailamme.

Al Mattarella bis siamo giunti dopo una settimana psichedelica in cui tutti, nessuno escluso, hanno dato sfoggio di acume politico e totale devozione alla cosa pubblica.

Berlusconi aveva i numeri ma ha fatto un passo indietro, ovviamente, per il bene del Paese. Poi ha lasciato giocare un po’ Matteo Salvini, ha dato il bacio della morte alla Casellati – impallinata da fuoco amico – con un pubblico endorsement e, dopo la telefonata pacificatoria con Mario Draghi, si è smarcato aprendo alla migliore delle soluzioni, Sergio Mattarella. Responsabile.

Speranza, fedele scudiero di Enrico Letta, emaciato come non mai ma servizievole bambolino che fa sì sì sì, è parso sin dall’inizio disposto a votare chiunque indicasse il padrone, purché nessuno gli togliesse il potere di rinchiudere la gente. 

Giuseppe Conte ostaggio dei suoi parlamentari: unico obiettivo, le prossime 13 mensilità.

Salvare il Governo, salvare le poltrone, salvare il ciuffo, salvarsi da Giggino che trama nell’ombra: è tutto un salvare, correndo dietro a Letta fino allo slancio suicida dell’ultima sera: #UnaDonnaPresidente, benvenuta Belloni. Ed è subito Mattarella.

Renzi, messo in panchina dall’esiguità della propria pattuglia di grandi elettori, si è accontentato di seminare zizzania e mettere il suo sigillo sul no alla #DonnaPresidente di cui sopra: unico obiettivo, nuocere al sistema nervoso di Giuseppi.

Ma il vero capolavoro è stato, senz’altro, quello di Matteo Salvini: autoproclamatosi kingmaker, ha dimostrato di non aver imparato nulla, ma proprio nulla dallo psicodramma del Papeete di poco più di due anni fa.

Logorroico e ansioso di annunci, ha bruciato un nome dopo l’altro, alla velocità della luce, tra rose di candidati e candidati rosa, visite di cortesia e abboccamenti con Giuseppi, l’amore di un tempo.

Alla fine, ha dovuto arrendersi, stremato, ai desiderata di un Letta a cui è bastato dire no a tutto e sedersi sulla riva del fiume ad aspettare il Mattarella bis. Ma l’idea, ci ha tenuto ha ribadirlo, è stata sua. 

In questa follia senza fine, in cui il centrodestra ha dimostrato di aver imbracciato le armi senza sapere bene quale fosse il reale obiettivo ed è finito per consegnarsi mani e piedi ad un nemico molto più debole ma assai più astuto, le uniche truppe che non hanno tradito sono quelle di Giorgia Meloni.

Leale con gli alleati, compatta nel voto: non uno di meno di quelli attesi, ad ogni occasione in cui FdI ha deciso di misurarsi. Con un manipolo di soli 63 grandi elettori, Meloni rimane l’unica ad essere entrata ed uscita dalla settimana quirinalizia nella medesima posizione: no ad un uomo di centrosinistra. 

Il tratto distintivo di queste elezioni è sotto gli occhi di tutti: la stabilità, della poltrona, sopra ogni cosa. 

Sopra, persino, alla tanto agognata donna Presidente, feticcio della sinistra femminista solo a parole, che, di fronte all’esigenza di preservare lo status quo, ha dovuto cedere il passo al vecchio che avanza.

Con buona pace del primato della politica e della sovranità del Parlamento.

Mattarella. E sia.


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