L’abisso nel quale sta precipitando la nostra società

di Antonella Paniccia

AFFIORA IN SUPERFICIE TUTTO IL MALE ACCUMULATO NELL’ANIMO UMANO IN QUESTI ANNI DI SCRISTIANIZZAZIONE PROFONDA

Percepire nitidamente l’abisso nel quale sta precipitando la nostra società provoca una grande tristezza.

Come quando, nei sogni più brutti, sembra di cadere da un luogo alto verso il basso e, con tutte le proprie forze, si cerca di aggrapparsi ad un appiglio per rallentare la caduta, allo stesso modo, come in una moviola, mi sembra di vedere il baratro nel quale l’umanità sta cadendo, come intorpidita, ipnotizzata, senza rendersene conto.

Ma gli appigli, come in un incubo, cedono e la corsa irrefrenabile verso l’autodistruzione appare ormai incontrollabile, senza freni. Non mi soffermerò per ora a disquisire del top degli argomenti attuali, ovvero della bontà o meno delle inoculazioni, ma terrò in serbo nel mio intimo ogni considerazione.

Ciò che invece voglio rilevare è l’angoscia che sembra attanagliare e minare oggi ogni rapporto umano: nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei negozi, nei condomini. E intanto, mentre ci si massacra con acerrimi scontri di opinioni, inesorabilmente si vede affiorare in superficie tutto il male accumulato nell’animo umano in questi anni di scristianizzazione profonda.

Sì, parlo da cristiana, da persona che, attraverso prove e sofferenze, ha intrapreso un cammino non facile, anzi scomodo e impopolare agli occhi del mondo. Quello della testimonianza, della vita vissuta secondo gli insegnamenti cristiani e che, spesso, attira odio e antipatia. Non perché vuoi apparire più brava di un’altra persona ma, semplicemente, perché rifuggi ogni apparente logica umana.

E così infatti avviene quando, pur con l’animo rappezzato dai tanti graffi, pur con autentiche ferite cicatrizzate sulla tua pelle, continui a parlare di un Dio che ti ama, ti sostiene, ti protegge, ti consola. E, senza alcuna ombra di vanità, io lo ammetto: mi sento graziata. Graziata e salvata.

Senza quelle ferite, senza quelle cicatrici, non mi sarebbe stato tolto il fango dagli occhi, come al cieco di Gerico, e non avrei potuto vedere. Per questo, qualunque cosa accada, la mia speranza e la mia fede rimane in Colui che mi ha creata e che mi ha amata da sempre – prima che io fossi – nonostante i miei errori, scoraggiamenti, o delusioni, paure e angosce. Ed è un Dio – Unico – che mi concede il tempo per migliorare, che scalfisce e detronizza le mie sicurezze terrene anche attraverso insuccessi e malattie, che mi sottrae tutto per darmi, in cambio, molto di più: serenità, forza, pace interiore e certezza di una gioia senza fine una volta superati questi meri confini umani.

Perciò vedo con dolore il deteriorarsi degli affetti nelle famiglie, la scomparsa dei valori, la demolizione dell’innocenza dei bambini, il crescere della disistima reciproca nei rapporti, spesso inquinati da invidia e gelosia. Suor Lucia di Fatima aveva detto che l’attacco finale del maligno sarebbe stato alle famiglie. Ed ecco, infatti, un mondo che pretende di cambiare i connotati alla famiglia, alle persone, ai bambini, alla vita ed anche alla morte.

Un mondo nel quale, mentre ti si impone di “salvare” la tua vita con l’iniezione (plurima) di un siero sperimentale, poi tranquillamente, ipocritamente, ti si invita a farti da parte, a uscire di scena, se malato, perché costi troppo alla società.

Allora comprendi che preferisce sopprimerti, perché non servi più, perché diventi inutile se non puoi vivere una vita “di qualità”! Oppure, come il veleno insito nel serpente, con messaggi subliminali ti si convince che puoi anche non fare venire alla luce un’altra vita, quella di tuo figlio, qualora dovesse presentare problemi fisici o mentali.

Diciamolo francamente: questo è il mondo che ha preteso di cancellare Gesù Cristo da ogni scena, a cominciare dai crocifissi sulle pareti, dai libri di scuola e dall’insegnamento delle famiglie. Questa è la società che si è lasciata incantare dall’illusione di una vita vissuta senza sofferenza, nella quale possiamo decidere noi stessi quando fare iniziare una nuova vita o quando morire o, peggio, fare morire.

Questo è anche ciò che avviene fra tante persone sedotte dal novello “dio-siero”, laddove serpeggiano sospetti, delazione e spionaggio sino ad arrivare all’accusa dei propri simili se, magari, spinti da motivi personali o di salute, esercitando quella libertà donata loro da Dio, sancita dalla Costituzione e da svariate leggi, costoro non intendono omologarsi alle scelte altrui. Ed è allora che si attua il terribile proverbio: Homo hominis lupus! L’uomo è lupo per l’uomo!

Eppure basterebbe rileggere nella Sacra Bibbia, tra i libri Profetici, il libro di Daniele, capitolo 3, laddove tre giovani giudei, Anania, Misaele e Azaria, non vollero adorare la statua d’oro fatta costruire dal re Nabucodonosor e furono gettati nella fornace ardente.

Si scoprirebbe allora come “Essi passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore…” e “… l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia.”

Basterebbe il rispetto umano, laddove non può supplire la fede e si eviterebbero quelle tragedie nelle quali tutti dovremmo sentirci in qualche modo responsabili.

Forse esagero? E allora ditemi se riuscite solo ad immaginare quale grande disperazione può celarsi nell’animo di un giovane docente che decide di darsi fuoco! Quale il motivo? Non è ancora esplicito ma, sicuramente, ci sarà molto da riflettere sugli effetti devastanti che una società impietosa sta producendo nelle menti di tante persone, soprattutto di quelle che si vedono di colpo private del sacrosanto lavoro conquistato a prezzo di sacrifici enormi.

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