Il catasto in riforma: paure legittime e necessità organizzative


di Vincenzo Silvestrelli

COME SPESSO ACCADE IN ITALIA ANZICHÉ DISCUTERE DI UNA POLITICA PER LA CASA SI FINISCE PER DEVIARE SU STRUMENTI PER INCREMENTARNE IL PESO FISCALE CHE PRESAGISCONO UNA PATRIMONIALE. LA RIFORMA DEL CATASTO È PASSATA GRAZIE AL “TRADIMENTO” CENTRISTA E RISCHIA DI NON AFFRONTARE IL PROBLEMA LASCIANDO AI TECNICI NON ELETTI IL FUTURO DELLE FAMIGLIE E DEI PROPRIETARI

La riforma del catasto proposta dal Governo ha suscitato un aspro dibattito politico. La proposta è passata in Commissione per un solo voto grazie al cambio di posizione del gruppo Noi con l’Italia di Maurizio Lupi che, alla fine, ha ritirato la firma all’emendamento stralcio presentato dalla Lega.

Il centro-destra, per altro, non chiedeva altro che la conferma normativa di quanto il Governo stesso aveva espresso come intenzione, cioè il non aumento della tassazione a carico dei possessori di immobili in conseguenza della riforma. Questa invarianza è praticamente impossibile da ottenere perché la rimodulazione delle aliquote avrà effetti diversi nei territori e per i singoli proprietari.

La questione va in effetti affrontata sotto molteplici aspetti. Sotto il profilo della sua necessità è evidente che occorre aggiornare il catasto per permettere che gli immobili siano censiti tutti, inseriti al valore catastale congruo e rispondente a quello di mercato. Il sistema inoltre deve prevedere il periodico aggiornamento e l’incrocio dei dati al fine di evitare confusioni e ingiustizie nella determinazione degli estimi. Oggi si assiste infatti ad una mancata corrispondenza dei valori in alcune aeree. In particolare, maggiormente agevolate dall’attuale disallineamento dei valori sono le zone costiere di Sardegna, Toscana e Liguria, oltre a grandi città come Roma e Milano.

Dall’altro lato, invece, troviamo le aree interne del Sud Italia, con il risultato che dell’attuale sistema catastale sembrano beneficiare i proprietari di immobili in zone turistiche e nei centri produttivi.

Come rilevato da QuiFinanza, dalle analisi sull’impatto della riforma del catasto emerge che la normativa potrebbe interessare ben 39 milioni di persone fisiche e 1,5 milioni di persone giuridiche, tra enti, società e associazioni. Soggetti che al momento non dovrebbero essere interessati da ripercussioni fiscali dirette, ma dal 2026 potrebbero facilmente trovarsi a pagare di più in tasse sulla casa.

Un ulteriore sospetto che grava sulla riforma è relativo al legame con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il documento che illustra il PNRR, infatti, comprende anche, tra le vaste e vincolanti misure di accompagnamento, una riforma fiscale, vista come elemento prioritario per combattere le «debolezze strutturali del paese». Cosa vuol dire nel concreto? Vuol dire che bisogna assicurarsi entrate fiscali sufficienti a far fronte ai debiti da ripagare. E la ricchezza principale degli Italiani risiede nel loro patrimonio immobiliare. Il che equivale a prevedere che, se ce ne sarà bisogno, le tasse sugli immobili potranno salire.

In definitiva abbiamo una classica situazione in cui una riforma è resa necessaria dalla logica ma non voluta per le conseguenze indesiderate che potrebbe portare. Tutto questo porta in molti casi ad uno stallo non conforme all’interesse generale.

Le questioni politiche non si possono risolvere con strumenti “tecnici” bensì con una scelta valoriale. In Italia, per esempio, la proprietà della casa è stata un valore che ha caratterizzato il nostro popolo e ha permesso il sorgere di comunità coese e solidali. La prima casa di proprietà consente una certa libertà dal bisogno ed un indispensabile “ammortizzatore sociale” per la maggior parte delle famiglie. Il diritto alla casa deve quindi essere tutelato con politiche fiscali rispettose e non espropriative. Purtroppo talvolta le scelte di merito vengono mascherate da decisioni “tecniche” che distorcono il dibattito e possono provocare danni gravi nel merito. Il Governo Draghi in questo ambito non può dare fiducia perché non eletto e più attento alle esigenze della UE che a quelle dei cittadini.

Le sue scelte tecniche non sono neutrali né valoriali. Il centrodestra fa bene allora a sospettare e a chiedere chiarezza. Purtroppo, come accaduto di nuovo con l’ultima elezione del presidente della Repubblica, certi esponenti “centristi” mancano di lealtà, per poi ritornare sotto elezioni sotto le bandiere della coalizione perché sprovvisti (anche loro) di voti popolari.


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