Una storia che fa ancora paura


a cura di Angelica La Rosa

AD ARMARE LA MANO DEGLI ASSASSINI DI SERGIO RAMELLI È STATA UNA SPIETATA IDEOLOGIA CHE, IN ITALIA, AVEVA (E HA ANCORA) IMPORTANTI COMPLICITÀ, POTENTI CONNIVENZE E FORTI LEVE DI POTERE

13 marzo 1975: un ragazzo di 18 anni viene aggredito sotto casa. Due persone gli spappolano il cranio a colpi di chiave inglese. Muore dopo 47 giorni di agonia.

Chi era la vittima e perché fu ucciso con tanta violenza? In che clima era maturato quell’omicidio così bestiale? Chi erano i carnefici: teppisti, killer professionisti, mafiosi? No, studenti universitari di Medicina. Perché uccisero, allora? Forse accecati dall’ira, dalla gelosia o dalla paura? No, neppure conoscevano la loro vittima. Colpirono solo in nome dell’odio politico. Ci vollero dieci anni per assicurarli alla giustizia e solo più tardi fu possibile ricostruire tutte le tappe di quella tragica vicenda.

Muovendosi tra atti processuali, articoli di giornale e testimonianze dirette “Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura” (15 euro, EdiStorie), di Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, spiega in 224 pagine come ad armare la mano degli assassini sia stata una spietata ideologia che, in Italia, aveva (e ha ancora) importanti complicità, potenti connivenze e forti leve di potere.

Ecco perché questa è una storia che, anche a distanza di tanti anni, “fa ancora paura”, ma deve essere conosciuta, se si vogliono comprendere gli avvenimenti del nostro recente passato.

 


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