L’impresa, lo Stato e i corpi intermedi davanti al mercato: cosa dice la Dottrina sociale della Chiesa?


di Don Gian Maria Comolli*

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NON PUÒ NON PERSEGUIRE ANCHE FINI PRATICI, COME QUELLO IN PRIMO LUOGO DI UNA RIFORMA ECONOMICA DELLA SOCIETÀ, VOLTA AD ORIENTARNE I PRINCIPALI PROTAGONISTI, DALL’IMPRESA ALLO STATO, DAI CORPI INTERMEDI AL SINGOLO OPERATORE O CONSUMATORE, AL BENE COMUNE

Nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2 aprile 2004) l’impresa economica viene vista come un’organizzazione che si caratterizza per la capacità di servire il bene comune mediante la produzione di beni e di servizi.

Il Compendio fornisce a questo fine alcune sottolineature di valore sociale, pur riconoscendo che la proprietà dell’impresa appartiene ordinariamente ad alcuni soggetti privati e la sua direzione delegata a professionisti autonomi o manager. Il principio generale che sottende alla sua gestione, ad ogni modo, richiede ai componenti dell’impresa la consapevolezza «che la comunità nella quale operano rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare esclusivamente gli interessi personali di qualcuno» (n. 339). Solo così si potrà elaborare un progetto condiviso di reale cooperazione tra le varie parti sociali.

Inoltre, la Dottrina Sociale, pur riconoscendo il valore del profitto «come primo indicatore del buon andamento dell’azienda» (n. 340), ribadisce come sia «indispensabile che, all’interno dell’impresa, il legittimo perseguimento del profitto si armonizzi con l’irrinunciabile tutela della dignità delle persone che a vario titolo operano nella stessa» (n. 340) e con il rispetto dell’ambiente.

Anche nel Compendio è riservato, come nella tradizione dell’insegnamento sociale cattolico, uno spazio per la condanna dell’usura quale metodo per produrre profitto, da parte di singoli od organizzazioni che possiedono la «capacità di strangolare la vita di molte persone» (Giovanni Paolo II, Messaggio ai partecipanti all’incontro organizzato dal Celam in occasione del XXV anniversario della Conferenza di Puebla, 5 febbraio 2004).

Come vede quindi la Chiesa, nel contesto dei principi appena abbozzati, il ruolo dell’imprenditore?  Anzitutto, dal punto di vista naturale, si dovrebbe trattare di una persona in possesso tanto di un’intelligenza creativa quanto di quelle qualità umane particolari che gli permettono di poter assumere sempre nuove e più rilevanti responsabilità. Una capacità, quest’ultima, che non può venir meno, in quando dà forma a quel “ricercare insieme”, cioè con un gruppo solidale di lavoro, le migliori soluzioni ad ogni sfida o impegno aziendale. Da qui nasce tutto l’argomento della valorizzazione delle risorse umane e il mutamento della figura de “dipendenti” in “collaboratori”. Afferma a questo proposito il Compendio: «il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera iniziativa economica si configura non solo come virtù individuale indispensabile per la crescita umana del singolo, ma anche come virtù sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale» (n. 343). La dirigenza, quindi, deve valorizzare tutte le risorse umane, e ciò avviene unicamente quando le logiche del profitto non divengono predominanti. Nelle grandi decisioni strategiche e finanziarie, di acquisto o di vendita, di ridimensionamento o chiusura di impianti, nella politica delle fusioni, non ci si potrà dunque mai «limitare esclusivamente a criteri di natura finanziaria o commerciale» (n. 344).

Un’altra importante sottolineatura della Dottrina Sociale della Chiesa riguardante l’imprenditore è l’attenzione che deve mostrare alla famiglia, sua e dei suoi collaboratori, con una particolare attenzione alle donne, chiamate dalla loro specifica missione alla gestione di più ambiti contemporanei, che vanno dal lavoro alla famiglia. E qui, non possiamo dimenticare una recente amara considerazione di Papa Francesco, riferite a quelle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o sono costrette a nascondere la loro gravidanza. «Com’è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? – si domanda il Santo Padre – Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere. I figli sono la speranza che fa rinascere un popolo!» (Papa Francesco, Discorso all’inaugurazione degli Stati Generali della Natalità, 14 maggio 2021).

In questo contesto la libera iniziativa, frutto spesso della creatività, si concretizza nel settore economico prevalentemente con il libero mercato, riconosciuto dal Compendio come ragguardevole, poiché non solo innesca lo sviluppo economico ma lo sorregge nel lungo periodo. Un vero mercato concorrenziale si configura come uno strumento efficace per conseguire importanti obiettivi di giustizia: «modera gli eccessi di profitto delle singole imprese; risponde alle esigenze dei consumatori; realizza un migliore utilizzo e un risparmio delle risorse; premia gli sforzi imprenditoriali e l’abilità di innovazione; fa circolare l’informazione, in modo che sia davvero possibile confrontare e acquistare i prodotti in un contesto di sana concorrenza» (n. 347). Il mercato svolge, dunque, molteplici funzioni produttive, che però, anche in questo caso, non possono accantonare i valori morali di utilità sociale. È vincolante, di conseguenza, vincere le seduzioni, sempre presenti, di privilegiare l’utilità individuale e l’idolatria del denaro che oscurano nell’uomo la ragione e la volontà, e lo conducono su strade inopportune che, per l’assenza di regole, innescano un capitalismo selvaggio, da sempre sfavorevole ai più fragili. Da qui scaturisce l’esigenza di una regolamentazione giuridica nell’ottica della solidarietà e della sussidiarietà, dove l’azione dello Stato e dei poteri pubblici risulta doverosa e inevitabile.

L’azione dello Stato e degli altri poteri pubblici, per creare situazioni favorevoli al libero esercizio dell’attività economica, deve però conformarsi al principio di sussidiarietà e di quello di solidarietà, al fine di «stabilire dei limiti all’autonomia delle parti per difendere la più debole» (n. 351). Ma attenzione, questi due principi devono essere strettamente collegati, altrimenti «la solidarietà senza sussidiarietà può degenerare facilmente in assistenzialismo, mentre la sussidiarietà senza solidarietà rischia di alimentare forme di localismo egoistico» (n. 351).

Inoltre, l’intervento dello Stato, «non deve essere né invadente, né carente, bensì commisurato alle reali esigenze della società» (n. 351).

Quali ruoli, oltre all’intervento in situazioni di monopolio, il Compendio attribuisce allo Stato? Eccoli:

– svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali (cfr. n. 351);

– definire un quadro giuridico atto a regolare i rapporti economici mediante una opportuna legislazione e indirizzando in modo oculato le politiche economiche e sociali (cfr. n. 352);

determinare e orientare la direzione dello sviluppo economico, intervenendo anche in modo diretto, nelle situazioni in cui il mercato non riesca a ottenere i risultati di efficienza desiderati e quando è opportuno concretizzare il principio ridistributivo (cfr. n. 353);

– elaborare una politica economica che favorisca la partecipazione di tutti alle attività produttive (cfr. n. 354), mantenendo fermo come riferimento il principio di sussidiarietà;

– predisporre una finanza pubblica equa, efficiente ed efficace garante, tra l’altro, dei sistemi di previdenza e di protezione sociale. In che modo? Da una parte mediante imposte razionali ed eque, dall’altra con l’integrità e il rigore morale delle amministrazioni (cfr. n. 355).

A proposito di quest’ultimo settore di attività statale nascono due fondamentali interrogativi. Il primo: quando possiamo definire le imposte razionali ed eque? Per la risposta ricorriamo ad un recente testo del sociologo cattolico Giuliano Guzzo che afferma: «sull’equità delle tasse ci si interroga da molto e, nello specifico, se ne occuparono fra il 1350 e il 1500 filosofi e teologi appartenenti alla Scuola di Salamanca. La conclusione raggiunta e a tutt’oggi condivisa è, in sintesi, che per essere moralmente lecita e quindi obbligatoria la tassazione deve risultare conforme a quattro requisiti: deve essere giusta, finalizzata cioè a causa onesta (i contributi per l’aborto e la fecondazione assistita lo sono?); deve essere indispensabile al bene comune; deve essere equa, ossia conforme alla giustizia commutativa; deve essere commisurata alle possibilità contributive dei cittadini, vale a dire non astratta ma proporzionata alle possibilità della società civile» (Grazie a Dio. Come la fede promuove la civiltà, il progresso, la pace, la famiglia e la salute, ed. Lindau, Milano 2022, p. 151). Il secondo interrogativo riguarda: “il rigore morale delle amministrazioni”, un tema sul quale Papa Francesco si è soffermato nell’udienza concessa il 31 gennaio 2022 all’Agenzia delle Entrate italiana.

L’analisi del Santo Padre è partita da un dato incontestabile: «il fisco è spesso percepito in modo negativo se non si capisce dove e come viene speso il denaro pubblico. Si rischia di alimentare il sospetto e il malumore». Il Pontefice ha poi aggiunto: «la trasparenza nella gestione del denaro, che proviene dai sacrifici di molti lavoratori e lavoratrici, rivela la libertà d’animo e forma le persone a essere più motivati nel pagare le tasse, soprattutto se la raccolta fiscale contribuisce a superare le disuguaglianze, a fare investimenti perché ci sia più lavoro, a garantire una buona sanità e l’istruzione per tutti, a creare infrastrutture che facilitino la vita sociale e l’economia».

Un contributo considerevole, affinché un sistema economico sia efficace, è offerto dai corpi intermedi. E qui l’attenzione si rivolge al fenomeno sociale, variegato e pluralista, definito “no-profit” o Terzo Settore, purtroppo non ancora sufficientemente valorizzato nel nostro contesto societario. Il termine “no-profit” significa “non per profitto” o “senza fine di lucro”, ed indica lo stile degli enti di natura giuridica privata costituiti da dipendenti e da volontari, che evidenziano alla base del loro operare la peculiarità del “dono”, cioè della solidarietà. Con una felice intuizione dell’economista Geminello Alvi condividiamo il senso di definire la direzione essenziale verso la quale opera il no-profit come quella del dono (cfr. L’anima e l’economia, Mondadori, Milano 2005, p. 81). Questo dono si esprime primariamente con uno stile d’intervento solidaristico degli operatori e nel reinvestimento degli utili di bilancio nell’attività in corso o in altre opere sociali.

La seconda definizione che abbiamo menzionato, quella di “Terzo Settore”, specifica di più il profilo e le caratteristiche degli enti no-profit. Il termine indica una realtà sociale autonoma, indipendente giuridicamente dall’apparato statale ed esente dalle regole del Mercato. Per il servizio offerto, si colloca tra Stato e mercato con finalità inequivocabili. Sono soggetti di Terzo Settore le Associazioni di Volontariato, le Cooperative Sociali, gli Enti Morali, le Organizzazioni Non Governative (ONG), le Fondazioni Sociali. Dai dati Istat 2021 apprendiamo che le istituzioni no-profit presenti in Italia sono 362.634 con 861.919 dipendenti e 5.500.000 volontari.

Il quarto soggetto delle istituzioni economiche sono i consumatori e i risparmiatori influenzando anch’essi questa realtà. A loro, il Compendio, indica due orientamenti.

In primo luogo, addita loro il dovere della carità, cioè quello «di sovvenire col proprio “superfluo” e, talvolta, anche col proprio “necessario” per dare ciò che è indispensabile alla vita del povero» (n. 359). In secondo luogo, presenta la necessità di un’appropriata scelta dei prodotti, ciò che si ottiene con la scelta di alcuni anziché altri tenendo conto non solo dei prezzi e della qualità dei prodotti, ma anche dell’esistenza di corrette condizioni di lavoro nelle imprese, nonché del grado di tutela assicurato per l’ambiente naturale che li circonda (cfr. n. 359). Lo stesso vale per l’investimento dei risparmi. Puntare unicamente sul previsto rendimento è troppo poco: è doveroso informarsi, prima di qualsiasi decisione, sui progetti di investimento, cioè quali settori le risorse andranno a finanziare.

Da ultimo, la riflessione, si sposta su una sfida morale, operando la distinzione tra cultura dell’avere e cultura dell’essere che riguarda tutti gli stili di vita, compreso quello economico e del “consumo”. Mentre la civiltà dell’avere si propone infatti come ideale prioritario la ricerca della propria felicità mediante il perseguimento di una supremazia svincolata da ogni tipo di obbligo, quella dell’essere, è diretta ad assumere come prassi uno stile quotidiano basato sul rispetto, sulla solidarietà, sul valore della giustizia, sulla difesa dei diritti di autonomia e di libertà dell’altro.

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* sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blog personale: www.gianmariacomolli.it.


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