Riflessione e spiritualità dei giornalisti e operatori dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana


di Alberto Cavallini*

IL GIORNALISTA ALBERTO CAVALLINI, DIRETTORE DEL PERIODICO “VOCI E VOLTI” DELLA DIOCESI DI MANFREDONIA-VIESTE-SAN GIOVANNI ROTONDO: «FORSE MAI COME OGGI IL CRISTIANESIMO VUOL DIRE CITTADINANZA»

Il 26 marzo si è svolto a San Giovanni Rotondo (Foggia) un incontro-ritiro dei giornalisti cattolici dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) di Puglia incentrato sul cammino Sinodale in atto che, se sta attivando molti eventi anche nelle diocesi pugliesi, sta cercando anche di creare soprattutto uno stile, quello proprio di Gesù che decise insieme ai suoi primi dodici collaboratori, chiamati apostoli, di “camminare” cioè di “stare in e sulla strada”, e non rimanere nella sinagoga o nel tempio o in una scuola. Questa itineranza comunitaria voluta e attuata da Gesù è stato lo stile della Chiesa fin dall’epoca apostolica e i numerosissimi sinodi – in antico in realtà la parola sinodo è solo femminile – svolti in ogni dove la Chiesa si è diffusa nel tempo, ne testimoniano e segnano la vita e la storia ed anche lo stile che non può essere se non quello “fraterno”.

Tra le prime definizioni della comunità dei credenti nel Risorto, prima ancora di essere definita ad Antiochia cristiana, fu proprio quella di “persone in cammino” e in “fraternità” (1Pt 2,17) tra loro e con tutti, ebrei e gentili, donne e uomini (Gal 3,27-28) che espressero accoglienza, ascolto, condivisione, annuncio della Buona Notizia di una vita nuova. E chi oggi è impegnato nell’esperienza sinodale sta scoprendo la fraternità, quello stile di essere Chiesa che alla fase narrativa dell’ascolto, che in sostanza è quella attuale del sinodo in atto, farà di certo seguire la sapienziale e la profetica, per cercare di vivere il discepolato di Gesù Cristo insieme all’umanità contemporanea.

Del resto, i giornalisti cattolici nell’attuale contesto comunicativo sono impegnati a ri-articolare il rapporto tra il dentro e il fuori la Chiesa. La Pastorale 3.0  – detta così dagli studiosi di comunicazione – che si cerca di attuare, è quella che meglio riesce a dare senso ai media digitali e sociali contemporanei, detti spreadable media, ossia esplosioni capaci di diffondersi in tutte le direzioni ed essere generativi di relazioni e di fraternità. E la comunicazione generativa è proprio quella più consona a una Chiesa missionaria, in uscita, che traduce un po’ il vissuto delle prime comunità apostoliche, e che con piccoli gesti comunicativi quotidiani nutre la fraternità, la paressìa, il diritto-dovere di parlare con franchezza attivando i destinatari e rendendoli protagonisti, sostituendo così a una comunicazione verticale, quella sinodale, più vera e fraterna.

Per questo i giornalisti, in particolare, ma tutti i laici diremmo, sono chiamati a un nuovo senso di responsabilità, a un ruolo rivolto nel contempo alla comunità ecclesiale e a quella civile, a un nuovo senso di diaconia, di servizio di una Chiesa non sussidiaria delle Istituzioni civili, ma che svolge rispetto ad esse una funzione di supplenza dettata dall’unica legge che la guida e la sorregge, quella dell’amore insegnata dal Maestro, come del resto è sempre stato nella storia di tutti i tempi e forse mai come oggi il Cristianesimo vuol dire cittadinanza.

E i giornalisti cattolici possono di certo dare quel plus alle loro narrazioni quotidiane sostenendo racconto e condivisione che genera con la comunicazione la comunione, il prezioso mettere insieme.

*direttore di VOCI e VOLTI, iscritto all’UCSI Puglia.

Testo pubblicato per gentile concessione del periodico dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo (anno XII – n. 115 del 9 aprile 2022, p. 12)


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