Libertà religiosa, una prerogativa essenziale allo Stato di diritto


di Don Gian Maria Comolli*

LO STATO E LE COMUNITÀ RELIGIOSE: UN RAPPORTO DI EQUILIBRIO CHE È ALLA BASE DELLA LIBERTÀ DELLA COMUNITÀ CIVILE

Per ogni popolo l’aspetto religioso è rilevante non solo per la realizzazione piena di ogni persona ma è una forma essenziale a salvaguardare la stessa “dignità umana”, costituita appunto da più dimensioni: fisica, psicologica, sociale e spirituale. Dove è assente l’opportunità di professare un’autentica e reale fede religiosa, quindi, è carente pure la libertà fondamentale. Di conseguenza, come afferma il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2 aprile 2004), «il diritto alla libertà religiosa deve essere riconosciuto nell’ordinamento giuridico e sancito come diritto civile» (n. 422). Tale prerogativa, almeno in teoria, è rivendicata da tutti i documenti internazionali, a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite che, art. 4, stabilisce che ad ogni individuo vada riconosciuto «il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione e alla libertà d’opinione e d’espressione».

L’Atto Finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), adottato ad Helsinki il 1° agosto 1975, afferma lo stesso principio impegnando gli Stati partecipanti «al rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, per tutti senza distinzione” (Principio VII). Come avverte il Compendio, tuttavia, quello religioso è un diritto da tutelare non solo in positivo ma anche in negativo, richiedendo le condizioni per evitare qualsiasi coercizione che si manifesta in estremismi, radicalismi e fanatismi. Inoltre, prosegue, non può trattarsi di un diritto illimitato, dovendo individuarsi, secondo le esigenze del bene comune, «i giusti limiti all’esercizio della libertà religiosa» da doversi ratificare da parte dell’autorità civile «mediante norme giuridiche conformi all’ordine morale oggettivo” (n. 422). Si pensi, ad esempio, agli aspetti degradanti imposti dai cosiddetti “Stati islamici”, i quali hanno incorporato in tutto o in parte la legge islamica nei propri ordinamenti legali.

Purtroppo, però, il diritto alla libertà religiosa in molti Paesi è offuscato e sminuito anche in assenza di precise motivazioni. Per quanto riguarda il cattolicesimo questa affermazione è documentata nel report redatto ogni anno dall’organizzazione non governativa Porte Aperte/Open Doors. L’ultimo rapporto dal titolo “World Watch List 2022” evidenzia che sono oltre 360 milioni nel mondo i cristiani (uno su sette) che sperimentano “almeno un livello alto” di persecuzione e discriminazione a motivo dalla loro fede, mentre cresce il fenomeno della “Chiesa profuga”, quella composta cioè da migliaia di battezzati che abbandonano il proprio territorio a causa delle persecuzioni religiose.

Per motivi storici e culturali, una comunità religiosa può ricevere uno speciale riconoscimento da parte dello Stato, ma ciò «non deve in alcun modo generare discriminazioni d’ordine civile o sociale per altri gruppi religiosi» (Compendio, n. 423). Tutte le varie chiese o denominazioni religiose, compatibilmente con il rispetto del diritto naturale e del bene comune, infatti, devono possedere la stessa libertà di culto e di propaganda.

La Chiesa Cattolica nel lungo percorso storico della sua esistenza che la vede come l’istituzione più antica del mondo ha acquisito alcuni benefici, in particolare riguardanti l’attività della Santa Sede – o Sede Apostolica -. Fin dall’antichità essa gode infatti di piena soggettività internazionale in quanto autorità sovrana che realizza atti giuridicamente propri. La Santa Sede esercita quindi una sovranità esterna, tuttora riconosciuta nel quadro della Comunità internazionale, che riflette quella esercitata all’interno della Chiesa e che è caratterizzata dall’unità organizzativa e dall’indipendenza. La Chiesa, riconosce a tal proposito il Compendio, «si avvale di quelle modalità giuridiche che risultino necessarie o utili al compimento della sua missione” (n. 444). La Santa Sede, dunque, è il corpo centrale di governo di tutta la Chiesa Cattolica Romana (cfr. Codice di diritto canonico , n. 361) ed è collocata nello Stato della Città del Vaticano su sui esercita la sovranità, ma da cui si distingue nel riconoscimento della sua “personalità internazionale”. Ad esempio, le ambasciate estere sono accreditate presso la Santa Sede e non presso lo Stato del Città del Vaticano.

Entrando nello specifico delle relazioni tra Chiesa Cattolica e Comunità politica, il Compendio sottolinea alcune caratteristiche che devono sorreggere i rapporti: l’autonomia, l’indipendenza e la collaborazione.

Cosa si intende per autonomia e indipendenza? S’intende che la Chiesa deve essere in grado di potersi organizzare «con forme atte a soddisfare le esigenze spirituali dei suoi fedeli, mentre le diverse comunità politiche generano rapporti e istituzioni al servizio di tutto ciò che rientra nel bene comune temporale. L’autonomia e l’indipendenza delle due realtà si mostrano chiaramente soprattutto nell’ordine dei fini” (n. 424). Fine morale la Chiesa, fine politico lo Stato.

Ad esempio, la Chiesa non entra nel dibattito dei programmi politici oppure sulle varie possibili opzioni di natura costituzionale o istituzionale dello Stato.

Accanto all’autonomia e indipendenza non può mancare la collaborazione. Da questo punto di vista la Chiesa chiede all’autorità civile il rispetto e la promozione delle varie libertà coessenziali alla sua missione, ovvero di espressione, di insegnamento, di evangelizzazione; di manifestazione del culto in pubblico, di organizzarsi e avere propri regolamenti interni, di educazione, di nomina e di trasferimento dei propri ministri, di costruzione di edifici religiosi, di poter acquistare e possedere beni adeguati alla propria attività e, infine, «di associazione per fini non solo religiosi, ma anche educativi, culturali, sanitari e caritativi» (n. 426).

Inoltre, al fine di armonizzare il bene temporale e quello spirituale in una visione globale della persona, la Chiesa Cattolica attribuisce grande importanza ai rapporti liberamente stabiliti con la società civile mediante la diplomazia, tema approfondito da san Paolo VI nella Lettera Apostolica Sollecitudo omnium ecclesiarum del 24 giugno 1969. In tale importante documento Papa Montini ribadisce «che le finalità della Chiesa e dello Stato sono di ordine diverso e sono indipendenti nella rispettiva sfera d’azione», ma ricorda «che l’una e l’altro agiscono a beneficio di un soggetto comune: l’uomo». Da ciò deriva che talune attività della Chiesa e dello Stato sono in certo senso complementari, e che quindi «il bene dell’individuo e della comunità dei popoli postula un aperto dialogo e una sincera intesa tra la Chiesa da una parte e gli Stati dall’altra, per stabilire, fomentare e rafforzare rapporti di reciproca comprensione, di mutuo coordinamento e collaborazione, e per prevenire o sanare eventuali dissidi, allo scopo di giungere alla realizzazione delle grandi speranze umane, della pace tra le Nazioni, della tranquillità interna e del progresso di ciascun Paese».

Ebbene, la Chiesa Cattolica, soprattutto a partire dal XX secolo, vede nella diplomazia una forma particolare di presenza nel mondo che costruisce con il dialogo con gli Stati, senza pregiudizi e senza le barriere di schieramenti ideologici, politici e anche religiosi. Il servizio diplomatico della Santa Sede è uno strumento che opera non solo per la “libertas Ecclesiae”, ma anche per la difesa e la promozione della dignità umana. Ha affermato in proposito il cardinale Piero Parolin, Segretario di Stato vaticano: «la Chiesa negli accordi concordatari non chiede allo Stato di agire né come defensor fidei né come braccio esecutivo della legge canonica: intende soltanto ottenere uno statuto civile il più possibile adatto ai suoi specifici bisogni, entro la cornice del comune diritto costituzionale di libertà religiosa» (intervento al Convegno internazionale: Gli accordi della Santa Sede con gli Stati. Modelli e mutazioni: dallo Stato confessionale alla libertà religiosa, Pontificia Università Gregoriana, Roma 28 febbraio 2019)

I risultati sono evidenti: la Santa Sede intesse attualmente relazioni diplomatiche con 180 Stati, con i quali ha firmato ben 19 Concordati, e partecipa correntemente a Organizzazioni e Organismi Intergovernativi emanazione sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sia del Consiglio d’Europa ed altri importanti Enti e Programmi internazionali.

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*sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blogwww.gianmariacomolli.it.

 


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