Guerra e crisi energetica: insieme a Putin arriva la de-globalizzazione?


di Giuseppe Brienza

ITALIA A RISCHIO, CRISI ENERGETICA E RITORNO DEL CARBONE. QUESTO IL FOCUS DEL NUOVO NUMERO DI MAGGIO DELLA RIVISTA DI CULTURA E POLITICA “IL BORGHESE

Un Putin che scappa con il cappellone in testa e la famosa Zeta su impressa (in russo significa za e, durante la guerra contro l’Ucraina, sta a indicare la battaglia “per la vittoria”). Lo zar sta lascia la nostra Repubblica “turrita” in lacrime perché sta dirige ormai il suo gas altrove. Lo vediamo sulla copertina dell’ultimo numero de “Il Borghese”, la rivista mensile diretta da Giuseppe Sanzotta e pubblicata dall’editore Pagine (anno XXI, n. 5, Roma maggio 2022, pp. 80, € 7).

Nella vignetta di copertina, disegnata da Alessio Di Mauro, campeggia la scritta: “Italia a rischio crisi energetica. Il ritorno del carbone”, e ci si riferisce alla decisione del Consiglio dei ministri del 2 maggio, quindi a ben 70 giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, di rimettere in funzione le quattro centrali a carbone di Fusina, Torrevaldaliga, Brindisi e Monfalcone che, negli ultimi anni, erano state quasi azzerate a motivo dei diktat via via avanzati dagli ideologi nostrani dell’ambientalismo.

Si tratta di quei Talebani dell’Ambiente che, spiega nel suo articolo Alberto Fraja, sono da annoverarsi fra i maggiori responsabili dell’attuale crisi energetica italiana. Il c.d. modello di transizione verde, infatti, denuncia il giornalista e blogger «è ancora di là da venire, e qui ed ora occorre fare i conti con la realtà. La realtà del boom dei prezzi dell’energia in Europa dovuto all’aumento del costo delle materie prime e al conflitto russo-ucraino. Come ovviarvi? Bisognerebbe chiederlo ai responsabili di certe sciagurate decisioni politiche che hanno portato negli ultimi anni a chiudere numerosi impianti giudicati inquinanti o a ritardarne la realizzazione di nuovi. Corriamo il rischio di finire in braghe di tela (leggi economia di guerra) a causa di quella l’ideologia del “no” a ogni infrastruttura energetica, quella cultura inespressa ma molto diffusa permeata di un ecologismo esasperato che si oppone alle grandi opere, dal Tav al Tap e che, se si propone come soluzione alternativa per cercare di contenere il costo dell’energia l’aumento di estrazione di gas italiano nell’Adriatico, sottolinea la contrarietà alle trivelle (inutile fargli notare che, mentre da noi si ferma la trivellazione, a poche decine di chilometri dalle coste italiane croati e greci ne fanno largo uso, così come Francia e Slovenia producono energia con i rettori nucleari)» (I Talebani dell’Ambiente responsabili della crisi energetica, p. 29).

Il direttore della rivista Giuseppe Sanzotta apre quindi il suo editoriale evidenziando la contraddizione di un Paese, come il nostro, che negli ultimi anni ha accresciuto la propria dipendenza energetica dal “dittatore Putin” (gli afflussi di gas naturale dalla Federazione russa hanno costituito fino a ieri il 42% delle importazioni dell’Italia) ma, improvvisamente, ad aprile decide di dimezzarne l’utilizzo al fine di intensificare le “sanzioni di guerra”.

L’attuale crisi, però, afferma Sanzotta, mette a nudo l’insicurezza e vulnerabilità italiana in un settore strategico che ha riflessi su molti altri ambiti di rilievo nazionale. «Non ci siamo mai preoccupati di avere una difesa nazionale decente – scrive –, non abbiamo un piano energetico, una politica industriale che definisca le aree strategiche. Tutto questo per una fiducia illimitata e ingiustificata sul fatto che i commerci avrebbero potuto supplire alle nostre carenze. Così, quando all’inizio del 2020, è arrivata l’epidemia di Covid ci siamo trovati privi delle necessarie protezioni».

Non solo in Italia ma anche nella maggior parte dei Paesi europei si è stati quindi costretti ad acquisire materie prime e prodotti dalla Cina o da altri Paesi lontani e poco affidabili dal punto di vista democratico perché all’interno del Vecchio continente non si riusciva a produrli più o lo si faceva in maniera poco conveniente. Il problema, però, è stato che con il protrarsi dell’epidemia mondiale prima e con la guerra in Ucraina adesso quei mercati si sono chiusi o sono diventati fonte di speculazioni e truffe. Ma a questo punto, ormai, per noi e molti altri europei tutti gli equilibri sono saltati, e l’UE si sta confermando priva di un proprio ruolo specifico, senza una politica estera e una forza militare autonoma. Rimane quindi buon gioco a quelle forze che, all’interno dei vari Paesi membri, stanno spingendo per continuare a “delegare” la propria difesa (e sovranità energetica e militare) alla Nato e agli Stati Uniti.

Nell’editoriale di apertura del numero di maggio de Il Borghese, in definitiva, il direttore trae questa conclusione dall’attuale situazione geopolitica: «Ci siamo illusi che gli interessi economici, le multinazionali e tutto quello che, sintetizzando, chiamiamo globalizzazione, avrebbe garantito per sempre, pace, sviluppo e cooperazione tra i popoli. Ma con la caduta del comunismo, la fine dell’Urss e della guerra fredda, il pianeta non è diventato una sorta di Paradiso terrestre. L’equilibrio garantito da Yalta, pur essendo un equilibrio del terrore, aveva consentito di evitare conflitti nelle aree di influenza delle superpotenze. Così l’Occidente è rimasto a guardare quando a Budapest e Praga sono arrivati i carri armati sovietici. I comunisti europei, soprattutto italiani e francesi, per avere qualche possibilità di concorrere al governo del Paese, dovevano distaccarsi, più o meno convintamente, dalla patria comunista, fino ad arrivare a Berlinguer che, apertamente, dichiarò di trovarsi bene sotto l’ombrello della Nato» (Giuseppe Sanzotta, La sconfitta del mercato, p. 3).

Fra gli altri contributi segnaliamo quello di Italo Inglese che rileva come oggi, al tempo della pur condannabile “operazione militare speciale”, il dibattito sulla Russia di Putin sia caratterizzato da un’acredine mai riservata prima all’Unione Sovietica, «per la quale le sinistre europee nutrivano affinità o addirittura ammirazione, nonostante i crimini di Stalin e le ingerenze a danno dei paesi satelliti del Patto di Varsavia».

Come avvenuto durante la pandemia, anche per il conflitto tra la Federazione russa e l’Ucraina assistiamo a un’isterica contrapposizione tra fazioni, «una sorta di guerra di religione in cui la fede cieca prevale sulla ragione. Accade così che persone fino a ieri ostili alla guerra e al concetto di patria giungono ad auspicare un maggiore coinvolgimento dell’Occidente nel conflitto trasformando lo slogan coniato da Bertrand Russell “Meglio rossi che morti” in “Meglio morti che russi».

Anche coloro i quali negano che si tratti di scontro tra civiltà finiscono per sostenere incoerentemente che è in ballo la difesa dei valori occidentali. Ma quali sono questi valori?, si chiede giustamente il giornalista, curatore fra l’altro del recente saggio: La sinistra ha fallito?. Questi “valori” sarebbero forse «il narcisismo consumistico? La possibilità di adozione da parte delle coppie omosessuali? La maternità surrogata? La salvaguardia dei “diritti umani universali”, cioè di principî vaghi, che spesso non trovano alcun appiglio nell’ordinamento giuridico e sono quindi lasciati all’arbitrio dei giudici? I nuovi guerrafondai si cimentano in acrobazie interpretative per offrire un fondamento giuridico all’intervento dell’Italia, […] precluso dalla natura pacifista della nostra Costituzione. Ma una simile reazione potrebbe essere ammessa soltanto nel caso di aggressione nei confronti di un Paese della Nato. In altri termini, al di fuori della Nato, il sacro dovere del cittadino di difendere la Patria (articolo 52 della Costituzione) non può essere esteso fino a comprendere la difesa della patria altrui» (Italo Inglese, Conflitto di interessi e di valori, p. 16).

Per ulteriori informazioni sul numero della rivista ci si può collegare al sito della casa editrice www.pagine.net oppure chiedere direttamente una copia-saggio alla mail: segreteriaredazione.ilborghese@pagine.net.


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