Hey Google, che cos’è la verità?


di Gianmaria Spagnoletti

IL MOTORE DI RICERCA ORMAI HA SOSTITUITO GENITORI E MAESTRI NEL DARE AI GIOVANI LE RISPOSTE CHE CERCANO. COME SE NE ESCE? PONENDOCI COME ALTERNATIVA UMANA ALLE RISPOSTE FORNITE DA UN INSIEME DI CIRCUITI…

Il motore di ricerca ormai ha sostituito genitori e maestri nel dare ai giovani le risposte che cercano. Come se ne esce? Ponendoci come alternativa umana alle risposte fornite da un insieme di circuiti…

È notizia di pochi giorni fa che Google ha modificato i propri programmi di scrittura per renderli più conformi al “linguaggio inclusivo”: eliminare le voci della lingua inglese ritenute sessiste, come “chairman” e “spokesman” (diventate “chairperson” e “spokesperson” per renderle più “neutrali”) e persino avvisare l’utente in caso di linguaggio “potenzialmente discriminatorio” è l’ultima trovata del colosso californiano, punta di lancia dell’ideologia liberal.

Il cambiamento del linguaggio non è roba da poco, ma una vera e propria modifica della visione della realtà. Tuttavia Google non si è “limitata” solo a quello, ma da qualche anno ha una storia di censura delle opinioni difformi da quelle “accettabili”, comprese quelle dei siti cristiani e quelle ritenute più in generale “complottiste”.

Ovviamente, le altre “Big Tech” non rimangono indietro e censurano contenuti e notizie ritenuti scomodi. Censura che, molto spesso, si nasconde dietro il termine più raffinato di “fact checking”. In alcuni casi si è arrivati a “demonetizzare” siti e video già presi di mira dall’algoritmo in quanto ritenuti “non attendibili” quando non a eliminarli del tutto. A questo proposito c’è una immagine che circola su Facebook e che, con una sottile ironia, fa un’ottima sintesi della situazione: Un giovane chiede all’assistente di Google “Che cos’è la verità?”. E quello gli risponde “Una teoria del complotto”.

Tutto ciò è tanto più grave quanto messo “in prospettiva”, cioè considerando che il motore di ricerca è diventato “l’enciclopedia tascabile” di milioni di ragazzini sempre più tecnologici (cioè sempre più soli) che non sanno a chi rivolgere le proprie domande. C’è un risvolto decisamente esilarante, dato che è stata stilata una classifica delle “20 domande più assurde rivolte a Google”, e alcune fanno veramente morire dalle risate: “I maiali sudano?”. “I pinguini hanno le ginocchia?”. “I vermi hanno gli occhi?” Tuttavia, fermiamoci a riflettere un attimo. Un conto è ridere delle domande che non hanno né capo né coda, un altro è chiedersi perché i ragazzi si affidino a un sistema telematico per fare letteralmente qualunque domanda, anche quelle più serie, che sono semplicemente il segno della loro voglia di sapere. Una volta le ricerche si facevano in biblioteca con grande fatica di reperimento delle fonti, lettura e sintesi finale. Oggi è tutto più rapido, e internet soddisfa la curiosità dei ragazzi praticamente all’istante. Da “grandi” forse non ce lo ricordiamo più, ma siamo stati così anche noi. Solo che una volta sapevamo a chi rivolgere le nostre domande: se non a mamma e papà, da piccoli, alla maestra o all’insegnante di turno. Oppure, da cresciuti, c’era l’amico/l’amica del cuore a cui chiedere una “dritta” su qualche tema più personale.

Ora tutto è cambiato: c’è il motore di ricerca, che ha travolto il mondo di prima come un rullo compressore. Tu gli fai una domanda e lui, puntualmente, ti dà la risposta, ma poi si prende i tuoi dati per stilare statistiche che si fanno beffe dei suoi utenti. Inoltre, in questo modo, Google ha spazzato via i libri (che richiedono molta più concentrazione, rispetto a una pagina internet, per essere consultati) sia le persone che una volta erano “naturalmente” destinatarie di queste domande: i genitori, i fratelli, gli educatori, gli insegnanti e pure i preti.

E così, se a un dodicenne viene in mente di chiedersi “perché esistiamo?” o “quando morirò?” o “che cosa devo fare della mia vita?” un attimo dopo lo sta già digitando al computer. Non sto scherzando, perché effettivamente tra le domande poste più spesso a Google ci sono quelle “esistenziali”, che meritano un assoluto rispetto. Ciò che trovo parecchio triste è che non ci siano “umani” a rispondere, ma solo algoritmi. Se vogliamo sperare in un futuro migliore per i giovani, mettiamoci a disposizione per dare risposte alle loro domande sui “perché” della vita. A patto che siano migliori di quelle di Google…


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