Benedetto XVI, Papa Francesco e la salvaguardia del Creato


di don Gian Maria Comolli*

BENEDETTO XVI E PAPA FRANCESCO DAVANTI ALLE QUESTIONI DELL’AMBIENTE E DELL’AMBIENTALISMO

Benedetto XVI ha approfondito il tema della salvaguardia dell’ambiente (ma diremmo meglio del creato) in vari discorsi, ben riassunti in quello rivolto il 22 settembre 2011 al parlamento federale tedesco. Potremmo trarre il pensiero-guida del Papa emerito nella seguente citazione: «l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente».

Vedendo lo stretto rapporto tra le sfide ecologiche e la morale, Ratzinger associa la teologia della creazione a quella della vita umana che va totalmente rispettata in tutte le sue componenti, come ebbe a spiegare organicamente nel quarto capitolo (paragrafi 48-52) dell’Enciclica Caritas in veritate (CIV) del 29 giugno 2009.

Il Papa emerito è profondamento convinto che «per salvaguardare la natura non è sufficiente intervenire con incentivi o disincentivi economici e nemmeno basta un’istruzione adeguata. Sono, questi, strumenti importanti, ma il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare sé stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in sé stessa e in relazione con gli altri» (CIV, n. 51).

Questa interdipendenza dell’ecologia umana, cioè l’etica della vita, con l’ecologia ambientale, si fonda sulla visione antropologica cristiana che attinge le sue radici nella teologia biblica dove la persona, l’unico essere dotato di corpo, di anima e di razionalità, è collocato da Dio nella natura voluta dal Creatore e non risultato di trasformazioni evoluzioniste o meccaniche (cfr. CIV 48).

Anche Papa Francesco ha varie volte affermato che l’ambiente è uno degli ambiti in cui si concretizza la vocazione umana al custodire. Ciò, però, come ebbe a chiarire in occasione della sua festa di San Francesco da Pontefice (4 ottobre 2013), «non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, perciò riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo».

L’argomento, cioè il rispetto dell’ambiente, quello che Papa Bergoglio definisce la nostra casa comune, quella “sorella” cioè «che protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei», è esaminato e approfondito dal Pontefice nell’Enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015).

Tale importante documento magisteriale esordisce con una sagace analisi della situazione attuale oltre che con una severa e documentata denuncia morale, politica ed economica delle motivazioni che hanno condotto alla grave crisi ecologica della “casa comune”. Poi espone alcune indicazioni che non si propongono come soluzioni ma come inviti alla “riconquista antropologica” dell’ecologia umana, anzitutto una rinnovata azione politica che, come più volte ribadirà, non può essere sottomessa alla tecnica o alla finanza.

Ebbene, Papa Francesco, fa sentire la sua voce preoccupata ma anche colma di speranza, come possiamo notare nei seguenti significativi passaggi dell’Enciclica: «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune» (n. 13), «l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente» (n. 58) e, infine, «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205).

Di conseguenza, come afferma il Pontefice, «ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare […] diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane» (n. 114).

Nell’Enciclica un’attenzione prioritaria è riservata a chi più di altri stanno espiando il prezzo della crisi ecologica, cioè i poveri. Per loro e in loro favore il Pontefice parla e grida!

Rilevanti nel testo sono anche i documenti degli episcopati nazionali che hanno evidenziato l’urgenza di una conversione ecologica, come pure il pensiero di figure contemporanee, dall’antropologo e teologo gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) al teologo e sacerdote italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), per giungere al filosofo protestante Paul Ricoeur (1913-2005).

L’Enciclica, accolta favorevolmente, ha suscitato finora anche delle critiche. Infatti alcuni si sono interrogati: In cosa s’immischia la Chiesa di Bergoglio? Un malinteso chiarito dal cardinale Peter Turkson, fino al 2021 prefetto del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale che, nella conferenza stampa di presentazione della “Laudato si’” ne precisò la principale caratteristica pastorale. La Chiesa, infatti, non possiede una voce scientificamente definitiva ma unicamente una prolungata “esperienza umana” di venti secoli, come ebbe ad affermare san Paolo VI nel discorso pronunciato all’ONU nel 1965. Papa Montini, in tale solenne occasione coniò quel modo di esprimersi che altri Pontefici dopo di lui hanno adottato: «Noi, quali esperti di umanità…».

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*sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blogwww.gianmariacomolli.it.


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