I progressisti USA si stracciano le vesti, sporche di sangue…


di Dalila di Dio

GLI ABORTISTI DI TUTTO IL MONDO AGITANO DA GIORNI LO SPAURACCHIO DEL MEDIOEVO DI RITORNO, CON UNA CORTE SUPREMA RETROGRADA E FASCISTA

I progressisti di tutto il mondo, in queste ore, si stracciano le vesti per la pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti che, come anticipato da una fuga di notizie qualche settimana fa, ha ribaltato la storica sentenza del 1973 nel caso Roe vs Wade che, sostanzialmente, rendeva legale l’aborto a livello federale.

Con il metodo mistificatorio che gli è proprio, i Dem – o sedicenti tali – parlano, ormai da due giorni, di “sentenza shock” che avrebbe abolito il “diritto” per le donne – e secondo alcuni attivisti LGBTQ anche per i trans (sic!) – di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza sul suolo statunitense.

Da Obama e Biden a Kamala Harris, da Boris Johnson a Hillary Clinton, da Laura Boldrini a Lia Quartapelle, gli abortisti di tutto il mondo stanno agitando quindi lo spauracchio del ritorno al Medioevo, con una Corte Suprema retrograda e fascista – il fascismo sta bene su tutto – che vorrebbe privare le donne del diritto umano di sopprimere la vita nel grembo e così minare la democrazia – che, si sa, è fondata sull’aborto – dalle fondamenta. 

Prese di posizione intrise di malafede, di affermazioni manipolatorie, sconclusionate e a tratti apertamente mendaci – la SCOTUS (acronimo che sta per Supreme Court Of The United States, cioè Corte Suprema degli Stati Uniti d’America) non ha abolito il diritto all’aborto, come si va blaterando da giorni – tutte finalizzate a scatenare le masse contro una decisione che i progressisti americani temevano sin dal 2020, quando tentarono di osteggiare in ogni modo la conferma di Amy Coney Barret a Giudice, ultimo, glorioso, atto della presidenza Trump.

Non è escluso che, come i BLM nel 2020, anche i movimenti abortisti scatenino una guerriglia di strada a difesa di quello che si ostinano a definire diritto inviolabile – umano, secondo gli eurocrati di Bruxelles – generando il caos in lungo e largo per gli Stati Uniti. D’altronde, a breve si vota per le midterm election e i sinceri democratici a stelle e strisce da sempre usano le tensioni sociali come mezzo per influenzare l’esito delle urne.

Le immagini di questi giorni, tuttavia, impongono di porsi una domanda fondamentale a cui appare difficilissimo dare una risposta: come può una persona umana essere abortista? Come può un essere umano dedicare le proprie energie e il proprio tempo – per alcuni la vita intera – alla promozione della soppressione della vita nel grembo materno? 

Comprendiamoci, non stiamo parlando di movimenti che si limitano a promuovere la facoltà di abortire in determinate circostanze e nel rispetto di certi limiti. 

Moltissimi attivisti pro aborto – pro choice fa meno orrore ma è di abortisti che si tratta – promuovono un’idea dell’aborto come esperienza totalmente neutra o, addirittura, felice: la pagina Facebook “IVG. Ho abortito e sto benissimo” conta oltre dodicimila followers mentre qualche mese fa sul manifesto che pubblicizzava – sì, pubblicizzava – l’aborto farmacologico campeggiava tale Alice Merlo che, dopo aver definito la pillola abortiva “una scoperta scientifica meravigliosa” dichiarava dalle pagine di Vanity Fair: “Ho abortito e sono felice”.

Posizioni ipocrite, dal momento che nessuna di queste donne è disposta ad ammettere di aver ucciso un bambino indifeso e innocente. Per ostentare la felicità di avere abortito, costoro devono negare la realtà e crearne una fittizia, parallela, in cui il loro gesto appaia meno orribile e riprovevole.

Per potersi esprimere in questi termini, infatti, lor signore abortiste – sì, le donne, nate per dare la vita, sono le più accanite nello sponsorizzarne la soppressione – hanno bisogno di raccontarsi e raccontare che quella di un feto di 12 settimane non sia vita, che a 12 settimane quello nel grembo non sia un bambino ma un grumo di cellule, materiale organico da espellere in fretta e di cui dimenticarsi fino alla volta successiva. Sì perché, secondo costoro, l’aborto non comporta alcuna conseguenza fisica o psicologica per la donna, quindi subirne uno, tre o cinque non fa alcuna differenza.

Quando la donna è povera, poi, l’aborto è l’unica soluzione: se sei povera e rimani incinta ti aiutiamo noi…a sbarazzartene. Simili posizioni vanno ben oltre il sostegno al riconoscimento della libertà di scelta alla donna e si spingono a una vera e propria promozione delle pratiche abortive, descritte come innocue, indolori e di pronta spedizione. Basta una pillola, che male potrà mai farti?

Quale sia il fine di tutto ciò appare abbastanza chiaro, se si dà un’occhiata ai numeri: quella dell’aborto è una vera e propria industria che sposta, ogni anno, nei soli USA intorno al miliardo di dollari. È per questo che l’aborto non può essere traumatico, doloroso, foriero di disastrose conseguenze per chi lo subisce. È per questo che quella nel ventre materno non può essere vita. Viene da domandarsi che vita sia quella di chi lucra sull’uccisione di milioni di innocenti. 


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