In questo clima post-bellico torniamo agli anni del boom

In questo clima post-bellico torniamo agli anni del boom

di Pietro Licciardi

IL MONDO SI STA SFALDANDO MA E’ PROPRIO QUESTO IL MOMENTO DI RICOSTRUIRE, A PATTO DI AVERE LE IDEE CHIARE SUL COME. NEGLI ANNI SESSANTA CI SIAMO RIUSCITI

Lo sciagurato e improvvido conflitto russo-ucraino ha sovvertito tutti i piani aprendo nuovi e inaspettati scenari: addio alla globalizzazione, declino degli Stati Uniti come potenza finanziaria ed economica mondiale, probabile disgregazione dell’Unione europea, costituzione di un blocco asiatico capeggiato dalla Cina, che assumerà il ruolo di nuovo arbitro del mondo.

Purtroppo, o per fortuna, gli Usa da ora in poi dovranno pensare alla loro precaria situazione interna e internazionale e non avranno più risorse e interesse a far da balia agli alleati europei, che dovranno cavarsela contando sulle loro sole forze. Probabilmente ciò vorrà dire ancora una volta un “tutti contro tutti”, che peraltro la retorica eurounitaria non ha mai veramente fatto venir meno, con i francesi e i tedeschi che ancor più di adesso cercheranno di rimanere a galla a spese dell’Italia, la quale però avrebbe davanti a se grandi opportunità se soltanto ritrovasse un minimo di coesione sociale e non fosse preda di una classe dirigente e politica assolutamente inetta, serva dello straniero e culturalmente scadente.

La Penisola è infatti un forziere ricolmo di tesori artistici, ereditati da una bimillenaria e gloriosa storia, che in una fase di declino monetario e finanziario come quella attuale – in cui Cina, Russia e i paesi Brics stanno alacremente lavorando per creare una valuta alternativa capace di spodestare il dollaro e l’euro nelle transazioni internazionali – rappresenterebbero una reale e solida garanzia per i mercati e i creditori internazionali, al pari dell’oro. A ciò si aggiunge la proverbiale creatività degli italiani, che nel dopoguerra hanno creato un tessuto di piccole e medie imprese che ha fatto del nostro Paese una potenza industriale pur essendo priva di materie prime. Inoltre sempre noi italiani, al pari dei giapponesi, siamo ancora un popolo di forti risparmiatori, anche se i governi di sinistra hanno cercato in tutti i modi, e ancora lo stanno facendo, di metterci le mani in tasca per espropriarci di ogni cosa, a cominciare dalla casa.

Lo scenario che si profila per l’Italia non è troppo dissimile da un qualunque scenario post bellico, in cui gli assetti e le alleanze internazionali si ridiscutono, la maggior parte dell’industria manifatturiera è stata dismessa non perché distrutta dalle bombe ma esportata all’estero, là dove la manodopera costava meno e dove tasse e burocrazia erano meno feroci, mentre la preannunciata penuria di energia e di alimenti dovuta al rincaro dei costi di trasporto e al fatto che diversi mercati si chiuderanno – la Russia sta bloccando l’accesso al mare dell’Ucraina mentre altre nazioni privilegiano il proprio consumo interno – renderà necessario il ritorno ad un regime autarchico, che ci farà rimpiangere le fisime antinucleari dei sedicenti ambientalisti, il latte buttato in virtù dei diktat Ue o le coltivazioni di arance siciliane rase al suolo perché più conveniente l’importazione dall’Algeria.

Ma come avvenuto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, i fatidici anni del boom economico, i momenti di crisi sono anche forieri di grosse opportunità per ricostruire e rinascere. Basterebbe poter buttare finalmente nella spazzatura le nefaste ideologie che hanno spento e incattivito l’anima degli italiani e ritornare ad applicare i principi della Dottrina sociale cristiana; quegli stessi principi che resero possibile la nostra ricostruzione e l’ingresso nell’era del benessere. Quindi meno burocrazia, più spazio all’intrapresa privata, meno tasse, meno incentivi e bonus per auto e aggeggi elettronici per lo più fatti in Cina, più credito alle piccole imprese e ai giovani che vogliono mettersi in proprio, più figli e più famiglie.

La ricetta è semplice e sappiamo che funziona, perché già ne abbiamo visti i frutti, appunto, negli anni del boom. Purtroppo però dobbiamo fare i conti con una politica ignorante e soprattutto serva dello straniero, che ha tutto l’interesse a vedere l’Italia in bancarotta per poter entrare e fare man bassa dei nostri beni e risorse. Anche il clero sembra non essere più consapevole di quell’immenso patrimonio di saggezza che è la Dottrina sociale, dal momento che di questa si parla sempre meno, preferendo scimmiottare slogan e concetti mutuati dalle fallimentari ideologie socialiste o benedire le coppie gay.

E allora che ci pensino gli italiani e i laici a salvare questa nostra povera patria, prima che sia troppo tardi. Come? Tanto per cominciare  smettendo di pensare allo Stato come la mamma a cui tutto chiedere e da cui tutto aspettarsi, poi mettendo su famiglia o tenendo stretta quella che abbiamo, perché se vogliamo sperare in un aiuto di qualunque genere è da questa che potrà arrivare e non certo dalle istituzioni, sempre più ideologicamente marce e corrotte, e soprattutto cominciamo a costruire reti di sostegno e di solidarietà tra vicini di casa, colleghi di lavoro, amici… perché prima di quanto pensiate ne avremo un gran bisogno.

 

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