Quella nefasta rivoluzione che ancora infetta il nostro continente


di Pietro Licciardi

LA RIVOLUZIONE FRANCESE NON FU AFFATTO IL TRIONFO DELLA LIBERTÀ, DELLA EGUAGLIANZA E DELLA FRATELLANZA, COME ANCORA CERTI STORICI E LA NOSTRA SCUOLA CERCANO DI FAR CREDERE

Attraversata fino a ieri dal Tour de France, vinto dal ciclista danese Jonas Vingegaard Rasmussen, del team Jumbo-Visma, nei giorni scorsi la Francia ha festeggiato quella che a rigor di logica dovrebbe essere la sua peggiore vergogna nazionale: la presa della Bastiglia e l’inizio simbolico di quella Rivoluzione che ha infettato l’intera Europa, da quel momento in poi avviata verso un inesorabile declino con la sistematica e progressiva distruzione della sua cultura, dei suoi valori e soprattutto della Chiesa.

Essa non fu affatto il trionfo della Libertà, della Eguaglianza e della Fratellanza, come ancora certi storici e la nostra scuola cercano di far credere, pena il misero crollo di tutto il castello di menzogne che su quei miti è stato costruito. A partire da quella, più grande, secondo la quale la Rivoluzione avrebbe affrancato la Francia dalla sua atavica miseria e oppressione delle classi popolari da parte del clero e una nobiltà dedita allo sfarzo e alla gozzoviglia nei suoi dorati palazzi.

Dal punto di vista demografico le cifre sono implacabili: 600.000 morti nelle guerre interne, dei quali 117.000 — cifra per nulla esagerata fornita dal recente studio dello storico Reynald Secher — nella Vandea militare — corrispondente a una estensione di 10.000 chilometri quadrati — e 40.000 giustiziati, dei quali il 28% contadini, il 31% artigiani e operai, il 20% commercianti, dall’8 al 9% nobili e dal 6 al 7% appartenenti al clero; 400.000 morti nelle guerre esterne fino al 1800, un milione di morti nelle guerre napoleoniche; più di 100.000 emigrati e un calo del tasso di natalità.

Anche sul piano economico lo scempio non fu minore. Il commercio recuperò il livello di attività del 1789 solo a partire dal 1825; la produzione industriale tornò ai livelli del 1789 solo nel 1809; la produzione agricola ristagnò fra il 1789 e il 1815; si perse la stabilità monetaria che era esistita dal 1725 al 1789; in 7 anni si moltiplicò per 20 il volume della massa monetaria; la carta moneta — i famosi assegnati — si svalutò al punto da non valere praticamente nulla — in un solo anno, nella proporzione del 90% —; si produsse la bancarotta dello Stato; il deficit si aggravò moltiplicandosi; si aumentarono le imposte per poter sostenere la guerra, nella quale ci si imbarcò coscientemente e volontariamente, anche per depredare i regni invasi e impedire che la fame e la miseria dilagante mettessero in pericolo le “conquiste” giacobine.

Non solo. Il frenetico vandalismo distrusse gran parte del patrimonio culturale francese, specialmente i monumenti dell’arte e della cultura cristiane e si produsse un regresso culturale ben espresso dal presidente del Tribunale rivoluzionario nel rispondere a Antoine-Laurent de Lavoisier che «la Rivoluzione non ha bisogno di scienziati». Quegli “illuminati” che volevano sradicare l’ignoranza e la superstizione fecero pure crescere gli analfabeti, dal momento che quelli capaci di firmare o di scrivere passarono dal 37 al 32%.

Dunque quella francese non fu affatto la rivoluzione della libertà, né la rivoluzione dell’uguaglianza, né quella dei diritti umani. Per Alexis de Tocqueville il risultato della Rivoluzione fu innanzitutto l’abolizione degli istituti politici che, durante parecchi secoli, avevano regnato in modo esclusivo sulla maggior parte dei popoli europei e che ordinariamente si definiscono come istituti feudali, per sostituirvi un ordine sociale e politico più uniforme e semplice, basato sull’eguaglianza delle condizioni. Ma quelle istituzioni antiche non soltanto erano mescolate, intrecciate a quasi tutte le leggi religiose e politiche d’Europa, ma avevano anche suggerito una quantità di idee, sentimenti, abitudini, costumi che ad esse aderivano. Perfino oggi, a più di trecento anni qualcosa di quel mondo medievale sopravvive e infatti il moto distruttivo innescatosi nel 1789 prosegue rivolgendosi contro tutto quanto in qualche modo ancora vi si riallaccia.

Come ha giustamente notato Giovanni Cantoni in un suo articolo su Cristianità oggi come allora il protagonista della vita politica non è più la famiglia, ma l’individuo e per quanto ha in comune con gli altri uomini, cioè l’individuo come parte dell’umanità. E questo mutamento radicale che probabilmente sui possa ritenere lo specifico politico della Rivoluzione francese: infatti, come la Pseudo-Riforma protestantica ha “cancellato” il sacerdozio ministeriale dalla struttura della società ecclesiastica, la Rivoluzione dell’Ottantanove cancella la famiglia e le differenze interumane come elementi di struttura politicamente rilevanti.

Più che una festa il 14 Luglio dovrebbe essere la commemorazione di un evento luttuoso che ha ridotto un mondo in macerie e consegnato alla storia i peggiori totalitarismi e stragi della storia.


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