No alla partitocrazia, ecco la proposta distributista

di Pietro Licciardi

IL VOTO? UN ESPEDIENTE PER SOTTRARRE IL POTERE POLITICO REALE AI CORPI SOCIALI, TORNIAMO ALLE GILDE E CORPORAZIONI

InFormazione cattolica si è già occupata del distributismo, una visione dell’economia, della moneta, e della vita sociale che si ispira in larga parte ai principi della Dottrina sociale della Chiesa.

Intervistiamo ancora una volta il dottor Matteo Mazzariol, presidente del Movimento distributista italiano, per approfondire anche l’aspetto politico, a partire dalla completa sfiducia nei partiti.

Dottor Mazzariol, il movimento distributista è assai critico nei confronti dei partiti. Ce ne vuole spiegare il motivo?

«In estrema sintesi il distributismo, sulla base della retta ragione e della Dottrina sociale della Chiesa, ritiene che il sistema partitocratico sottrae potere politico reale ai corpi sociali, conferendolo a minoranze ideologiche ed incompetenti per definizione, divisive e di fatto dipendenti dall’oligarchia economico-finanziaria. Un’analisi storica può facilmente dimostrare che fu proprio questa oligarchia economico-finanziaria, nell’Inghilterra del XVII secolo di Oliver Cromwell, a creare il sistema dei partiti come strumento per asservire a sé l’emanazione delle leggi e quindi la società».

Tuttavia a Settembre saremo chiamati alle urne e per gli elettori sarà un bel dilemma: astenersi e avere ancora con un governo di sinistra o votare centrodestra sperando che possa in qualche modo frenare la dissoluzione etica e morale?

«Nessuno nega che il progressismo sia un’ideologia deleteria che rischia di danneggiare gravemente il corpo sociale, proponendo un’ideale gnostico di libertà che marcia inesorabilmente verso un relativismo e nichilismo distruttivo. Tuttavia come distributisti, sulla base anche delle evidenze storiche, riteniamo che il sistema della partitocrazia sia proprio lo strumento attraverso cui questa deriva morale si sia potuta affermare. Finchè cioè si rimarrà dentro la gabbia mentale della partitocrazia, che identifica politica e partiti, non ci sarà modo di invertire la rotta ed il principio della quantità e del numero continuerà ad erodere i principi del diritto naturale. La dissoluzione etica e morale non potrà mai essere fermata attraverso la partitocrazia ma solo superando la partitocrazia, attraverso quei contenitori forti e partecipativi che sono le gilde o corporazioni di arti e mestieri in cui, attraverso una rete di contatti umani reali, i contenuti possono tornare a prevalere sulla propaganda e la demagogia».

Considerato che non sembra esserci al momento alcun leader politico di rilievo in cui sperare e che i partiti tengono in pochissimo o nessun conto le istanze degli elettori, qual è la vostra proposta per cercare di uscire dall’attuale palude?

«La proposta di G.K.Chesterton, H, Belloc e padre McNabb, i fondatori del distributismo, è molto semplice: applicare la retta ragione e la Dottrina sociale della Chiesa al reale ed in particolare all’economia, alla finanza, alla moneta ed alla politica. La soluzione non è rappresentata quindi da chissà quale elaborata elucubrazione del pensiero umano, cioè da un’altra ideologia, ma dall’umile, tenace e reiterato ascolto e rispetto delle cose così come sono. Dal punto di vista politico il distributismo propone la messa in soffitto del sistema di rappresentanza dei partiti, che costituisce la versione politica della filosofia immanentistica e gnosticheggiante hegeliana, e l’aggregazione dei vari comparti socio-lavorativi naturali già esistenti in contenitori partecipativi, in grado di sviluppare al massimo le capacità di autogestione ed autogoverno. Sto parlando delle gilde o corporazioni di arti e mestieri, quel sistema di rappresentanza politica diffusa che ha consentito all’Europa di raggiungere traguardi insuperati di civiltà e benessere ed ottenere quel delicato equilibrio tra libertà e responsabilità che solo consente il massimo sviluppo delle potenzialità umane. In sintesi questi sono i paradigmi della visione distributista: la famiglia naturale va rimessa al centro dell’economia, la moneta-debito bancaria va sostituita con una moneta libera da debito ed interesse, in modo da rimettere l’economia reale al centro dell’agire umano e non la finanza speculativa, la proprietà dei mezzi di produzione va diffusa il più possibile, contro la tendenza opposta a concentrare potere e proprietà nelle mani di pochi, oggi attuata dallo Stato servile».

Su Informazione cattolica abbiamo scritto che i momenti di crisi come quello attuale racchiudono anche delle opportunità. Questo per l’Italia potrebbe significare un ritorno alla piccola e media impresa e all’agricoltura, per reindustrializzare un paese che ha esportato gran parte della propria manifattura all’estero e ridurre la nostra dipendenza alimentare. Condivide questa analisi?

«Assolutamente, tanto che uno dei punti cardine del distributismo è proprio, come ho appena detto, la necessità di riunire capitale e lavoro o, detto in altri termini, di puntare alla massima possibile diffusione della proprietà produttiva. Solo così si potrà ottenere una vera prosperità economica, una situazione cioè di equilibrio in cui, come diceva Chesterton, ci sarà sempre chi può comprare e chi può vendere. Allo stesso tempo il senso comune e la ragionevolezza ci impongono di considerare che un popolo privo dell’autonomia alimentare, ed aggiungerei anche energetica, rischia di pregiudicare la propria sussistenza e libertà e pertanto questi due settori dovrebbero ritornare ad essere considerati centrali».

Tuttavia, soprattutto la sinistra, mostra di essere ancora nemica dell’ impresa, piccola, media o grande…

«Come distributisti prendiamo atto che il ritorno alla piccola e media impresa e all’autonomia alimentare non rientra per niente nei fini dello Stato servile, quell’alleanza cioè tra grande capitale e grande Stato che da alcuni secoli domina la scena politica nelle principali nazioni avanzate, Italia inclusa. E poiché il principale strumento di affermazione dello Stato servile è senza dubbio la partitocrazia – poco importa che si tratti di un unico partito, come in Cina, o molti, come in Europa – riteniamo che finché vigerà il sistema partitocratico non ci potrà essere alcun spazio per una politica che realmente supporti ed incentivi la piccola proprietà, come d’altronde la storia ci ha ampiamente dimostrato. L’esempio più eclatante di ciò è la situazione dello Stato considerato modello di democrazia, gli Stati Uniti d’America, in cui è noto che entrambi i partiti, Repubblicano e Democratico, ricevono i loro principali finanziamenti dall’oligarchia economico-finanziaria: grandi banche commerciali e grandi multinazionali».

Il movimento distributista auspica un ritorno al sistema corporativo di tipo medievale. Non le sembra un po’ anacronistica come soluzione?

«Non c’è niente di più anacronistico di uno storicismo che dogmaticamente asserisca che il bene corrisponda solo ed esclusivamente al nuovo, come non c’è niente di più anacronistico di un tradizionalismo farisaico e sterile che ritenga che il bene sia solo ed esclusivamente nel passato. Il distributismo a questo riguardo assume una posizione realistica, affermando, sulla base del pensiero aristotelico-tomista, che esiste un ordine sociale naturale economico e politico intellegibile dalla retta ragione, il cui rispetto è il parametro, ora e sempre, per valutare la bontà o meno di un ordinamento politico e sociale. Da questo punto di vista è innegabile che le gilde e corporazioni di arti e mestieri medioevali, nate nel cuore della Cristianità e prodotto di un’antropologia cattolica, abbiano rappresentato, pur con tutti i loro inevitabili difetti, uno dei vertici istituzionali mai raggiunto dall’uomo su questa terra, realizzando al massimo grado i principi di giustizia sociale, equità, partecipazione politica e libertà economica diffusa, prova ne è il periodo di benessere e prosperità che hanno garantito per secoli, prima del loro svuotamento dall’interno ad opera del progressivo affermarsi dello spirito capitalista. In questo senso rimangono senza dubbio un’esperienza a cui guardare e da cui trarre esempio, senza con questo tuttavia negare che lo spirito che animò le gilde di quel periodo va reincarnato adesso creativamente in forme nuove e adatte alle nuove contingenze del nostro tempo».

Da dove dovremmo cominciare, secondo voi, per dar vita ad una organizzazione sociale diversa e alternativa a quella, fallimentare, attuale?

«C’è solo l’imbarazzo della scelta. Il problema, infatti, dal nostro punto di vista, non è tanto che cosa fare ma in che direzione fare. Non per niente oggi la propaganda e la demagogia prevalgono nettamente sui contenuti. Non ci si chiede più se alcune proposte siano vere, buone e giuste, ci si accontenta che siano inserite in una narrativa presentabile e con una certa consistenza logica, senza più porsi il problema della loro aderenza al reale. Il distributismo propone invece il paradigma della gilda o corporazione di arte e mestiere come comunità di lavoro naturale che va rispettata nella sua massima autonomia gestionale ed organizzativa e che deve tornare ad essere lo strumento principale di rappresentanza politica delle persone sui vari territori, in alternativa ai partiti. Una volta capita questa necessità impellente, questa urgenza di tornare al rispetto dell’ordine naturale sociale e politico, i passi da fare saranno elementari e semplici».

Ad esempio?

«Si parte dal costituire le gilde, con uno statuto che metta nero su bianco i valori fondanti e non negoziabili: unione tra capitale e lavoro, centralità economico-sociale della famiglia naturale, denaro libero da debito ed interesse; e poi i singoli gruppi, sulla base delle proprie esigenze specifiche, possono iniziare a portare avanti tutte le iniziative che ritengono più opportune, all’interno di una rete collaborativa comunale, provinciale, regionale, nazionale ed internazionale, che rifugga da ogni centralismo burocratico per valorizzare il lavoro in gruppi piccoli e coesi».

Alcune di queste di queste gilde esistono già?

«Si, la Gilda della Salute, per esempio, e tornando a quanto accennato prima, essa discute dell’organizzazione dei servizi sanitari, dell’allocazione delle risorse, della libertà di formazione e della ricerca dai condizionamenti del grande capitale e dello Stato o dei partiti. Vi è anche una Gilda dell’Alimentazione, che invece considera le strategie migliori da attuare per aiutare i piccoli e medi produttori a difendersi dalla concorrenza sleale dei grandi produttori, molto spesso collusi con i centri di potere partitocratici e statali. Una volta che il tessuto sociale incomincerà ad essere organicamente articolato per comparti socio-lavorativi, invece che frammentato e diviso in fazioni ideologiche come succede oggi, tali contenitori naturali assumeranno una forza e valenza politica e rappresentativa che nessun’altra istituzione delegittimata e priva di autorevolezza, quale i partiti od i sindacati, potrà controbilanciare».

E con questa “valenza politica” poi che fanno?

«A questo punto per modificare le leggi basterà che le singole gilde esprimano loro rappresentanti – non quindi partiti! – in grado di essere i portavoce delle istanze, già discusse e decise in seno alla gilda, nei vari contesti in cui vengono emesse le leggi. La trappola partitocratica invece paralizza e blocca alla radice le energie vitali dei vari comparti, favorendo una condizione di passività e sottomissione servile allo Stato, che i distributisti definiscono appunto Stato servile, la dove all’opposto la ricchezza di una nazione dipende dalla possibilità delle sue energie più vitali di esprimersi al massimo grado in un contesto partecipativo basato sulle competenze e la dirittura morale comprovata».

Immaginiamo che il distributismo, teoria alquanto inconsueta – abbia delle solide radici… 

«Il pensiero distributista, prendendo sul serio la Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare la Rerum Novarum di Leone XIII e la Quadragesimo Anno di Pio XI, si rifà anche ad alcuni giganti del pensiero sociale cattolico, quali il francese La Tour du Pin, il tedesco Von Gebsattel e l’italiano Giuseppe Toniolo e si ispira alla visione filosofica aristotelico-tomista, ma soprattutto, al contrario di certe ideologie che campano su mere teorie, ha dalla propria la storia, ovvero l’esperienza delle gilde e corporazioni di arti e mestieri di epoca medievale, che come ho detto furono uno dei pilastri della formidabile crescita economica e sociale registrata non solo in Italia, fintanto esse rimasero attive. Forse è questo uno dei motivi per i quali si cerca di denigrare in tutti i modi il Medioevo; per far dimenticare che esiste una reale alternativa alla trappola della partitocrazia, ordita dall’oligarchia economico-finanziaria per asservire sostanzialmente a se l’umanità».

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