Fernando Pessoa come paradigma della modernità

Fernando Pessoa come paradigma della modernità

di Sergio Caldarella

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FERNANDO PESSOA (1888-1935) È UNA TRA LE FIGURE LETTERARIE (E FILOSOFICHE) PIÙ RIVELATORIE DELLA MODERNITÀ, NONOSTANTE IN VITA EGLI ABBIA PUBBLICATO SOLO TRE COMPOSIZIONI POETICHE

Non è difficile, né azzardato, dichiarare Fernando Pessoa (1888-1935) una tra le figure letterarie (e filosofiche) più rivelatorie della modernità, nonostante in vita egli abbia pubblicato solo tre composizioni poetiche: i 35 Sonetti e Antinous (1918), in inglese e stampate a proprie spese a Lisbona, ed i 44 poemi in portoghese di Mensagem (il cui primo titolo era Portugal), del 1934, un anno prima della morte, ma la cui elaborazione era iniziata nel 1910. In vita scriverà anche su varie riviste portoghesi, ma la gran parte della sua opera la riservò ad «un baule pieno di gente» in cui ci ha lasciato oltre 25.000 manoscritti inediti!

Nato a Lisbona, il 13 giugno del 1888, Fernando Pessoa perse il padre, all’età di 5 anni, a causa della tubercolosi. La madre si risposò, il 30 dicembre 1895, con un ufficiale della marina nominato console portoghese a Durban, in Sudafrica, dove si trasferirono e Fernando vi frequentò le scuole fino ai diciassette anni. Il Sudafrica, ove egli trascorse gli anni formativi, era una tumultuosa terra di confine dell’Impero britannico ed il giovane Pessoa assistette, praticamente dalle finestre di casa, allo svolgersi dell’ultima guerra anglo-boera, così come alle varie tensioni razziali; un aneddoto è quello secondo cui il giovane avvocato Mohandas Karamchand Gandhi (nella foto sotto) aveva il suo ufficio a pochi isolati dalla casa in cui abitava il piccolo Fernando.

Sarà nel 1905, a bordo del piroscafo a vapore tedesco Herzog, che Fernando ritornerà da solo in Portogallo per avviare gli studi di letteratura all’università di Lisbona in un momento a sua volta particolarmente turbolento per il Paese. Fernando, però, non reggerà il clima universitario e, nel 1907, prendendo a pretesto una protesta studentesca, abbandonerà definitivamente gli studi accademici impiegando la piccola eredità di una zia per avviare la tipografia Ybis che chiuderà i battenti dopo pochi mesi.

Da quel momento Pessoa si guadagnerà da vivere in qualità di corrispondente in lingue estere, in particolare inglese e francese. Alla morte del poeta, avvenuta il 30 novembre 1935 all’ospedale São Luís di Lisbona, a causa di una crisi epatica all’età di appena 47 anni, il necrologio nel Diário de Lisboa riportava che egli «morì in silenzio».

Sarà a partire dal 1942 che le Edições Ática di Lisbona inizieranno la pubblicazione degli scritti custoditi nella cassapanca piena di manoscritti. La prima traduzione dei testi di Pessoa in Italia arriverà soltanto nel 1967 con una piccola antologia a bassa tiratura dal titolo: Poesie di Fernando Pessoa. Cronistoria della vita e delle opere, pubblicata da Lerici e curata dal prof. Panaresi, il primo traduttore di Pessoa in lingua italiana. Luigi Panaresi (nella foto sotto) scoprì Pessoa proprio quando gli scritti del misterioso poeta iniziarono ad essere pubblicati in Portogallo poiché, nel 1940, gli era stato assegnato un incarico all’Istituto Italiano di Cultura di Oporto cui seguì il lettorato d’italiano nell’università e la direzione dell’Istituto di Cultura a Coimbra. Fu grazie a quest’incontro fortuito nel mezzo della guerra che la prima traduzione di Pessoa arrivò in Italia alla fine degli anni ’60, dovendo però attendere ancora molti anni prima di una maggior diffusione dei suoi scritti in italiano.

Fernando Pessoa è un poeta immenso, una tra le maggiori figure letterarie del ‘900 che visse quasi del tutto anonimo al suo tempo, nonostante sia oggi impossibile recarsi a Lisbona senza imbattersi in una sua immagine o una frase vergata su qualche muro della città. Il linguista Roman Jakobson, nel saggio Les Oxymores dialectiques de Fernando Pessoa, scritto in collaborazione con Luciana Stegagno Picchio, pubblicato nel 1968 sulla rivista Langages ed oggi contenuto nei Selected Writings, dichiarava senza mezzi termini: «Il nome di Fernando Pessoa esige di venir incluso nella lista dei grandi artisti mondiali nati nel corso degli anni Ottanta [dell’Ottocento]: Stravinskij, Picasso, Joyce, Braque, Chiebnikov, Le Courbusier». Dalla dichiarazione entusiasta di Jakobson persino il cinema si è appropriato di questa grande figura letteraria e la poesia di Pessoa è stata il nume tutelare dietro Lisbon Story (1994), il capolavoro del regista Wim Wenders.

In soli 47 anni di esistenza terrena Fernando Pessoa ha creato un’opera colossale, un castello concettuale sorretto da una cultura enciclopedica che si estende dalla poesia alla letteratura fino a giungere alle pagine di un’originalissima filosofia che si avventura per sentieri inesplorati attraverso la riflessione su concetti che il poeta portoghese vivifica ogni volta sotto una luce sempre nuova. Uno tra gli elementi spesso menzionati a proposito della sua opera è l’eteronomia: è stato detto che Pessoa è «o poeta dos heterônimos, il poeta degli eteronimi» i quali non sono, come si potrebbe credere in apparenza, dei semplici pseudonimi.

Pessoa scrisse opere molteplici, utilizzando decine di personalità alternative con stili e caratteri autenticamente distinti dall’autore, quasi uno sdoppiamento di personalità con tutta la legittimità ed autonomia letteraria per ogni diverso eteronimo da Álvaro de Campos, uno dei principali, fino ad Alberto Caeiro o all’immaginario antifascista italiano Giovanni B. Angioletti e persino una diciannovenne di nome Maria José affetta da tubercolosi ed artrite. Ogni eteronimo è dotato di una propria autonomia concettuale e letteraria come se si trattasse di vere e proprie personalità diverse coabitanti nella stessa persona e, incidentalmente, il nome Pessoa significa, in portoghese, proprio «persona» e su questa coincidenza il nostro Luigi Pirandello avrebbe forse avuto molto da aggiungere.

Fernando Pessoa può esser facilmente sezionato perché è proprio così che egli si è intenzionalmente offerto al lettore. Nessuno, nella storia della letteratura, era mai riuscito a portare questa molteplicità psicologica a questi estremi avventurandosi talmente in profondità nel terreno dell’infinita plasticità della psiche umana. Pessoa trova nel proprio animo individuale talmente tante voci da riempire un villaggio intero ed anche José Saramago rimarrà così affascinato dall’opera di Fernando Pessoa da prenderne in prestito uno degli eteronimi che diviene il personaggio principale del libro L’anno della morte di Ricardo Reis (1984) pubblicato quattro anni prima che gli conferissero il Nobel per la letteratura.

La scrittura di Pessoa è talmente ricca che non basta una sola personalità per esprimerne le innumerevoli sfaccettature. Pessoa contiene lampi che colgono il lettore: «Às vezes ouço passar o vento; e só de ouvir o vento passar, vale a pena ter nascido. A volte sento il vento che passa; e solo per sentire il vento che passa vale la pena di essere nati». Egli utilizza, poi, tutti quei temi e soggetti che, per molti versi si possono associare agli autori neolatini: il sogno, il tramonto, il vento, il mare e non, come si potrebbe erroneamente credere, in un loro uso banale com’è nei poeti dilettanti. Pessoa riesce a prendere un tema difficile come, ad esempio, il sogno e scrivere: «o homem é do tamanho do seu sonho, l’essere umano ha la dimensione del suo sogno», aprendo, con una semplicità disarmante che potrebbe qui ricordare Guido Gozzano (nella foto sotto), la relazione del sogno a quella della grandezza dell’umano.

Il segreto di Pessoa è letteralmente sparso tra le sue tante personalità, ma il suo opus majus è O Livro do Desassossego, Il libro dell’inquietudine, un lungo e straordinario monologo di Bernardo Soares sulla vita mentre la contempla scorrere dalla finestra del suo ufficio. Fondamentale, tra gli altri, anche il suo Faust in cui dichiara che l’intelligenza vuol comprendere la vita, ma questa non le risponde ed è in questo silenzio che risiede la sconfitta del pensiero di fronte al mondo. L’inintelligenza, però, si pone sempre di fronte all’intelligenza con un arrogante sguardo di sfida o con indifferenza, sfoggiando il proprio «sapere» da cui deriva il rumore del mondo, l’agire unicamente pratico, tecnocratico, certo e distruttivo.

L’intelligenza finisce così per rifiutare il mondo, proprio come farà Pessoa, poiché questo non le risponde, né le assomiglia, anzi la respinge con una violenza sempre maggiore, facendo in modo che, tra le contorsioni del vivere, solo l’inintelligenza possa restare a galla. Il destino è, poi, sempre avverso all’intelligenza, poiché questa rifiuta l’autocompiacimento egotico ed i tozzi di pane dell’autolatria e dell’immatura soddisfazione di sé. L’intelligenza è sempre critica, dubitativa, incerta e non si lascia trascinare dai vortici della volontà di potenza che, alla fine, perseguono tutt’al più i fini della specie e non dell’individuo. Se l’inintelligenza è un carattere della specie, l’intelligenza è allora il tratto precipuo dell’individuo.

Il cattivo poeta ti racconta la sua vita, il grande autore racconta invece della vita attraverso la sua esperienza, cogliendo in tal modo l’universale nel particolare, mostrando come ogni essere umano è anche, implicitamente, tutti gli esseri umani: «quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» reciterà il noto passo in Matteo. L’individuo è allora, anche secondo la teologia, particolare ed universale allo stesso tempo e questo sarà, nell’Occidente democratico, anche un fondamento giuridico con il quale è stato ribadito che il soggetto non può essere violato in nome di un ipotetico «collettivo» in quanto è l’individuo che determina la collettività, mentre nei regimi totalitari è la collettività a determinare l’individuo oppure a schiacciarlo se non si adegua.

Le parole di Gesù vanno chiaramente nella direzione contraria: quand’anche venisse schiacciato un solo individuo, uno dei minimi (ἐλάχιστος), quest’atto sarebbe una colpa contro l’universalità del divino in cui, teologicamente, risiede la dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza. Quando, poi, l’Evangelo secondo Giovanni affermerà perentorio: «poiché Iddio ha tanto amato il mondo…» reitererà, anche qui, la relazione tra l’universalità del divino e l’universalità dell’umano – non a caso καϑολικός significa, per l’appunto, «universale». L’Onnipotente non ha certo «amato il mondo» per le sue rocce o per i suoi crepacci, ma perché in questo esiste la vita che è, per il testo biblico, quanto di più vicino al divino si possa conoscere, allora qualunque autore che ci indirizzi, anche letterariamente, alla relazione del particolare con l’universale, sta nuovamente ricalcando quella possente dichiarazione originaria secondo cui l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza del divino ed è per questo che può contenere l’universale nel particolare.

Certi scrittori come Pessoa, Kafka o Borges sono, poi, anche filosofi celati sotto il manto della poesia o della narrativa perché sembra che ti raccontino della loro vita – ed i cattivi lettori ci cascano – e invece ti stanno raccontando della vita più profonda della quale siamo tutti partecipi e che, dunque, interessa ad ognuno.

 

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