Quanto poco comprendiamo della vita consacrata!

Quanto poco comprendiamo della vita consacrata!

di Anna Raisa Favale

CHIUNQUE PENSI CHE LA VITA CONSACRATA – COMPRESA QUELLA DI CLAUSURA – SIA POCO CONNESSA COL MONDO NE HA UNA VISIONE ERRONEA D PARZIALE

Immaginate di non possedere nulla. Poi immaginate di essere sposati con qualcuno di speciale, che vi ama davvero d’infinito, ma a cui avete dato tutto, totale libertà, in sottomissione. Che ha scelto per voi la vostra casa e tutto ciò che contiene, fino al dettaglio: il letto dove dormite, la lampada che usate per leggere; e poi, il paese dove abitate, il cibo che mangiate tutti i giorni, finanche l’abito che indossate. Ogni abito, per ogni giorno, per ogni anno.

Immaginate di non avere quasi la minima possibilità di scelta, in tutto questo. Di vivere in completa dipendenza e accettazione della sua volontà. Poi immaginate che i giorni della settimana non esistano esattamente per come li conoscete. Che l’occupazione in cui spendete la maggior parte del tempo, tutti i giorni, non abbia propriamente giorni feriali e festivi. Che non siate voi a decidere quanto riposarvi e quando lavorare. Come se non solo aveste uno sposo che sceglie tutto per voi, ma anche un datore di lavoro che ha il “potere” di chiedervi sempre quello che pensa sia meglio, e come e quando pensa che lo sia.

Pensate di aver completamente lasciato alle spalle la vita precedente e di aver preso un aereo non per un altro continente, ma per un altro pianeta. E non solo in termini del paese dove vivevate, o del lavoro che facevate. Pensatelo nelle piccole cose. Se siete donne, pensate che non userete più del trucco, o un tacco, o delle lenti a contatto fino alla fine della vostra vita – neanche per matrimoni o feste – e che forse non indosserete neanche più un costume per andare al mare, e che non sapete neanche se ci andrete, più, al mare, nella vostra vita.

Se siete uomini, immaginate che non disporrete mai più di una sicurezza materiale che sia vostra, che non guiderete mai la macchina che pensavate di sognare, che il vostro corpo ingrasserà, o dimagrirà, e che andrà bene così, perché non vi appartiene più.

E poi pensate di fare tutto questo per un amore grandissimo, immenso, ma per qualcuno che non avete mai visto, per un corpo che non potete toccare, per uno sguardo che, sebbene vividissimo nel cuore, non vedrete mai con gli occhi del corpo.

Pensate a tutto questo, e avrete un’immagine sbiadita e lontana di solo alcune peculiarità concrete della vita consacrata in una scelta di vita religiosa. Non so se a qualcuno di voi che legge sia mai capitato di trascorrere un periodo di tempo quotidiano e consistente insieme a frati, sacerdoti o suore. A me é capitato, in Missione. Quasi 3 mesi di vita quotidiana con loro, in un convento al Nord del Messico.

Io vivevo in una piccola casa separata, ma il convento delle suore da una parte, e il monastero dei frati dall’altra, mi erano a pochi metri. Con loro condividevo tutte le ore di preghiera, in parte quelle di missione, e li ho osservati ogni giorno, per mesi: li ho visti sempre in movimento, rispondere ai bisogni di tutti – gente che in lacrime veniva al convento a tutte le ore del giorno e a volte anche della notte – e poi  correre, spesso, nei loro abiti lunghi, per accogliere richieste d’aiuto, e poi tornare in preghiera, quando devono, alla fonte dell’amore e della vita, quella senza cui non potrebbero far niente.

Non si può avere 10 minuti di conversazione con loro che il telefono squilla e dall’altra parte c’é qualcuno che grida, soffre, piange, e loro lì, sempre presenti, sempre pronti. Il convento delle suore ha una campana, chiunque abbia bisogno arriva, la suona, e qualcuno accorre. Sono madri in lacrime, donne in cerca di una parola sola; ma anche uomini e ragazzi: é un intero micro mondo di persone, che passa da qui, e osservarlo é osservare la vita che scorre in un modo di cui non siamo consapevoli. Chiunque pensi che la vita consacrata – finanche quella di clausura – sia poco connessa col mondo fuori, ne ha una visione erronea ed estremamente parziale.

Il giardino che ospita il Convento resta aperto anche nelle ore notturne, e se qualcuno vuol pregare con Gesù, non ci sono chiavi a chiudere il Santissimo. Si gira una vite e si é difronte al Signore dell’amore, nel buio e nella pace della notte. E questo esemplifica abbastanza il senso della vita consacrata: scegliendo di farsi tutt’uno con l’amato, e dedicandosi ad elevarsi sempre, per somigliarGli sempre più, anche loro, notte e giorno, sono potenzialmente sempre pronti, sempre disponibili, per gli altri, che é Gesù.

Non ho mai visto degli uomini più umili e più dolci di questa fraternità di frati. Credo che fosse uno dei carismi del padre fondatore, che l’ha impresso in qualche modo nella sua missione, così che chi si sente chiamato tra di loro, lo erediti.

Le suore sono diverse, é bello osservarle nella quotidianità. Sono scherzose, giocose, si prendono in giro. A volte mi hanno invitato a cenare con loro – potevo farlo essendo donne – ed era interessante osservare come in maniera diversa il carisma si esprima, tra uomini e donne. I frati sono dolcissimi e sembrano gareggiare a chi si pone con più mitezza. Le suore sono spiritose e pervase di un’energia misteriosissima, gareggiando a chi sorride di più.

E’ stato un grande dono condividere del tempo con un ordine così da vicino, mentre nel frattempo lavoravo in missione. Per me, che non potrei vivere una vita di preghiera chiusa nelle mura di un convento, ma neanche una vita missionaria priva di preghiera, é stata la combinazione perfetta, ed é stato esemplare quanto ho visto in questi mesi.

Quanti, per cultura, sono cattolici ma spesso non per scelta fino in fondo consapevole, pensano o hanno pensato al consacrato come al solo Sacerdote che dice Messa, la Domenica, nei nostri paesi, o magari alle suore scorbutiche che talvolta ci hanno educato da piccoli? Nel migliore dei casi, qualcuno ha avuto esperienza dei frati francescani – magari chi é nato più vicino ad Assisi o a quell’aerea geografica, o che per esperienze particolari –  gli Scout, la Gi.Fra. – li ha conosciuti più da vicino. Quanto poco comprendiamo della vita consacrata!

Vivere con loro, con chi ha donato interamente – senza lasciare niente per sé – la vita a Cristo, sconvolge dentro, e spinge a interrogarsi sulla radicalità di questa scelta e sulla sua bellezza, quella che da laici troppo spesso non capiamo, addirittura critichiamo, da superficiali, ignorando la grandezza e la straordinarietà.

Pensateci, a vivere in quella radicalità. Sembrerà impossibile. Loro dicono sempre che l’impulso alla vita consacrata viene dallo Spirito Santo, che non sarebbe possibile senza di Lui, e non é difficile da credere. Viene anche difficile, da credere, come quello che possa essere stato un impulso iniziale, continui a manifestarsi ogni giorno nella vita di chi ha fatto questa scelta, e di quanto lo Spirito debba soffiare forte tra le mura di un convento.

Sicuramente avrete assistito a un matrimonio. Ma avete mai assistito a una cerimonia di vestizione, o di presa di voti? Ho partecipato a matrimoni estremamente commoventi, ma la bellezza delle cerimonie di consacrazione non é umana, trascende la realtà concreta delle cose attorno, della stessa Chiesa, di ogni altro dettaglio materiale che non é che un contorno sbiadito intorno a un centro che brilla di luce propria.

L’uomo prima si stende, difronte all’altare, con le braccia aperte come sulla croce; poi si alza, lo si spoglia del suo abito corrente – se é una giacca, o altro – e lo si veste del saio dell’ordine. In quel momento, proclama i suoi voti e l’ordine lo accoglie con sé.

Non ci sono bei vestiti, fiori, luci, neanche la bellezza di due corpi umani che si guardano con le lacrime negli occhi ed un amore che é anche quello trascendente, ma il pensiero che quell’uomo stia abbandonando tutto, in quel preciso istante, ogni cosa fino a quel momento appartenuta, materiale o dello spirito, emotiva o concreta, una professione, desideri, volontà e istinti, per sempre e per Cristo, é una consapevolezza di un’altezza tale che per un momento si perde l’equilibrio, e naturalmente spinge a interrogarsi su qualsiasi altra scelta di vita, fino a porsi la domanda: non dovrebbe essere questo, anche il matrimonio umano, giorno dopo giorno? In un levigarsi – nella vita e nell’ anima, attraverso, in questo caso, il sottostare alla fatica di uno scalpello duro, piccolo, scomodo, come quello della vicinanza a un’anima umana ed imperfetta, tutti i giorni, ma che tutti i giorni é anche lo strumento che ci forma nel nostro essere migliori e che ci rende infine santi?

La vita consacrata é un matrimonio con Cristo. Allo stesso modo, il matrimonio in Cristo, é una consacrazione. Davanti all’altare si fanno dei voti, e ci si promette amore eterno, insieme al volontario dono della propria vita in ogni aspetto. Ma anche nei matrimoni più alti e radicali, in cui per amore di Dio e dell’altro si sceglie di vivere con accettazione totale di quello che verrà, e si dà tutto di sé, senza piu manie di controllo, con la reale volontà di sacrificarsi e morire a sé stessi per amore, quel “tutto” non include il vestito che indossiamo tutti i giorni, o la casa in cui vivremo. Eppure – lanciando una provocazione – perché no?…

Se nel matrimonio cristiano, l’uomo é Cristo che dà la vita per la sposa, e la sposa é la Chiesa che gli sta sottomessa e accetta di essere da Lui guidata, perché i matrimoni tra uomo e donna somigliano cosi poco ai matrimoni tra Cristo e i suoi consacrati? La libertà allo sposo di scegliere sempre e qualsiasi cosa indosseremo sembra una radicalità non necessaria – nonostante conosca uomini che trovano un grande piacere nel comprare gli abiti per le proprie donne – ma quantomeno il resto, nelle cose più importanti? La casa dove andremo a vivere, finanche il paese. E l’uomo, al tempo stesso, di accettare di essere guidato, spiritualmente, dalla donna, di rinunciare a dei modi di fare, di agire, di pensare, a delle abitudini che prima erano il pane quotidiano, alla vita passata, per amore e consacrazione a lei?

Dio é perfetto, ci ama con amore perfetto, e possiamo essere assolutamente certi che tutto quello che ci chiede di fare sia per inviarci in Paradiso. Del proprio sposo o della propria sposa di questo non si può esser certi, perché siamo tutti peccatori e non sarebbe saggio non sottoporre a preghiera e vaglio le decisioni più importanti della vita. Ed é per questo che per consacrarsi l’un l’altro, ci si deve prima individualmente consacrare a Dio, il primo grande sacerdote che rende possibile un’unione umana e divina insieme. Porre tutta la vita nelle Sue mani, scegliere di fare solo quello che a Lui piace, quello che Lui vuole, e poi porre la propria vita a servizio dello sposo o della sposa.

Ma non avete anche voi la sensazione che Cristo ci chieda di più, nella vita, che ci chieda tutto, ma solo per darci tutto? E che anche fra cristiani, di cosa sia il matrimonio, dovremmo dirlo con più forza e gridarlo da ogni chiesa: che é una consacrazione.

Non c’é un meglio o peggio, sono vocazioni diverse a cui ognuno é chiamato nella propria unicità, ma riflettere più in profondità sulla bellezza della vita consacrata, di riflesso fa chiedersi come fare, da laici, a imparare da quella bellezza, da quell’amore cosi totale che da tutto in mano all’altro, e si fida ciecamente, senza mai venire meno.

Non lo so. Come dicono i sacerdoti per primi: é impossibile senza lo Spirito Santo. La consacrazione é impossibile: a Dio, o allo sposo o alla sposa, ugualmente in Dio, senza la grazia di Dio.

Ma se non ci consacriamo – nella vita consacrata o in un matrimonio – ho la vertigine di pensare che non staremo mai vivendo fino in fondo, che non staremo assaporando la vita quanto potremmo, nel dolore e nella gioia, ma pur sempre nella radicalità di una scelta che non ammette vie di mezzo, tiepidità del cuore o scelte a tempo determinato. E ancora di più, che non ammette e non tiene niente per sé. Dare tutto, darsi tutti. Perché? Perché é solo quando smettiamo di vivere, che Cristo puo’ iniziare a vivere Lui, in noi. Perché per trovarlo, dobbiamo perdere noi stessi, perché riceviamo la Sua vita solo quando perdiamo la nostra.

E non posso evitare di affermare quello che al mio cuore sembra di sapere senza nessun dubbio e con forza: consacrarsi é quello per cui siamo stati creati, la vetta più alta dell’anima, e la paura che in parte la precede o le cammina accanto, é la naturale risposta umana ad un’azione di grande coraggio, ma anche necessaria e imprescindibile alla donazione di un potere grande, che ci viene dato come in cambio: un potere che apre le porte di un mondo al quale non avremmo accesso, altrimenti.

Un mondo in cui si sperimenta un po’ più da vicino la natura di Cristo, e si cammina un po’ più nella grazia del paradiso, e che ci rende un un po’ più profondamente uomini, e un po’ più santi, se vogliamo. Sicuramente più felici, che ci eleva ad altezze insperate, che ci solleva da terra e che ci fa toccare il cielo, e capire che la vita é tanto più di quello che pensiamo di sapere, di capire. E che non ci fa vivere invano, soffrire invano, amare invano. E che avrà dato senso a tutto. Anche nel buio, anche sulla croce.

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