Gender, il card. Zuppi: «È saltata completamente l’idea del limite»

di Andrea Rossi

ESSERE CHIESA OGGI: UNA RIFLESSIONE SULL’INTERVISTA ALL’OSSERVATORE ROMANO DEL CARDINALE MATTEO MARIA ZUPPI, PRESIDENTE DELLA CEI

Spesso anche fra i credenti e praticanti (non solo fra i cosiddetti “cattolici adulti”) è invalsa la pratica di giudicare per sentito dire, senza documentarsi e senza oggettività, solo perché “tutti dicono così”.

Il card. Matteo Maria Zuppi, attuale presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), è dipinto spesso e a parer nostro a torto, come un “progressista”, affossatore di tutto ciò che è la Tradizione della Chiesa. In realtà, riprendendo i temi dell’intervista rilasciata all’Osservatore Romano il 3 settembre scorso emergono numerosi aspetti di riflessione per tutti coloro che si riconoscono nell’autentica dottrina della Fede, a partire dal titolo stesso della conversazione con il direttore Andrea Monda: “La Chiesa sia accogliente non giudicante, comunichi l’Amore”.

Il Presidente della CEI, correttamente, sostiene che la secolarizzazione della società non è un problema attuale, ma, ormai, col passare dei decenni è diventata una questione antica, endemica, alla quale occorre fare fronte con nuovi strumenti di dialogo: «il tema è quello di saper accogliere le domande che oggi ci pone l’uomo secolarizzato, l’uomo psicologizzato, l’uomo che ha subito profonde e rapide mutazioni antropologiche. Molti di noi continuano a coltivare qualche nostalgia della “cristianità”, anche perché sono cresciuti e formati – religiosamente e civilmente – nell’idea di cristianità. Così rischiamo sempre di tornare a una logica di controllo, di numeri, di presenze, di rapporti di forza. Benedetto XVI parlava profeticamente di una “minoranza creativa” e Papa Francesco sviluppa ulteriormente parlando con tutti, facendoci capire che tutti ci appartengono».

Questo il primo punto su cui riflettere: siamo minoranza, ma assieme dobbiamo essere capaci di parlare con tutti, anche con chi è lontano da noi, pure se costa fatica e spesso delusione.

Proprio su questa lontananza che i credenti avvertono quotidianamente, il card. Zuppi offre un punto di vista originale: «pensiamo alle questioni riguardanti i generi e la loro fluidità. Temi sui quali fatichiamo perché ci troviamo innanzi non più un’alterità di pensiero, una contrapposizione, ma un comune sentire, e una conseguente pratica. È saltata completamente l’idea del limite, l’idea che non ti evolvi se non moltiplicando le esperienze, sperimentando tutto e cambiando a piacimento le interpretazioni del reale. Lo stesso vale per le modifiche antropologiche derivate all’uomo digitale. Ma non possiamo certo limitarci a una sfilza di “no”. Dobbiamo piuttosto impegnarci a costruire il profilo attuale del cristiano, cioè dell’uomo evangelico, che è quello di sempre ma che deve parlare all’uomo di oggi». E questa è una seconda lezione di grande importanza, che dimostra come Zuppi, a differenza di alcuni “preti rivoluzionari” post-conciliari non abbia minimamente intenzione di andare ad aggiustare il Catechismo della Chiesa Cattolica per assecondare la società. Occorre invece impegnarci ad andare oltre ai “no”, spiegando le ragioni del cristiano e riuscendo così a parlare “all’uomo di oggi”. Impresa non facile, faticosa e dura, ma necessaria.

Il Cardinale poi prosegue sul tema: «ricordiamo il giudizio che don Luigi Giussani dette di Pier Paolo Pasolini. Due mondi di provenienza che più lontani non si può immaginare. Eppure Giussani non ebbe esitazioni ad accogliere e ad appassionarsi del pensiero di Pasolini, fino ad attribuirgli il ruolo di maestro. Occorre avere sempre un atteggiamento accogliente e non giudicante, mentre veniamo spesso etichettati come aprioristicamente giudicanti, anche quando magari non lo siamo. Ma perché veniamo considerati giudicanti? Intanto perché, diciamolo, troppo spesso abbiamo un’ossessione a giudicare, perché sentiamo che se non lo facessimo non adempiremmo al nostro ruolo. C’è dentro di noi uno zelo che ci porta a difendere la trincea della verità. Pensiamo che questo sia il nostro essenziale compito e che questo significhi seguire il Vangelo. Ma non è così. Perché certo il Vangelo è la verità ma è ben diverso dall’atteggiamento farisaico, il quale comunica la Legge, mentre a noi il Vangelo chiede di comunicare l’Amore».

Questa terza riflessione parla a tutti noi: quanto spesso abbiamo l’attitudine a sentirci “in trincea per la verità” per adempiere al nostro ruolo di cristiani? Anche in questo caso si tratta di processi faticosi, ma usare la misericordia, l’ascolto non giudicante e, per i pastori, l’attenzione al proprio gregge, non è un cedimento alla mondanità, ma una trasformazione necessaria. Imparare una comunicazione efficace non è soltanto un obiettivo per chi si occupa di marketing ma uno strumento indispensabile per chiunque “pratichi” il Vangelo.

Per concludere un accenno importante e non banale ai valori morali della società odierna: «Occorre franchezza: se sui temi etici il mondo va da un’altra parte vuol dire certo che non dobbiamo omologarci o dire quello che il mondo vuole sentirsi dire ma sapere dire le verità di sempre nella cultura o nelle categorie di oggi. Questa è la sfida ed è tutt’altro che cedevolezza ma responsabilità, altrimenti ripetiamo una verità diventata dura da accettare. Pensiamo al discorso sulla famiglia: non abbiamo ancora saputo fare qualcosa di meglio di quanto proposto dalla secolarizzazione. Paolo VI e Don Primo Mazzolari lo dicevano già ai loro tempi: tanti sono lontani e il problema non sono loro, siamo noi.  C’è in loro una domanda, implicita, di una Chiesa più evangelica, più madre e per questo esigente e coinvolgente, che non fa la matrigna e dice: “Te lo avevo detto io».

Il passaggio riferito alla necessità di “non omologarci e non dire quello che il mondo vuole sentirsi dire” andrebbe sottolineato, a beneficio di tanti cattolici, laici e sacerdoti, che evidentemente non ricordano i principi fondamentali o volutamente li confondono. Il card. Zuppi dice altro: occorre “saper dire” la Verità. In una Chiesa che deve essere tutt’altro che cedevole ma “esigente e coinvolgente”.

Appare quindi necessario un cambio di passo nel modo di comunicare la Fede in una stagione non facile per il mondo cattolico. Ma si tratta di un cambiamento necessario e indispensabile per renderci utili nel testimoniare la Verità.

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Caritas in VERITATE, ha scritto qualcuno.
Sul secondo punto Zuppi spesso zoppica (o zuppica!)
Tobia