Il Generale Bertolini: “Ecco cosa sta insegnando all’Italia la guerra in Ucraina”

di Pietro Licciardi

ESERCITO DI LEVA, SPESA MILITARE E NUOVE RESPONSABILITA’ PER L’ITALIA. A COLLOQUIO COL GENERALE MARCO BERTOLINI 

Dopo aver intervistato il generale Marco Bertolini, che ha comandato la Brigata paracadutisti Folgore, svolto numerose missioni all’estero con funzioni di comando e ricoperto diversi incarichi in ambito Nato, sul futuro dell’alleanza atlantica nei nuovi scenari internazionali che si stanno aprendo con il conflitto russo-ucraino, oggi lo abbiamo interpellato su quelle che dovrebbero essere le nuove responsabilità dell’Italia, in ambito geopolitico e militare.

L’Italia, tra non poche polemiche, ha votato per portare la spesa per la difesa al 2% del Pil. L’attuale conflitto russo-ucraino sta dimostrando che in caso di un confronto tra eserciti moderni soldati e armi si “consumano” ad un ritmo impressionante. Ciò che gli Stati maggiori stanno apprendendo come influirà sugli assetti futuri della difesa in Italia e negli altri Paesi Nato?

«Gli stati maggiori non stanno apprendendo niente per il semplice motivo che lo hanno sempre saputo. E lo hanno sempre detto. Non hanno però mai trovato chi li ascoltasse o forse hanno avuto troppe remore a farlo presente ma è certo che in Italia non c’è mai stata attenzione nei confronti delle Forze armate. L’esigenza del 2% le Forze armate l’hanno sempre sentita perché fino ad oggi il grosso della spesa era per lo più assorbito dalle spese incomprimibili del personale. Non è infatti pensabile sacrificare i legittimi interessi, peraltro da contratto, del militare perché non ci sono soldi e così si finiva per ridurre le spese di addestramento e investimento. L’addestramento è fondamentale perché le Forze armate non servono a fare la guerra ma a prepararsi a farla sperando di non farla mai. Per questo però bisogna sparare, arrampicarsi in montagna, volare… Tutte cose che costano e che spesso non potevamo fare, magari anche impediti dai sindaci, perché i carri armati fanno rumore o le servitù militari danno fastidio, anche se hanno salvato grandi porzioni di territorio dalla cementificazione. In Ucraina si stanno sparando centinaia di migliaia di colpi di artiglieria ma i proiettili e i missili non crescono sugli alberi; per farli ci vogliono soldi. Forse l’unico aspetto positivo dell’attuale situazione è che siccome la paura fa 90 si riesce a far passare l’idea che le Forze armate devono avere almeno il 2% del Pil. Ma questa è anche una dimostrazione di ipocrisia perché solo quando ne abbiamo bisogno ci pieghiamo di fronte alla realtà. Tra l’altro la guerra in corso è aperta a tutto e se malauguratamente si arrivasse al peggio non possiamo dire ai tedeschi o ai francesi: andate voi. In prima linea ci siamo anche noi italiani e senza uno strumento adeguato andrà molto male».

L’onorevole Salvini sembra favorevole al ripristino del servizio di leva. Secondo lei è una ipotesi utile, fattibile e a quali condizioni?

«Diciamo che condivido della proposta una motivazione di carattere educativo. E’ vero che le Forze armate non devono sostituire nell’educazione la scuola e la famiglia per raddrizzare una gioventù che ormai ha bisogno di essere raddrizzata; però è vero che sapere che si è in debito nei confronti del proprio paese di un anno della vita ha fatto si che generazioni di italiani sentissero un dovere nei confronti della collettività. Se oggi i doveri sono stati dimenticati, sostituiti dai diritti, anche i più fantasiosi e assurdi, forse è anche a causa della caduta educativa che le Forze armate, ma non solo, hanno smesso di contrastare. Dovremmo poter nuovamente iniettare nei giovani la consapevolezza che loro devono qualcosa alla società, la quale non è semplicemente la mammella alla quale attaccarsi per succhiare diritti ma che anche a loro si chiede un sacrificio per il bene comune. Tuttavia da un punto di vista operativo non possiamo fare a meno di un esercito professionale, considerata la complessità degli strumenti e delle armi a disposizione che non possono certo essere usati da un militare con appena dodici mesi di leva. I professionisti però devono essere giovani, perché un fuciliere o il portamunizioni sono ruoli per gente giovane e non certo per un cinquantenne o magari sessantenne, se i soldati dovessero andare in pensione come gli altri statali. La leva potrebbe semmai risolvere un problema importante: costituire una riserva, che non abbiamo più. La riserva infatti si costituisce con chi esce dalla forza armata ma se si deve rimanere fino alla pensione, ai pochi che escono tocca non un fucile ma un bastone da passeggio. E comunque per avere un servizio di leva occorre anche tutto un apparato, dai distretti militari agli ospedali militari sul territorio, che ormai è stato smantellato e che sarebbe costoso ricostituire».

La coesione Europea sta scricchiolando. In caso di forte indebolimento dell’Unione con quali paesi l’Italia si dovrà confrontare per non diventare marginale sul piano internazionale? E anche per difendere le sempre più preziose riserve energetiche, come i giacimenti di gas in Adriatico…

«Ha già nominato alcuni paesi coi quali ci dovremmo confrontare. Ad esempio la Croazia, che continua ad estrarre gas dall’Adriatico e forse anche dalla nostra zona economica esclusiva. Ci sono anche giacimenti in Libia. Ci dovremmo confrontare non so quanto amichevolmente anche con la Turchia che adesso si è insediata in quel Paese. L’Unione europea è la grande assente di questa fase storica e i suoi paesi membri ormai hanno come riferimenti gli Stati Uniti e la Nato; però resta il fatto che siamo noi a pagare quello che sta succedendo e parecchi paesi si stanno smarcando facendo leva sulla loro forza. Noi italiani siamo costretti o a trovare altri fornitori o a rigassificare gas che viene chissà da dove obbedendo alle leggi di mercato, per cui se una nave deve arrivare in Sicilia ce la possiamo ritrovare in Germania perché durante il percorso è stato proposto all’armatore un prezzo migliore. E’ una situazione che non ci fa comodo e che intaccherà il nostro stile di vita, il quale non è più un diritto acquisito. Ma quale sarà il punto di arrivo di questa situazione? Se sarà una nuova cortina di ferro europea credo che ci andremmo a perdere tutti quanti».

Sembra di capire che comunque vada uno strumento militare un po’ più efficiente e credibile non farebbe male all’Italia…

«Sarebbe essenziale. L’Italia come dicevo prima si trova al centro del Mediterraneo che non è una mare “peace and love” ma è in continua ebollizione in cui si incrociano navi americane, russe, francesi… nel quale c’è un traffico da Gibilterra a Suez strategico per tutti i paesi del mondo. Per poter galleggiare su questo mare l’Italia deve essere forte politicamente, culturalmente, economicamente e militarmente, se non vuole ridursi a portare le armi degli altri perché c’è poco da fare: quelle attorno a noi sono tutte aree di crisi, dai Balcani, al Nordafrica, al Medio Oriente».

Per concludere un suo parere da professionista sull’attuale offensiva Ucraina. Siamo di fronte ad una vera svolta del conflitto o è l’estremo tentativo ucraino di dimostrare alla Nato e agli americani che ancora possono combattere? I russi da parte loro sono veramente in rotta come sembra?

«Onestamente devo ammettere che non mi aspettavo una controffensiva ucraina così potente nel nord. Mi aspettavo si approfittasse della situazione a Kerson, dove i russi erano in condizione di maggior debolezza. Sorprendente che i russi non avessero informazioni nonostante in Ucraina vivano molti russi e russofoni. Tuttavia io non credo sia possibile una sconfitta russa, ovvero la perdita del Donbass e della Crimea poiché soprattutto qui la Russia si giocherà tutto, anche perché a Sebastopoli ha la flotta del Mar Nero. Non sono neppure convinto che le operazioni si fermeranno in autunno e inverno perché sia i russi che gli ucraini sono abituati a combattere nei mesi più freddi. Probabilmente vedremo la guerra andare avanti chissà per quanto ed è proprio la prospettiva che ci deve preoccupare di più: avere un Afghanistan europeo in Ucraina. Si tratta di una guerra non nostra e dove a mio modesto parere non si doveva entrare, anche peggio se insistessimo nel volerla combattere».

 

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