Ecco il podio della “rivoluzione conservatrice” europea

Ecco il podio della “rivoluzione conservatrice” europea

di Giuseppe Brienza

CON LE ELEZIONI DI OGGI DOVREBBE COMPLETARSI IL “PODIO” SOVRANISTA EUROPEO: FRATELLI D’ITALIA PRIMO PARTITO, “DEMOCRATICI SVEDESI” SECONDI NEL LORO PAESE E “CHEGA!”, IL MOVIMENTO IL CUI LEADER ANDRÉ VENTURA HA PROMESSO LA CONQUISTA DEL GOVERNO DI LISBONA NEL 2026, TERZO IN PORTOGALLO

La “dichiarazione di Princeton” di Ursula Von der Leyen alla vigilia della tornata elettorale che porterà nelle prossime settimane alla probabile formazione di un Governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, conferma che l’Unione europea è divenuta ormai la succursale dell’Internazionale socialista. Interrogata da un cronista che evidenziava come tra i candidati alle elezioni politiche di oggi ci siano «figure vicine a Putin», la presidente della Commissione europea ha infatti risposto: «vedremo il risultato del voto in Italia dopo aver visto quello in Svezia». Una votazione, quest’ultima, che ha visto in effetti la vittoria storica del centrodestra (è la prima volta che accade nella storia del Paese scandinavo da circa un secolo) e, in particolare, dei Democratici svedesi di Jimmie Akesson, premiati alle urne l’11 settembre come secondo partito nazionale. In questi giorni sono in corso a Stoccolma le trattative con l’altro partito conservatore (Moderaterna) che si è affermato con il 19% delle preferenze, capitanato dall’ex ministro della Sicurezza sociale Ulf Kristersson, per costituire quello che Akesson prevede «un nuovo governo stabile e a lungo termine».

Ecco, quindi, perché la von der Leyen mette nello stesso mazzo Svezia e Italia e lancia un avvertimento in quasi stile mafioso: «se le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti, come nel caso di Polonia e Ungheria».

A dare modo ad un’uscita così irrituale e improvvida – soprattutto per gli eurolirici – sono stati i risultati dei Democratici svedesi, accusati di “neonazismo” ma che si sono imposti con il 20,6 per cento delle preferenze in quella che fino a ieri era universalmente presentata come la “patria della socialdemocrazia”.

A seguito di tale vittoria, l’attuale premier svedese Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, ha rassegnato le dimissioni da primo ministro, annunciando di voler continuare a guidare il suo partito all’opposizione del nuovo governo di centrodestra.

Nel contempo Akesson, che ha preso nel 2005 i Democratici svedesi quando erano solo all’1% e li ha epurati dalle frange estreme, ha affermato che il suo partito sarà «una forza costruttiva e trainante» per la ricostruzione della sicurezza sociale e politica della Svezia.

Ci sono in effetti alcune analogie tra l’approccio degli attuali leader della destra in Svezia e in Italia. Anzitutto entrambi hanno scelto di dare un volto proiettato nel futuro ai loro movimenti “storicizzando” il passato. Sia la Meloni sia Akesson hanno sempre evitato quindi i toni nazionalisti, nostalgici o provocatori, puntando piuttosto sul binomio identità-sovranità con un cospicuo investimento di attenzione e programmi sulla difesa dello Stato sociale messo in discussione dal globalismo, dall’immigrazione incontrollata e dalle politiche “contabili” della Commissione europea.

Akesson come la Meloni ha focalizzato la campagna elettorale con polemiche efficaci contro le politiche immigrazioniste della sinistra e dell’Ue, con proposte per la difesa della sicurezza e del potere d’acquisto, in un Paese che sconta come il nostro un’inflazione all’8% e bollette di luce e gas che stanno esplodendo in alcune regioni.

I Democratici svedesi hanno conquistato poi non pochi elettori un tempo socialdemocratici, soprattutto del ceto medio, denunciando l’invasione islamica quale «la più grande minaccia straniera dalla seconda guerra mondiale».

Sullo stesso tono e taglio politico-programmatico di Fratelli d’Italia e dei Democratici svedesi, all’inizio di quest’anno, si è aggiunto nel panorama europeo il movimento sovranista portoghese guidato dall’avvocato André Ventura Chega! (“Basta!”).

Con il 7,15% dei voti alle elezioni politiche dello scorso 30 gennaio, Chega! è balzato improvvisamente al terzo posto nella classifica dei partiti a livello nazionale e, da un solo deputato che aveva nella precedente legislatura, ha ora in Parlamento ben 12 eletti. Ventura, connotato da un orientamento di destra patriottico e anti-Ue simile a quello dell’omologo spagnolo Santiago Abascal, presidente di VOX, è stato “consacrato” dal responso delle urne come polo di attrazione dei consensi provenienti da tutti quei portoghesi conservatori ma delusi dalla scarsa incisività della leadership del Psd, la “derechita cobarde” (piccola destra codarda), come la chiamano quelli di Chega!.

Nel suo intervento all’ultima Assemblea nazionale del movimento, tenutasi domenica scorsa a Batalha, interrotto più volte dagli applausi dei presenti, Ventura ha lanciato la parola d’ordine di portare Chega! al Governo del Paese alle prossime legislative del 2026. Si è conquistato così una percentuale bulgara – il 97,2% – alla mozione di fiducia che ne ha riconfermato la leadership, mantenendo la collocazione europea del partito nel gruppo di Identità e Democrazia (ID) al quale aderiscono, fra gli altri, la Lega e il Rassemblement National.

In definitiva, come hanno riconosciuto anche alcuni politici e giornalisti illuminati di sinistra, chi pensa di annullare le affermazioni di Giorgia Meloni, Jimmy Åkesson e André Ventura, ai quali si potrebbero naturalmente aggiungere le buone prospettive di Marine Le Pen in Francia e Santiago Abascal in Spagna, con il Politicamente corretto, la disinformazione o lo spauracchio continuo commette un grave errore. A tutto vantaggio degli stessi partiti e movimenti sovranisti, come vedremo probabilmente anche questa sera dopo le 23, una volta noti gli esiti delle urne…

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