Il Colibrì: l’incapacità di condurre la propria vita in modo coerente

Il Colibrì: l’incapacità di condurre la propria vita in modo coerente

di Franco Olearo*

L’ULTIMO FILM DI FRANCESCA ARCHIBUGI, ATTUALMENTE NELLE SALE ITALIANE, RACCONTA LA VITA DI UN UOMO INABILE A PRENDERE DECISIONI CHE, IN QUESTO MODO, FA DEL MALE A SÉ STESSO E AGLI ALTRI

Negli anni ’70 Marco conosce al mare Luisa, una sua coetanea di origine francese e se ne innamora ma lei deve presto partire. Il tempo passa, Marco esercita ora la professione di dottore, si sposa con Marina e hanno una figlia, Adele. Un giorno Marco riceve nel suo studio Daniele, lo psicoanalista di Marina che gli rivela lo stato di elevata depressione nella quale versa sua moglie perché sa che lui ama un’altra. Marco confessa di incontrare saltuariamente Luisa, ma non si può parlare di tradimento perché il loro amore è solo platonico…

Questo film di Francesca Archibugi, tratto dal libro omonimo di Sandro Veronesi, copre tutta la vita del protagonista, da quando, bambino cresceva troppo poco e il padre lo sottopose a una cura ormonale fino al 2030, quando è un nonno ormai malato. Anche se il film è corale (i genitori di Marco, suo fratello e sua sorella, sua moglie, sua figlia, sua nipote…) non si tratta della storia di una famiglia nell’arco di settanta anni ma di un protagonista che contempla come dal di fuori la vita che trascorre e le persone che gli stanno davanti senza interferire nelle loro vite, trattando tutti con gentilezza ma proprio per questa sua inazione, finisce per far spesso più male che bene. Proprio come un colibrì che si agita molto ma resta fermo sul posto.  Francesca Archibugi, qui anche sceneggiatrice, conferma la sua bravura nel dirigere gli attori con una particolare preferenza per i più piccoli e per disegnare gli ambienti raffinati in cui vive una famiglia agiata. Ma ci sono dei problemi proprio nella trasposizione sullo schermo di un racconto così ampio e complesso (il film dura due ore) e che dovrebbe quindi stimolare riflessioni sul tempo che passa e sul destino dei personaggi. Non ci troviamo di fronte a La meglio Gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, dove le vicende di una famiglia sono il pretesto per raccontare quarant’anni di storia italiana, né di fronte a La famiglia (1987) di Ettore Scola dove le generazioni che si susseguono affrontano lo stesso tema: l’amore vissuto in contesti che mutano. In questo Colibrì sembra prevalere il destino, un fato imponderabile di fronte al quale i protagonisti si trovano impotenti e impreparati. Ci sono troppe situazioni di instabilità mentale; ci sono troppe morti improvvise che accadono in giovane età. Come se non bastasse compaiono credenze superstiziose (uno iettatore porta veramente sfortuna) che svolgono una parte importante nell’economia del racconto. Non mancano alcune situazioni contraddittorie: partecipiamo agli incontri periodici a Parigi fra Marco e Luisa, ci immedesimiamo in questo casto rapporto, salvo poi scoprire che già da adolescenti, nelle vacanze al mare, lei lo tradiva carnalmente proprio con suo fratello. Quindi il film non propone solo una visione fatalista della vita ma anche una incapacità sostanziale dell’uomo e della donna di condurre la propria vita in modo coerente. Solo lo stare fermo nella propria posizione a dispetto di tutte le vicissitudini della vita, come fa il protagonista a somiglianza del colibrì, sembra l’unica soluzione esistenzialmente valida.

Occorre notare inoltre la presenza di una sgradevole sequenza dove uno dei protagonisti si procura la morte con il veleno (siamo nel 2030 e il film ipotizza a quella data l’eutanasia sia diventata legale) circondato da amici e conoscenti, che hanno il volto molto triste ma non fanno nulla per impedirglielo.

*redattore/editore del portale FamilyCinemaTv

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