La morte, sorella “sgradita” in ogni casa, si accoglie vivendo bene

La morte, sorella “sgradita” in ogni casa, si accoglie vivendo bene

di Enzo Vitale

UNA CULTURA CHE VUOL METTERE A TACERE LA MORTE TOGLIE MOLTO DI PIÙ ALL’UOMO. NEL GIORNO DELLA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI QUALCHE RIFLESSIONE SUL SUO SIGNIFICATO ANTROPOLOGICO

«Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza/ per i defunti andare al Cimitero./ Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza;/ ognuno adda tené chistu penziero./ Ogn’anno puntualmente, in questo giorno,/ di questa triste e mesta ricorrenza,/ anch’io ci vado, e con i fiori adorno/ il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza…» (Traduzione: «Ogni anno, il due novembre, è tradizione/ nel giorno dei defunti recarsi al cimitero./ Ognuno deve compiere questo gesto di buona educazione;/ ognuno deve avere questo ricordo./ Ogni anno puntualmente, in questo giorno/ di questa triste e mesta ricorrenza,/ anche io vado al cimitero e, con dei fiori adorno/ il loculo marmorea della zia Vincenza…»). Questi sono i primi otto versi di una famosissima poesia napoletana di Antonio de’ Curtis, in arte Totò: il titolo è ‘A livella (la livella). È raro trovare un napoletano che, almeno una volta nella vita, non l’abbia sentita proclamare. Altrettanto raro – anche se sono sempre più rari i bravi maestri – che sin dalle scuole elementari, in occasione della “festa dei morti”, se ne parli a scuola e sia insegnata ai bambini.

Ad onor del vero, quella del 2 novembre, non è una festa, bensì una commemorazione. Eppure – questo si può verificare – ci sono popoli e tribù, in giro per il mondo, che celebrano solennemente, in questa data, la Festa dei Morti di cui, la più famosa è senza dubbio quella del Messico inserita dall’UNESCO nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Festa talmente importante che ha ispirato, non molti anni fa, un cartone animato della Disney Pixar: Coco.

Il motivo per cui mi viene in mente la poesia di Totò non è – come qualcuno potrebbe pensare – da ricercare nelle mie origini partenopee: ci sono altre ragioni. Negli ultimi anni mi sono imbattuto, in almeno due circostanze, in corsi di bioetica che avevano come oggetto proprio la morte, solitamente declinata, approfondita e studiata in correlazione al concetto di immortalità. Ma cosa c’è da dire su “sorella morte”? Così la definiva il Santo Patrono d’Italia Francesco. Non basta sapere che è vecchia, brutta, va in giro con la falce, non guarda in faccia nessuno e attende tutti a Samarcanda? Direi proprio di no! E proverò a spiegare perché, anche se, facile proprio non è.

La prima constatazione da fare è che, a livello culturale, la morte ha una importanza straordinaria. Parlando di morte non ci riferiamo solo al momento, al decesso, alla linea di demarcazione, spesse volte difficile da individuare, che serve ad indicare il passaggio da questa vita all’aldilà, dall’essere un corpo vivente ad essere un cadavere. Il concetto di “morte” è molto più ampio e significativo per i risvolti che porta con sé. Già prima dell’epoca cristiana, per il senso di trascendenza racchiuso nel cuore umano, si era compreso che, nonostante la morte, ai corpi andasse riservato un debito onore. Abbiamo testimonianze di sepolture di morti che risalgono ai primordi della civiltà umana. Certo maggiore importanza era data a coloro che avevano avuto ruoli significativi in vita: a tutti viene in mente il fasto e l’esagerazione delle Piramidi che, altro non erano che luoghi di sepoltura dei faraoni.

A questi, con molta più “moderazione” si aggiungono i cimiteri che, nel corso dei secoli, hanno assunto caratteristiche e strutture ben definite: pensiamo alle catacombe in cui riposavano i morti dei primi secoli. E sfatiamo un mito: anche se con il passare del tempo sono diventati i luoghi privilegiati di ritrovo dei discepoli di Cristo, erano già impiegati prima dell’epoca cristiana.

Il particolare che mi preme evidenziare è che, nonostante tanta attenzione – e questo è fondamentale – nessuno avrebbe mai pensato che si potesse “mettere a tacere la morte” con il passare del tempo. Dall’avere luoghi precisi dove si conservavano i resti mortali di coloro che ci hanno preceduto, si è arrivati al punto che i cimiteri, col passare del tempo, potrebbero sparire perché segno di qualcosa che non si vuol vedere. È vero che la morte vuole silenzio, rispetto, compostezza… siamo d’accordo! Ma mai alcuno avrebbe potuto immaginare che si arrivasse al momento in cui “della morte non s’adda parlare”.

Perché sta succedendo questo? Negli ultimi secoli si è passati dal considerare la morte come momento naturale, vissuto nella propria famiglia, nella propria casa, tra i propri amati e con la presenza di tutti (e quando dico tutti, intendo proprio tutti, bambini compresi!) che erano lì, in preghiera, attendendo e a volte invocando il trapasso della persona amata, ad un momento che deve essere relegato a luoghi precisi, possibilmente nascosti, non familiari e, ovviamente, senza la partecipazione dei bambini ai quali è necessario nascondere il più possibile la “tragicità” della notizia. Morte, quindi, non più come evento naturale a termine di una vita, ma fatto ineluttabile, da nascondere, esorcizzare con il silenzio, evitando che se ne parli e si faccia pubblicità.

Lo stesso utilizzo, nell’affollato mondo dei social media, di sigle del tipo “RIP” (che sta per “riposi in pace”) se da un altro è sostenuto perché nella fretta non si riesce neanche a scrivere per estesa una preghiera, dall’altro è anche il modo per evitare di essere troppo espliciti. Per non parlare poi dell’altrettanto diffuso “gli sia lieve”… sottintendendo “la terra” sotto cui si è sepolti. Ogni modo, ogni mezzo, pur non di non chiamare per nome ciò che fa tanta paura. Un’ostinazione nel rifiuto dell’originario dato creativo che, invece, la liturgia ci impone il mercoledì delle ceneri: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris» (Ricordati, uomo, che povere sei e in polvere ritornerai). È un fatto che non si può evitare: e come tutti i fatti, è testardo!

Da qualche anno si assiste alla diffusione delle “sale del commiato”: luoghi messi a disposizione (a pagamento, ovviamente) dalle aziende funebri dove far sostare la salma, accogliere chi “ha il coraggio di farle visita” con la garanzia, in questo modo, che la morte non entri in casa propria: «Le sale del commiato, pubbliche o private, sono strutture ove, a richiesta dei familiari del defunto, è possibile ricevere e tenere in custodia per brevi periodi ed esporre il feretro chiuso per la celebrazione di riti di commemorazione del defunto e di dignitoso commiato» (Legislatura 17ª – Disegno di legge n. 1611). Gli stessi funerali hanno cambiato il loro stesso senso: sono meno partecipati e non sono più l’occasione per pregare per il “caro estinto” ma, seppur svolti in Chiesa, sono una celebrazione laica dell’esaltazione di chi giace nella bara.

Non è nemmeno un caso che il “trapasso” non avvenga in casa: meglio in ospedale, in clinica o in moderne strutture adibite a facilitare il “passaggio”. E questo già prima che il covid costringesse migliaia di persone a vivere nella solitudine più estrema il momento finale della propria esistenza, senza una parola di conforto, una carezza o qualcuno che potesse stringere la mano. E tutto questo per quanto riguarda il momento preciso della morte. Se andiamo, invece, ad indagare sul dopo, sulla sepoltura, ancora più macabre sono le possibilità che il costume moderno offre: dalla cremazione, alla conservazione delle ceneri in casa, fino a farne, di queste ultime, un diamante da portare al collo. Senza dilungarmi desidero ricordare che la disciplina ecclesiastica ammette la cremazione solo se non voluta in odio alla fede, mentre è assolutamente proibito tenere in casa le ceneri del defunto o, peggio ancora, disperderle invece di conservarle in terra consacrata: al cimitero.

Una visione negativa della persona, un’antropologia inadeguata, spinge ad un approccio non sereno alla realtà della morte. È dal modo in cui si vive che dipende la “qualità” della morte. Senza dar ragione a chi ritiene che tutta la vita altro non sia che la preparazione alla morte, non credo si possa essere in disaccordo con chi afferma che una vita spesa bene e per il Bene, sia certamente premonitrice di una morte serena. Ha paura di morire chi ha paura di vivere, in fondo. Mentre chi vive bene fa sua, anche senza saperlo, la famosa scommessa di Pascal che ci spinge a vivere bene e non solo da dissoluti. Il filosofo-matematico riconosce chiaramente che non possiamo sapere se Dio esista oppure no, ma si può provare a scommetterci. Se scommettiamo sulla Sua esistenza e alla fine, dopo la morte, si proverà che abbiamo torto, avremmo vissuto una vita secondo precisi ideali inutilmente, mentre, in caso avessimo ragione meriteremmo il Paradiso. Al contrario, scommettendo sulla non esistenza di Dio, vivendo male non ne ricaveremo nulla, mentre vivendo bene, avremmo comunque vissuto da persone buone… e la bontà è sempre un guadagno.

Aveva, quindi, ragione il caro Totò perché sarà pure una triste e mesta ricorrenza, ma ognuno ll’adda fa’ chesta crianza. Perché non è solo questione di “buona educazione”: è molto di più. È cultura, è vita, non solo morte! Non si tratta solo di fare una visita al cimitero: la differenza è data dalla consapevolezza con cui la facciamo.

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