Nel relativismo imperante molti rifiutano la chiamata o hanno bloccato il contatto di Dio

Nel relativismo imperante molti rifiutano la chiamata o hanno bloccato il contatto di Dio

di Giuseppe Adernò

LA FEDE SEMBRA ESSERE SCOMPARSA DALL’ORIZZONTE DELLE GIOVANI GENERAZIONI E, PER I PIÙ ANZIANI, SEMPRE PIÙ LEGATA A UNA “RELIGIONE FAI DA TE”, DI CUI SI ACCETTANO INDICAZIONI, PRESCRIZIONI, RITI, SOLO NELLA MISURA IN CUI CORRISPONDONO A DETERMINATE ESIGENZE SOGGETTIVE

Lungo il percorso del cammino sinodale che ha come centralità l’ascolto ritorna insistente il tema del “Come comunicare la fede” e, vivendo la stagione dello smartphone, ci si chiede come utilizzare tali strumenti tecnologici per comunicare la Speranza cristiana. La Chiesa, fin dalle sue origini, ha sempre avuto familiarità con la comunicazione e con i suoi sviluppi. Le parabole sono esempi di grande efficacia comunicativa. San Paolo fu un grande comunicatore, sia attraverso la sua predicazione che mediante le sue epistole. Lo stesso annuncio di cui i cristiani sono chiamati ad assumersi il compito si svolge attraverso canali comunicativi, ieri gli affreschi, i mosaici, poi la carta stampata, i video, i film e le telecomunicazioni nell’universo internet. Ogni dispositivo e ogni modalità di comunicazione può essere utile per la diffusione della buona novella.

Il prof. Adriano Fabris, ordinario di Filosofia morale all’Ateneo di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione e Filosofia delle religioni, intervenendo ad un recente convegno a Pisa sul tema: “Comunicare la fede ai tempi dello smartphone”, ha enucleato i modi in cui la fede s’incarna nella nostra epoca e viene incontro alle sue esigenze.

Secondo le indagini statistiche e alcuni report recentemente pubblicati, oggi per la fede cristiana c’è sempre meno spazio. Essa sembra collocata ormai sullo sfondo della nostra cultura, debole, incapace d’incidere, vicina all’irrilevanza, come si evidenzia dai dati dell’indagine quanti-qualitativa condotta da Roberto Cipriani e pubblicata in: “L’incerta fede” (Franco Angeli, Milano 2020).

La fede è scomparsa dall’orizzonte delle giovani generazioni e, per i più anziani, sempre più legata a una “religione fai da te”, di cui si accettano indicazioni, prescrizioni, riti, solo nella misura in cui corrispondono a determinate esigenze. È una religione di consumo, una religione – potremmo dire – da supermercato: i cui prodotti sono comprati a patto che costino poco.

Ci si chiede perché una prospettiva religiosa interessa sempre di meno? Una delle risposte possibili rimanda agli sviluppi tecnologici. Pensiamo al fatto che non possiamo ormai vivere senza smartphone. Ci si sente protagonisti, ma nello stesso tempo si è “vittime” perché, a prescindere da ciò che comunemente si pensa, le tecnologie non sono affatto neutrali, trasformano la nostra mentalità e orientano i nostri interessi

Non si tratta certamente di demonizzare le tecnologie, ma di rapportarsi a esse nella maniera giusta, che è quella di fare in modo che esse siano certamente veicoli di una comunicazione sempre più potente e capillare, ma senza che ciò induca a credere che siamo noi e solo noi a stabilirne le condizioni.

Comunicare è infatti vivere in uno spazio comune nel quale siamo tutti quanti inseriti. Comunicare è fare esperienza di comunità. Comunicare è ricordare che esiste un’istanza superiore che ci chiama a fare quest’esperienza e che ci parla per prima. Ecco perché anche Dio usa il cellulare e ci richiama all’ordine, alla disciplina etica e morale, all’impegno sociale di servizio ai fratelli.

Per entrare in connessione con il mondo e con la società, «il “nome utente” è : testimone e la password è: Vangelo, “unico codice di accesso alla storia di salvezza che ci unisce”. Sono molti coloro che rifiutano la chiamata o hanno bloccato il contatto, per non essere disturbati nel loro agire egoistico sulla scia del relativismo imperante.

Oggi, più che mai, nel mondo della comunicazione c’è bisogno di testimoni, di persone che non rincorrano i like, ma volti concreti. Rispondere alla chiamata impegna ad agire e ad essere “testimoni credibili” nella concretezza della vita quotidiana. Il fare bene le piccole cose, come se fossero grandi, è una regola di etica civile che fa crescere la società tutti, nella quale ciascuno svolge un compito e con il proprio servizio contribuisce al bene comune.

Come si legge in un documento della CEI: “Noi siamo comunione in azione, ovvero comunicazione. Alla spersonalizzazione latente rispondiamo con il nostro essere martiri, cioè testimoni“. La nuova sfida è la radicalità della coerenza.

 

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