Il Natale e la sindrome del Grinch

Il Natale e la sindrome del Grinch

di Don Gian Maria Comolli

IL NATALE È DIVENTATO OGGI PER MOLTI UNA FONTE DI STRESS: ECCO I MOTIVI E LE POSSIBILI VIE DI USCITA

Negli scorsi giorni l’agenzia Askanews ha riportato nel settore riguardante la salute un articolo che ci invita a una profonda riflessione. Già il titolo, Natale fonte di stress per il 78% degli italiani: la sindrome del Grinch, ci mostra come molti dei nostri concittadini si stanno “preparando” a vivere le festività del Natale. Riportiamo un dato presente nel pezzo: «A Natale si formano due schieramenti: c’è chi lo ama (42%) e chi è un po’ Grinch (58%), ma in fondo quasi tutti sono più stressati del solito».

Proseguendo nella lettura dell’articolo, mettendo insieme tutte le fonti di stress, si raggiunge la percentuale di 78% di persone affaticate ed estenuate da quella che è definita appunto la “sindrome del Grinch”, dal nome del noto personaggio di fantasia, che troviamo nei film di Ron Howard.

Da alcuni anni l’analisi di questa sindrome ha fatto il suo ingresso nel mondo universitario dando luogo a diversi studi accademici. Il più famoso è stato quello dell’Università di Copenaghen recentemente riportato dal British Medical Journal e così commentato dallo psicologo e psicoterapeuta Adriano Formoso in una recente intervista: «si è scoperto che i circuiti cerebrali attivati dall’odio hanno parecchio in comune con quelli dell’amore. Se per amore si fanno a volte “follie” con gesti estremi in nome dell’amore, nello stesso modo l’odio può indurre a comportamenti estremi accanendoci contro quello che odiamo. Alcune persone subiscono passivamente l’angoscia del periodo natalizio mostrando il loro stato depressivo, altri arrivano persino ad affermare “Odio il Natale!”. Quest’ultima è una forma reattiva caratterizzata da un sentimento di odio che contribuisce allo sviluppo di un forte senso di negatività nella persona attivando a livello cerebrale e cognitivo stati di nervosismo, di malessere e d’irritabilità».

Ovviamente, questa sindrome riguarda unicamente un periodo ben preciso dell’anno ma dovrebbe indurci a riflettere maggiormente sul disagio mentale in costante diffusione che coinvolge sempre più persone con molteplici sintomi e differente gravità a seguito di fattori genetici e psicobiologici ma anche ambientali e sociali. Inoltre, i ritmi di vita sempre più frenetici, le ampie trasformazioni sociali e le crescenti pressioni economiche che richiedono un ampio uso di risorse mentali e un sovraccarico emotivo, la carenza di relazioni sociali e la diminuzione della fede religiosa peggiorano ulteriormente il problema.

Possiamo in definitiva affermare che, almeno una parte rilevante di queste situazioni di sofferenza, è provocata dalle degenerazioni delle “comunità” di appartenenza, partendo da quella ultranazionale fino a giungere a quelle locali (civili, lavorative, parentali…). In tanti oggi fanno uso quotidiano di farmaci per alleviare l’ansia quali ad es. Tavor, En, Valium, Lexotan… oppure frequentano psicologi o psichiatri. E ciò è confermato dall’ incremento delle vendite dei “medicinali di sostegno” e dall’uso e abuso di sonniferi, ansiolitici, antidepressivi, tranquillanti e psicofarmaci…

Si conducono da anni benemerite campagne contro il fumo o le polveri sottili essendo responsabili di malattie e anche di morti, ma nessuno osa affermare che l’antagonismo, la concorrenzialità esasperata, la cultura «non del merito ma del privilegio», la produttività anonima che cancella la creatività, la mancata valorizzazione della preparazione professionale e delle doti personali “uccidono” la stima, la fiducia e la speranza. Di tutto questo ipocritamente si tace!

Infine, alla base di molti disagi mentali che necessitano o meno di farmaci, si cela l’invito a guardarsi dentro, a prendere coscienza di ciò che siamo, a verificare e riorganizzare la propria vita verso uno stato di maggiore benessere, prendendo in mano la propria esistenza non solo materiale ma anche spirituale, e questa diventa spesso un’opera titanica, sebbene sia l’unica possibile via di uscita…

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