Brasile, magistrati di sinistra soffiano sul fuoco

Brasile, magistrati di sinistra soffiano sul fuoco

di Pietro Licciardi

IL PAESE E’ SEMPRE PIU’ SPACCATO IN DUE

Ha destato parecchio scalpore nei media di tutto il mondo quanto avvenuto in Brasile domenica scorsa, quando alcune migliaia di manifestanti nella capitale Brasilia hanno invaso i palazzi del potere: Congresso e Corte Suprema. Molte testate giornalistiche hanno paragonato quanto avvenuto nella federazione sudamericana all’ ”assalto” a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 da parte dei sostenitori di Donald Trump, definendolo anche in questo caso un tentativo di colpo si stato. In realtà non si è trattato di nulla di tutto questo ma della incontrollata reazione, come a Washington, non di estremisti ma di semplici cittadini: professionisti, studenti, lavoratori della classe media, assai preoccupata nel veder svanire le libertà politiche e costituzionali nonché un certo benessere faticosamente conquistati, nel caso del Brasile, dopo il golpe militare del 1964 che mise peraltro fine a una serie di governi democratici ma populisti che portarono il paese al dissesto economico. 

Come ha spiegato nel corso di una intervista sul canale youtube di Limes Carlo Cauti, già corrispondente per l’agenzia Ansa da San Paolo e attualmente giornalista presso una testata brasiliana, la manifestazione con annessa devastazione da parte di una folla neppure particolarmente numerosa è da considerarsi il sintomo di un problema più ampio, che si sta incancrenendo in Brasile dal 30 ottobre 2022, dopo che al secondo turno delle elezioni la presidenza del paese è andata per la terza volta al candidato di sinistra Luiz Inacio Lula da Silva con un quasi insignificante scarto di voti: 2 milioni su oltre 100 milioni di elettori. 

C’è infatti una metà di brasiliani che non solo non riconosce Lula come vincitore ma neppure gli attribuisce alcuna legittimità né come presidente nè come candidato, in quanto è stato condannato per corruzione e incarcerato per diciotto mesi. Lula è uscito di prigione solo due anni fa in seguito ad una manovra politico-giudiziaria attuata da un giudice della Corte suprema – peraltro nominato proprio dal partito di Lula – che ha dichiarato i tre gradi di giudizio nulli per incompetenza territoriale. Questo cinque anni dopo la condanna, senza che mai fosse stata rilevata alcuna irregolarità e soprattutto dopo che la stessa Corte suprema aveva avallato la sentenza. Insomma un evidente escamotage per permettere alla sola persona che poteva battere il presidente in carica Jair Bolsonaro di presentarsi alle elezioni.

Nel frattempo anche Bolsonaro è sotto inchiesta, pendendo sui di lui diversi procedimenti giudiziari. Si tratta di una situazione parecchio complessa, di cui la stampa internazionale si sta occupando poco, che vede parecchi abusi commessi da alcuni giudici della Corte suprema i quali hanno apertamente assunto una posizione politica di opposizione a Bolsonaro e che fin da prima della campagna elettorale hanno censurato mezzi di comunicazione e giornalisti ostili a Lula proibendo loro di parlare dei casi di corruzione in cui l’esponente di sinistra era coinvolto. Non solo ma ad essere colpiti sono stati anche deputati federali eletti del partito di Bolsonaro e quindi coperti da immunità parlamentare, i quali hanno avuto i loro profili cancellati sui social network o sono stati addirittura incarcerati.

Niente di strano dunque che l’ex presidente Jair Bolsonaro sia adesso in Florida per sottrarsi agli evidenti abusi di una magistratura apertamente schierata e che ha già dimostrato nei fatti di ricorrere alla galera senza alcuna giustificazione giuridica. Un comportamento questo che oltretutto ha contribuito ad accentuare la polarizzazione in atto in Brasile da almeno un ventennio.

Come ha detto ancora Carlo Cauti ad alimentare le proteste in Brasile non sono estremisti o formazioni paragonabili ai Black block ma persone normali, le quali temono che col ritorno di Lula al potere entro breve il Brasile diventi come l’Argentina, flagellata dall’inflazione e con squilibri sociali ed economici, e magari entro qualche anno addirittura come il Venezuela, in cui la popolazione è ormai ridotta in miseria. Si tratta peraltro di una polarizzazione che si accentuata dal 2013 e che senza una regia vera e propria sta spaccando il paese tra un sud, fino a San Paolo, che vota in massa candidati moderati, e un nordest dove è la sinistra a vincere con maggioranze “bulgare” grazie alle politiche di tipo assistenzialista finanziate dagli stati più produttivi e industrializzati del Sud e centro-ovest

Si tratta di una polarizzazione che ha portato i brasiliani ad avere anche due visioni del mondo molto diverse. Per dare una idea di ciò Lula ha invitato alla cerimonia di insediamento il leader venezuelano Nicolàs Maduro mentre Bolsonaro invitò l’ungherese Viktor Orban. 

L’attuale situazione preoccupa molto gli osservatori i quali temono una spaccatura del Brasile, analogamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti subito prima della Guerra civile del 1861-1865. Anche in Brasile infatti il confronto è tra modelli di sviluppo diversi: protezionismo contro libero mercato, dirigismo da parte dello Stato contro liberismo, molto richiesto al sud e centro-est. Anche sulla collocazione del paese in ambito internazionale il contrasto è netto, con una parte che vorrebbe allineare il Brasile agli Stati Uniti e un’altra che vorrebbe invece allearsi con la Cina.

Tornando ai disordini di domenica in Brasile sta facendo discutere anche il fatto che le forze di polizia e i militari a guardia dei palazzi del potere non siano intervenute per fermare i manifestanti. Le ipotesi più verosimili sembrano essere due: o il nuovo governo e il neopresidente Lula hanno dato l’ordine di intervenire ma le forze dell’ordine non si sono mosse, rivelando una evidente incapacità di controllo da parte di chi ha assunto le redini del potere, oppure nessuno ha ordinato alla polizia di muoversi allo scopo di cercare l’incidente e magari avere il pretesto per colpire e screditare Bolsonaro, nonostante questi sia rimasto in silenzio e in esilio lontano dal paese senza aver avuto alcun ruolo nella protesta. 

Insomma sembra che in questo mondo sempre più in frantumi si stia aprendo un altro fronte di crisi dagli sviluppi imprevedibili.

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