Il cinema popolare e la vita (purtroppo) spezzata di Carlo Lizzani

Il cinema popolare e la vita (purtroppo) spezzata di Carlo Lizzani

di Giuseppe Brienza

CARLO LIZZANI (1922-2013) E’ STATO UN GRANDE REGISTA E SCENEGGIATORE ROMANO, MORTO SUICIDA COME IL SUO COETANEO MARIO MONICELLI CADENDO NON SOLO DAL TERZO PIANO DEL SUO APPARTAMENTO MA ANCHE NEL BARATRO DELLA DISPERAZIONE PER NON AVER MAI SCOPERTO LA SPERANZA NELLA VITA ETERNA

Il 5 ottobre del 2013, il regista Carlo Lizzani ci ha lasciato precipitandosi dal terzo piano del suo appartamento nel centro di Roma. Le modalità della sua morte sono molto simili a quelle di un altro regista romano, Mario Monicelli (1915-2010), suicidatosi anch’egli ultranovantenne, il 29 novembre 2010.

Lizzani, secondo le testimonianze dei vicini di allora, avrebbe vissuto gli ultimi mesi della sua vita in depressione, a causa delle condizioni molto critiche di salute della moglie, l’attrice Edith Bieber, che in effetti è morta poco dopo di lui.

Funerali civili e cremazione testimoniano della formazione materialista e marxista del regista che, dopo aver partecipato in gioventù alla Resistenza romana, ha aderito (come Monicelli) per tutta la sua vita al Partito Comunista Italiano. All’inizio degli anni Quaranta era stato però nella “fronda” del regime fascista, partecipando con interventi su quotidiani e riviste al dibattito dei Gruppi universitari (GUF) per la costruzione di un cinema d’ispirazione realistica.

Perché commemoriamo questa controversa figura di regista? Anzitutto perché è stato un capo-scuola, la cui passione e professionalità vorremmo rivedere nelle nuove leve del cinema italiano. Poi per la sua capacità artistica radicata alla realtà e ad una ricostruzione storica accurata ed il meno politicizzata possibile dei passaggi più travagliati dell’Italia contemporanea, nonostante pure l’ideologia alla quale si legò – ma l’adesione al PCI è stato quasi lo scotto di chi ha voluto fare cinema durante la Prima Repubblica – e che lo avrebbe condotto facilmente alla pura propaganda. Pensiamo ad esempio ai film dedicati alla caduta del fascismo come Il processo di Verona (1963) e Mussolini ultimo atto (1974), entrambi sceneggiati, diretti e recitati davvero bene da un cast da lui personalmente selezionato.

Regista, sceneggiatore, critico cinematografico e attore, Lizzani è stato anche un intellettuale eclettico passando dalla verve giornalistica che l’ha portato ad importanti riflessioni storiche come nel film Barbagia. La Società del malessere con Terence Hill e Don Backy (1969), all’acuta critica sociale di Banditi a Milano (1968), dedicato alla “banda Cavallero” che operò tra Milano e la provincia di Torino fra il 1963 e il 1967 (il capo di questi criminali si chiamava Pietro Cavallero), Roma Bene (1971) e Torino Nera (1972). Quindi passando dalla commedia di Esterina (1959) con Domenico Modugno (1928-1994) alle agiografie popolari come Il gobbo (1960), con Gérard Blain, Anna Maria Ferrero ed un giovane Pier Paolo Pasolini che interpreta il delinquente Leandro, detto “er monco”, che offre un vivido ritratto di un noto bandito della periferia romana (il “gobbo del Quarticciolo”) attivo durante la Resistenza.

L’esordio nella regia di Lizzani è stato neorealista come per molti cineasti della sua generazione. Il suo primo film è stato infatti Achtung! Banditi! (1951), che rievoca con attenzione una pagina della Resistenza ligure. Sullo stesso genere, 10 anni dopo, L’oro di Roma, film del 1961 basato sui fatti reali del rastrellamento del ghetto di Roma del 1943 durante l’occupazione nazionalsocialista della Capitale.

Fra i meriti del regista romano vi sono anche quelli di aver valorizzato e divulgato a livello popolare le opere di due grandi scrittori come Vasco Pratolini (1913-1991), da un cui romanzo ha tratto Cronache di poveri amanti (1953), che offre un affresco appassionato dei retroscena pubblici e privati, affettivi e politici nella Firenze fascista e Ignazio Silone (1901-1978), al cui capolavoro Fontamara (1933) ispira la serie RAI andata in onda nel 1980 che rievoca con interpreti d’eccezione come Michele Placido e Ida Di Benedetto le lotte contadine dei “cafoni” abruzzesi di inizio Novecento.

Lizzani è anche un antesignano degli instant-movie, avendo diretto fra gli altri il film RAI Mamma Ebe (1985), dedicato alla tragica vicenda della “santona di Carpineta” Gigliola Ebe Giorgini (1933-2021), sedicente guaritrice e fondatrice di una sorta di congregazione pseudo-religiosa, la “Pia Unione di Gesù Misericordioso”, condannata nel 2008 a 7 anni di reclusione dal Tribunale di Forlì per truffa ed esercizio della professione medica.

Il suo ultimo film è stato Hotel Meina (2007), sempre con Ida Di Benedetto, tratto dall’omonimo saggio storico del giornalista Marco Nozza (1926-1999), che ricostruisce gli eventi collegati ad un rastrellamento nazista compiuto a Meina, sul versante piemontese del lago Maggiore, dopo l’8 settembre del 1943.

Dal 1979 al 1982 Lizzani ha diretto la Mostra del cinema di Venezia e, nel 1998, ha pubblicato la raccolta di suoi scritti Attraverso il Novecento, nella quale si trovano interessanti aneddoti sul mondo del cinema neorealista italiano.

Del 2007 è la sua autobiografia, Il mio lungo viaggio nel secolo breve, nel quale emerge un lato fra gli altri che, a nostro avviso, continua ad essere d’esempio per i registi italiani di oggi: l’esigenza di misurarsi con le forme del cinema popolare, in particolare con lo stile documentaristico, storico o poliziesco, per raccontare inquietanti passaggi ed episodi della cronaca e del costume italiano. Contribuendo così ad una proficua collaborazione con la televisione pubblica che, da molti anni ormai, ha pressoché abbandonato questo tipo di produzioni di qualità e di intento civile.

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