Tommaso Minniti solleva un velo su una delle pagine più oscure della storia italiana

di Pietro Licciardi

L’OMICIDIO MORO NON FU UN CASO

Il 16 marzo 1978 in via Mario Fani, a Roma, un commando delle Brigate Rosse assalì l’auto in cui viaggiava l’onorevole Aldo Moro, allora segretario della Democrazia cristiana e in procinto di realizzare uno storico accordo per fare entrare i comunisti nel governo. I brigatisti uccisero tutti gli uomini della scorta e sequestrarono per cinquantacinque giorni l’uomo politico che fu poi ritrovato morto in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Michelangelo Caetani, sempre a Roma. Questa almeno è la versione ufficiale di un episodio che segnò uno dei momenti più bui della Repubblica Italiana. Ma probabilmente dietro a tutto questo ci fu molto altro e la vera storia di quel rapimento e quel sequestro resta ancora in gran parte oscura

Ad alzare almeno in parte il velo sul sequestro e l’assassinio di Moro però ci ha pensato Tommaso Minniti, attore perugino, con un docufilm autoprodotto e da lui diretto, tratto dal libro inchiesta di Paolo Cucchiarelli Morte di un presidente. Il titolo del film è tutto un programma: Non è un caso, Moro.

Il film si basa su di un libro-inchiesta che mette in fila una serie di interviste, fatti tratti dalle numerose inchieste giudiziarie e parlamentari che ci sono state sulla vicenda Moro. Cosa l’ha convinta a mettere tutto su pellicola?

«Nel 2018 correvano i quarant’anni dell’assassinio del presidente Moro e vedendo le celebrazioni ufficiali mi convincevo sempre di più che gratta, gratta in quell’evento c’era un segreto che gli italiani ancora non hanno compreso a pieno, ovvero quella che chiamo la morte cerebrale della Repubblica. Come disse Saragat accanto al cadavere di Moro: “Qui giace il cadavere della prima Repubblica che non ha saputo difendere se stessa”. Quando telefonai a Maria Fida Moro, mi disse: ”Se lei non ha letto i due libri di Paolo Cucchiarelli lei non potrà capire cosa è successo a mio padre e all’Italia”. L’ho fatto e mi sono trovato davanti ad un quadro completo della situazione. Venendo dal teatro ho sempre sentito il bisogno di fare qualcosa che oggi è diventato difficile: raccontare qualcosa in sincerità, riproponendomi che quando la verità mi avesse bussato sulla spalla non mi sarei girato dall’altra parte. Questo e avvenuto e come un buon cristiano dovrebbe fare non si voltano le spalle alla verità. E chiunque vedrà il docufilm secondo me dovrà chiedersi se, ora che ha capito certe cose, sia il caso e il momento di aderire alla verità di questo tempo».

Ciò che colpisce è sentire esponenti di spicco della politica del tempo, come Tina Anselmi o il socialista Claudio Signorile dire che tutti sapevano tutto. Ovvero che gli apparati dello Stato, le segreterie di partito, perfino la famiglia e il Vaticano hanno sempre saputo dove Moro era tenuto prigioniero e che si stava trattando per la sua liberazione nonostante ufficialmente si tenesse una “linea dura” che negava ogni trattativa con le BR. Eppure di tutto ciò l’opinione pubblica non ha mai avuto sentore. Perché?

«Ci sono coperture della ragione di Stato che sono messe alla mercé, alla portata del popolo. E’ il racconto narrativo che giustifica qualcosa che deve restare segreto. La ragione di Stato è quella selezione di obbiettivi che realmente lo Stato si prefigge di realizzare e che non possono essere portati alla luce. Evidentemente l’eliminazione di Moro era uno di quegli eventi che dovevano essere realizzati per arrivare a quello che oggi vediamo: una Italia in cui nessun politico doveva azzardarsi a portare avanti una linea di indipendenza nella politica, nell’economia – e penso all’uccisione di Enrico Mattei – e indipendenza intellettuale dal mondo americano – e penso alla morte di Pierpaolo Pasolini – Altre morti illustri ci sono state nella storia della Repubblica, o fu Repubblica, italiana. Tina Anselmi, che Cucchiarelli ha intervistato, con candore alla domanda se Moro fosse stato in via Gradoli risponde “sappiamo tutto e sappiamo tutti”; questo significa che crollano quarantacinque anni di racconti giudiziari che collocano Moro solamente in via Montalcini. Via Gradoli era una via di appartamenti dei servizi segreti e tutt’oggi è tenuta sotto copertura dai politici e dai giornalisti, che negano Tina Anselmi abbia mai detto questa cosa. Ma io ho le orecchie buone e avendola sentita personalmente dico che chi afferma il contrario mente. All’inizio del film citiamo Hannah Arendt, che dice: le menzogne politiche odierne non si basano su fatti nascosti ma su fatti che sono noti a tutti. Paolo Cucchiarelli ci tiene a dire che la sua inchiesta non si basa su cose segrete carpite chissà dove ma su atti e articoli di giornali usciti immediatamente dopo il rapimento. Quindi tutti sapevano già tutto e immediatamente. Sono i posteri che rimangono fregati da anni e anni di insabbiamento dell’informazione».

Girando il film come avete vissuto le riprese, considerando la tragicità di certe scene, come la morte di Moro nell’auto?

«Il cast è stato scelto in base al budget assai scarso ma fare di necessità virtù si è rivelata una scelta giusta. Il personaggio di Moro ad esempio è stato affidato a un non attore perché avevo bisogno dello sguardo completamente perso di un uomo di potere in un habitat non più suo e che deve ricostruire il suo sguardo sul mondo, quindi ci voleva un non professionista che fosse anche un po’ spaventato dal set. Comunque tutti gli attori quando abbiamo cominciato a girare hanno veramente capito lo spessore di ciò che stavamo facendo. Pensate che dopo aver girato in notturna in via Caetani la scena in cui lasciamo la Renaul 4 col cadavere di Aldo Moro, non so se in concomitanza con le mie riprese, oggi, dopo quarantacinque anni, hanno messo dei pioli di cemento. E’ evidente che quella scena ha evocato qualcosa anche in alto. Abbiamo indugiato sulla morte perché ancora oggi il pubblico non conosce la vera dinamica [nel film Moro è stato ucciso mentre era seduto sul sedile posteriore in attesa dell’auto che lo avrebbe portato in Vaticano per essere liberato. Dopo è stato deposto nel bagagliaio e su di lui sono stati esplosi ancora dei colpi NdR]».

Come si evince dal film Moro non doveva allearsi coi comunisti, perché si era ancora in piena guerra fredda e perché Stati Uniti e Gran Bretagna volevano una Italia sotto la loro egemonia e non in grado di infastidire la loro influenza sul Mediteraneo. Tuttavia successivamente la ex Democrazia cristiana si è addirittura fusa con l’ex Partito comunista. E’ vero che nel frattempo la guerra fredda con la caduta del Muro di Berlino era finita ma questo forse avrebbe reso l’Italia ancor più libera di affermare la propria indipendenza politica e geopolitica. Cosa è cambiato secondo lei? Perché gli stessi che hanno tolto di mezzo Moro hanno poi permesso questa fusione? 

«Le motivazioni geostrategiche negli anni Settanta erano diverse: per la presenza delle basi Nato una convergenza delle parallele democristiana e comunista in un futuro governo era vista oltreoceano con un pericolo, inoltre c’era la vicinanza al Medio Oriente dell’Italia, erede della politica di Mattei, per un approccio diretto agli approvvigionamenti energetici. Di tutto questo Moro fu avvisato da certi ambienti democratici dell’establishment americano – anzi fu proprio minacciato da Henry Kissinger – ma neppure l’Unione sovietica aveva piacere che tutto questo avvenisse, tanto è vero che anche Berlinguer e i comunisti tradirono Moro. Come mai allora si volle evitare una cosa che poi è stata realizzata? Perché se piantiamo un seme a Marzo la pianticella a Luglio dà frutti, ma se quella stessa pianticella la seminiamo a Luglio o Agosto verrà su bruciata. Questo è esattamente quello che è stato fatto. A quel tempo un accordo di responsabilità tra le due forze principali, Dc e Pci, avrebbe realizzato una sfaldatura dell’ingessatura di Yalta, che determinò le aree di influenza angloamericana e sovietica in Italia. Vedere questi due mondi convergere verso una responsabilità comune avrebbe probabilmente portato verso una democrazia compiuta e allo sfaldamento di quel gesso che aveva fatto si che vi fosse una forza per sempre al governo e una per forza per sempre all’opposizione. Quando cade il Muro di Berlino cadono naturalmente tutte queste esigenze. Subito dopo con Mani pulite viene distrutta la classe dirigente ma guarda caso rimane in piedi il partito che più di tutti ha preso la direzione politica della liquidazione del patrimonio pubblico italiano e che oggi tende alla liquidazione del patrimonio antropologico e spirituale della civiltà europea e in particolare della civiltà italiana che vede in Roma il centro del mondo cristiano. La contemporaneità potrebbe essere raccontata come un palcoscenico di perversi che svolgono il loro spettacolo – Sanremo per me ne è stato una dalle espressioni – scimmiottando una guerra molto più alta e oggi manifesta che è quella tra bene e male, laddove il male si sta palesando sempre di più. Moro per me è stato una sorta di katéchon laico che in Italia era il trattenitore di un certo tipo di male. Dopo di lui sono arrivati gli intrattenitori, cioè quelli che devono intrattenere il pubblico mentre si realizza un progetto devastante per l’Italia. Sono un po’ caustico».

Il suo film ci lascia molte informazioni ma anche molto amaro in bocca, l’amaro della verità che non deve essere detta. Lei crede che il 9 Maggio del 1978, giorno dell’omicidio di Moro, si sono giocate le sorti del nostro presente?

«usando il termine katéchon ho forse un po’ anticipato. Dopo la morte di Moro accadono diverse cose in Italia e la stessa figlia Maria Fida dice che la morte del padre non è un evento occasionale ma l’evento che ha reso possibile che l’Italia e l’Europa siano state costruite così. Forse Moro aveva una visione della politica da persona innocente; troppo innocente per una posizione così elevata nel panorama politico. E’ come se con la sua morte l’Italia avesse perso il suo ultimo barlume di innocenza e dico questo perché gli italiani non sono esenti da colpe. Al tempo si diceva: non si tratta con le Brigate Rosse perché sennò la Repubblica cade. In realtà dalle testimonianze che riportiamo tutti trattavano. Trattavano i socialisti, trattava per papa Paolo VI don Curioni, trattava la malavita, quindi è chiaro che quel “non si tratta” era l’ennesima copertura alla ragione di Stato. Il problema è che in qualche modo gli italiani accettarono questo baratto, ovvero che per la sopravvivenza della Repubblica Moro fosse lasciato andare. Ma lasciando andare il padre della Patria abbiamo lasciato andare la Patria. Oggi in molte espressioni della politica l’Italia non ha più un argine e qualsiasi articolo della Costituzione è lasciato inattuato. Oggi siamo nel mezzo di una dolorosa primavera resa possibile dal sangue lasciato da uomini innocenti. Ma come il sangue dei martiri non si prosciuga e lascia un esempio, anche nella tragicità dei tempi odierni noi italiani, come il sangue sulla croce di Cristo che redime, abbiamo ancora qualcosa di vivo: il sangue di Moro nella Renault 4 che è lì a lasciare un esempio di aderenza alla verità e d’innocenza. Di questo esempio dobbiamo decidere cosa fare, se afferrarlo o lasciarci scivolare nelle eterne dinamiche della tentazione al male e quindi della geopolitica che oggi mi sembra molto vicina a dinamiche luciferine e sataniche».

Dalla morte di Entico Mattei alla strage di Bologna, Ustica e allo stesso omicidio Moro spesso si dice che l’Italia è il Paese dei misteri. Lei condivide questa definizione?

«L’Italia è il paese dei segreti di Pulcinella perché come dice Tina Anselmi sappiamo tutto e sappiamo tutti. Una cosa rimane misteriosa e segreta perché questo in qualche modo fa comodo, perché non appena il segreto non c’è più ci si trova di fronte ad una verità e ciascuno sarà chiamato a scegliere e assumersi la responsabilità di capire il proprio tempo e agire o eventualmente resistere. Oggi è molto chiaro che serviva un mondo totalmente uniformato e conforme, pronto ad aderire ad un unico grande potere. Oggi le varie istanze nazionali stanno palesando un difetto enorme che è la democrazia, la quale comincia a presentare delle lacune fortissime in quanto indotte. Se guardiamo a Biden che ha una certa età ed evidenti limiti, non posso pensare che l’America possa sfoggiare un tale presidente eletto con elezioni assai discusse. Se questo avviene è perché il mondo occidentale si sta preparando a rottamare la democrazia e questo secondo me lo può fare e lo farà prendendo a prestito le dinamiche di potere che vengono suggerite dall’Oriente, in particolare dalla Cina. Io credo che il prossimo passaggio, una volta archiviata la Costituzione, che non avrà più intrattenitori a difenderla, il passaggio successivo sarà il palesarsi di un unico grande mandante banalmente conosciuto come Nuovo ordine mondiale, che è un progetto molto concreto e non è lo schiribizzo di complottisti».

[Su questo link le istruzioni per visionare il docufilm Non è un caso, Moro]

Qui l’intervista integrale

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Tommaso minniti, il padre del terrapiattismo italiano. Annamo bene