Pol Pot e “Khmer rossi”: crimini comunisti da non dimenticare

Pol Pot e “Khmer rossi”: crimini comunisti da non dimenticare

di Gian Piero Bonfanti

RIFLETTIAMO SU QUANTO È ACCADUTO IN CAMBOGIA AD OPERA DEL SUO EX DITTATORE POL POT

Le nostre scuole spesso non hanno la possibilità o il tempo per approfondire la storia moderna, soprattutto se recente. Alcuni avvenimenti però non possono essere dimenticati in quanto costituiscono una macchia indelebile nella vicenda dell’umanità. Bisogna quindi analizzarli e raccontarli, magari semplificandone la narrazione, ma è giusto averne memoria.

Un esempio è quanto accaduto in Cambogia ad opera del suo ex dittatore Pol Pot (1925-1998) che guidava il Partito Comunista di Kampuchea con i suoi miliziani, i famigerati Khmer rossi, artefici di un genocidio che ha comportato lo sterminio di un quarto della popolazione cambogiana.

I fatti risalgono al periodo compreso tra il 1975 ed il 1979 quando 1,6 milioni di persone sono morte per carestia, per mancanza di cure o perché “giustiziate” ad opera di una dittatura che ha agito con una estrema ferocia.

L’azione efferata dei Khmer rossi è stata caratterizzata da una serie interminabile di arresti, di interrogatori, di torture ed esecuzioni, arrivando persino all’uccisione dei parenti di coloro che venivano considerati oppositori del regime comunista, compresi neonati! Spesso le vittime erano inconsapevoli del reato del quale venivano accusate, così come accade in tutti i regimi totalitari.

I Khmer rossi si sono dedicati per quasi 5 anni alla “purificazione della Cambogia”, massacrando qualunque persona fosse considerata appartenente alle classi più colte (l’uso degli occhiali era ritenuto un segno di acculturamento sufficiente per eliminare una persona). Tutto quanto detto potrebbe solo dare una vaga idea dell’odio che ha alimentato una milizia alla ricerca dell’uomo nuovo cambogiano. L’idea dei Khmer rossi era basata infatti su una ricomposizione sociale che comportava l’eliminazione di tutti coloro che erano considerati “nemici del popolo” e colpì prima di tutto la minoranza vietnamita, poi quella cinese, quella musulmana ed infine tutti i borghesi, veri o presunti.

Anche tra i cattolici si contano molti martiri, tanto che nel 2015 è stata avviata la fase diocesana della causa di beatificazione per 35 di essi. Il terrore imperava in Cambogia e durante il periodo delle esecuzioni scuole e stabilimenti vennero adibiti a centri detentivi e di tortura. Proprio in uno di questi stabilimenti, una scuola nel centro di Phnom Penh, capitale della Cambogia, è stato istituito il museo di Tuol Sleng, luogo importante per conservare la memoria storica.

In questo centro detentivo si calcola che su 18.000 persone che sono state imprigionate, solo 7 sono sopravvissute, perché ritenute utili alla causa del regime.  

Il 2 settembre 2020 è deceduto il “compagno Duch” (il vero nome era Kaing Guek Eav), l’unico Khmer rosso ad aver chiesto perdono dei crimini compiuti e che è stato il direttore ed il torturatore capo della prigione di Tuol Sleng. Il compagno Duch stava scontando la sua pena detentiva con l’ergastolo per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questo ex insegnante di matematica, dopo aver aderito alla causa del partito di Kampuchea guidato da Pol Pot, e dopo essere stato un vertice della milizia dei Khmer rossi e responsabile di migliaia di morti, ebbe una conversione al cristianesimo nel 1996, grazie ad un pastore protestante.

L’Unesco ha deciso nel 2020 di insignire il museo di Tuol Sleng del premio biennale Jikji Memory of the World (nome ispirato al più antico libro coreano stampato con caratteri mobili) consistente in un finanziamento di 30.000 dollari offerti dalla Repubblica di Corea per contribuire alla conservazione del patrimonio culturale e per promuovere l’informazione e la conoscenza dei terribili fatti  della Kampuchea Democratica (questo è stato il nome ufficiale della Cambogia tra il 1976 e il 1979).

Quanto accaduto 45 anni fa non può e non deve essere dimenticato, ma è importante far conoscere questi avvenimenti per cercare di non ricadere negli stessi errori.

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