L’aborto è un abominio da società retrograda

di Anna Porchetti

DITE LA VERITÀ SULL’ABORTO

Ultimamente si parla molto d’aborto. Dopo che la Francia lo ha inserito fra i diritti costituzionali e l’Europa si è mossa per fare altrettanto, l’aborto è diventato qualcosa da celebrare. Dicono che, quando a decisione è stata presa in Francia, molte donne abbiano festeggiato.

Aspettate, lo dico di nuovo. Ci sono donne che festeggiano la possibilità di eliminare il figlio che aspettano. Coloro che fanno festa, non hanno compreso che l’aborto è una ferita grandissima. Non certo una conquista. Questa è la prima grande bugia che ci raccontano sull’aborto. Ma non è l’unica.

Simona Ventura, non una paladina della causa pro-life, in una recente intervista, ha parlato di un aborto in giovane età. La vita le ha dato molto. Eppure, non passa giorno, senza che pensi a quel bambino mai nato.

La glorificazione dell’aborto

L’aborto viene glorificato, con la complicità di una cultura pseudo progressista e in realtà molto retrograda. Una cultura ottusa che, non trovando più battaglie proprie, sente il bisogno di guardare al passato. L’aborto, in occidente, è un segno di arretratezza, non di progresso. Era stato legalizzato in Italia, per mettere fine alla pratica degli aborti clandestini, pericolosissimi per la salute di madre e figlio.

Erano gli anni 70. Un altro mondo. Un mondo che era e che non è più. In cui non c’erano strumenti pratici né culturali, per quello che dovrebbe essere l’obiettivo di una società davvero avanzata: la maternità responsabile. L’aborto è sempre stato un male. Tuttavia, veniva giustificato dalle condizioni sociali, economiche, culturali. Condizioni che oggi non abbiamo più.

A chi oggi si professa progressista, dovrebbe interessare che nessuna donna abbia una gravidanza, che non può o non vuole portare avanti.

Il corto circuito ideologico e le bugie sull’aborto

Esiste un corto circuito ideologico per cui si glorifica l’autodeterminazione solo quando è troppo tardi. Quando il danno è fatto e c’è una creatura da eliminare. Così l’aborto diventa ideologico, una sorta di conquista che sancisce l’autodeterminazione.

Il bambino è la vittima da sacrificare sull’altare dell’ emancipazione femminile. Perché nessuno dice che autodeterminazione, deve portare a una fertilità responsabile?

La narrazione dell’aborto è distorta e ideologica

Un altro corto circuito ideologico si vede nella narrazione dell’aborto, improntata su una serie di falsità. Generalmente si descrivono le donne che abortiscono come ragazze giovanissime, povere, ignoranti.

Delle eroine da romanzo d’appendice oppure da telenovela sud americana degli anni 80. Lì c’era sempre una ragazza bella e ingenua, sedotta e abbandonata dal cattivo di turno.

Questo tipo di donna – che probabilmente non esiste più – non c’entra nulla con il modello di emancipazione che si vorrebbe propagandare. Ma allora, questa donna progressista com’è? è una vittima delle circostanze, che ha bisogno dell’aborto come unica difesa in un mondo di seduttori a cui non sa opporsi, oppure è un’adulta che si autodetermina e sa badare a sé stessa?

Il corto circuito non si preoccupa della coerenza, solo del sensazionalismo piagnucoloso. In fondo fa comodo dipingere la donna sempre come vittima, invece di accettare che la libertà e impone responsabilità, in primo luogo verso sé stesse.

Spesso si usa il pretesto della violenza sessuale, come giustificazione dell’aborto. Eppure, non esistono evidenze che le donne che abortiscano in Italia siano tutte o in gran parte vittime di stupro.

Sfatare le bugie sull’aborto

Cerchiamo di sfatare qualcuna delle molte bugie, dettate da ignoranza o mala fede, che circolano intorno all’aborto. Per farlo, esiste una risorsa gratuita e ufficiale: il rapporto ISTAT sull’aborto, pubblicato regolarmente sul sito del ministero della salute. Si trova qui: https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3367_allegato.pdf

Si tratta di una verifica doverosa delle fonti ufficiali, alla portata di chiunque. Eppure, sia i così detti progressisti che i giornalisti si guardano bene dal farla. Sarebbe il loro mestiere, ma chi legge e si documenta più oggi giorno? Chi si dà da fare per avere una opinione propria, con tutte quelle preconfezionate che ci sono in giro, pronte all’uso? Molto meglio continuare una narrazione falsa e funzionale alla propaganda.

Tutti i numeri dell’aborto in Italia

Nel 2021 – anno di rilevazione più recente disponibile -c’erano 16 aborti per ogni 100 bambini nati vivi. Un numero impressionante. L’unica buona notizia è che l’aborto è in calo. D’altro canto, sono in calo anche le nascite. Chi sono queste donne? Su di loro ci hanno raccontato cose non vere, che è il caso di chiarire.

Bugia numero 1: Le donne che abortiscono sono ragazzine o minorenni

Ricordate la sindrome da sedotta e abbandonata di cui parlavamo poco fa? Capiterà di sentire che l’aborto è per le ragazze, che poverine, non sanno come comportarsi. Nel secolo in cui ci sono più informazioni gratuite e accessibili rispetto a ogni epoca precedente, è poco credibile che una ragazza non sappia come informarsi. Ma non è il caso di darsi pena a confutare questa evidenza.

Perché, in realtà, ad abortire non sono le ragazzine: la percentuale più elevata di aborti è stata registrata nella fascia di età 30-34 anni (23%). Appena più bassa è la percentuale di donne che abortiscono nella fascia di età 35-39 anni (21,4%). Lo spiego meglio: quasi la metà delle donne che abortiscono sono adulte: hanno dai 30 ai 39 anni.

Le ragazze, nella fascia di età fra i 15 e i 19 anni, hanno un tasso di abortività che è circa un terzo, rispetto alle adulte che hanno fra i 30 e i 34 anni.

Seconda bugia: L’aborto è prerogativa di donne senza istruzione

Lo avrete sentito dire spesso: quelle che abortiscono sono ignoranti. Non hanno conoscenze necessarie a pianificare una gravidanza. Sembrerebbe che le donne che hanno studiato, non abbiano necessità di abortire. Probabilmente si sanno regolare diversamente.

Invece, il 49% delle donne che hanno abortito nel 2021 ha un diploma di scuola superiore e il 17,7% ha addirittura la laurea. Solo l’1,8% delle donne italiane che hanno fatto ricorso all’aborto ha la sola licenza elementare.

Terza bugia: Le donne abortiscono perché non hanno un lavoro

Spesso si sente dire che l’aborto sia figlio dell’indigenza economica. Salvo poi condannare come arretrata qualunque proposta di sostegno alle madri in difficoltà. Ma lo dicevamo già prima: inutile cercare coerenza nell’ideologia dell’aborto.

Le donne che abortiscono sono veramente in una condizione economicamente così disagiata? Anche in questo caso, la retorica non dice la verità. Il 50% delle donne italiane che hanno abortito nel 2021 è occupata (la media scende al 47,2%, contando anche le straniere). Solo il 16% delle italiane che hanno fatto ricorso all’aborto si dichiara casalinga e il 20,6% sono disoccupate.

Anzi, il numero delle donne lavoratrici che abortiscono è aumentato. Nel 2015 la percentuale totale di donne occupate che ricorreva all’aborto era il 42,9%. Nel 2021 la percentuale è salita al 47,2%.

Comprendiamo quindi che queste donne avrebbero tutti gli strumenti: età, istruzione, occupazione, per gestire la propria fertilità in modo responsabile. Anche se, finora, ci hanno raccontato diversamente.

Bugia numero 4: Gli obiettori limitano il diritto delle donne ad abortire

Ultimamente si è riaccesa una vecchia polemica sull’obiezione di coscienza. In un mondo che chiama diritto anche quello che non lo è, l’unico diritto messo in discussione è quello degli obiettori. Professionisti che rivendicano il diritto di non compiere atti contrari alla propria coscienza.

Ma esiste realmente in Italia un problema di accesso all’aborto, per via degli obiettori? Anche in questo caso, i dati smentiscono le bugie della propaganda.

Le strutture che effettuano l’aborto in Italia sono il 60% di tutte le strutture che abbiano un reparto di ginecologia e ostetricia. In 8 Regioni la percentuale di strutture che praticano l’interruzione di gravidanza risulta superiore al 70% (100% in Val d’Aosta, 93% nelle Marche, 86% in Liguria, giusto per citarne alcune).

In Italia ci sono 399 punti nascita, rispetto a 340 punti IVG (Interruzione volontaria di gravidanza). In 6 regioni il numero dei punti IVG è maggiore di quello dei punti nascita (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Sardegna), in 3 regioni è uguale.

Per ogni mille nascite si conta un punto nascita, mentre per ogni mille IVG si contano 5,3 punti IVG. In proporzione, esistono più punti IVG che punti nascita. Il rapporto ISTAT conclude che la copertura del servizio è adeguata.

Bugia numero 5: I medici non obiettori non ce la fanno a soddisfare tutte le richieste

Davvero i medici non obiettori sono così subissati, da non riuscire a garantire l’aborto a chi ne fa richiesta?

Nel corso degli anni il numero di ginecologi non obiettori è rimasto stabile, mentre il numero di aborti effettuati annualmente si è ridotto, facendo diminuire il carico di lavoro sui medici non obiettori.

Secondo l’ISTAT, il numero di aborti per ogni ginecologo non obiettore è pari a 0,9 a settimana a livello nazionale. Il numero minimo si registra in Valle d’Aosta, con una media settimanale di 0,3 aborti a settimana. Il massimo è in Molise, che ha una media settimanale di 2,8 aborti. I ginecologi non obiettori non sono così saturi di aborti, da non riuscire a soddisfare tutte le richieste.

Bugia numero 6: negli ospedali in cui ci sono solo obiettori di coscienza, non si può abortire

Non è nemmeno vero che, laddove ci sono solo obiettori, l’aborto venga sempre negato. Il rapporto ISTAT dice: “alcune strutture hanno dichiarato di aver effettuato IVG pur non avendo in organico ginecologi non obiettori, dimostrando la capacità organizzativa regionale di assicurare il servizio attraverso una mobilità del personale non obiettore presente in altre strutture.”

 

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