Sabato sera, la strage continua

di Pietro Licciardi

NON SE NE PARLA PIU’ MA LA CULTURA DELLO SBALLO CONTINUA A FARE VITTIME

Negli anni ’90 le cosiddette “stragi del sabato sera” riempivano le pagine di cronaca dei quotidiani. Giovani che ogni fine settimana si schiantavano con le loro auto in paurosi incidenti stradali, stroncando le vite proprie e altrui, causati dallo stordimento dovuto all’alcool, all’uso di droghe, alla stanchezza e alla musica ad altissimo volume dopo ore trascorse a ballare in discoteca. 

Come ogni cosa, col tempo, di questa “stragi” non si è più parlato. Spenti i riflettori sul fenomeno e dopo che opinione pubblica e la politica si sono sgravati la coscienza con qualche nuovo divieto i giovani hanno continuato a frequentare le discoteche e a morire, come i quattro giovanissimi a bordo dell’auto che si è scontrata frontalmente con un altro veicolo a Villa Literno e il ventenne morto a Caserta nel ribaltamento del suo veicolo. Entrambi gli incidenti sono avvenuti il 19 Maggio.

Purtroppo si continua a mettere la testa sotto la sabbia ignorando volutamente che per fermare la strage occorre fermare la “cultura dello sballo” che alligna nelle discoteche, in cui si va per ubriacarsi, fare sesso con un partner occasionale, magari nello squallore della toilette, rimbambirsi di decibel, sublimare istinti e sensazioni con qualche pasticca. Il ballo alla fine è solo un pretesto, col quale mascherare la propria solitudine esistenziale o l’incapacità di rapporti autentici con le persone, compresi gli “amici” coi quali si condivide la baldoria.

E chi non entra in discoteca per “sballare” con la musica sparata a palla, l’alcool, l’extasy o qualche altro intruglio finisce ugualmente per uscirne intontito e con le percezioni alterate, uno stato che, in caso ci si metta al volante della macchina, equivale a puntarsi una pistola carica alla tempia.

Degli effetti della musica sulla psiche si è occupato già dal 1993 lo psichiatra, e criminologo canadese Jean Paul Regimbal che pubblicò il saggio «Le rock’nroll (Viol de la conscience par les messages subliminaux)» coi risultati d’una complessa ricerca condotta con una équipe di collaboratori sui segni, i suoni, le parole e i gesti del rock.

Regibmald si soffermò anche sui messaggi subliminali inseriti nei dischi di alcuni artisti rock e quelli dei simboli satanici presenti nella grafica di molte opere rock. Soprattutto egli sottolineò come sul piano del ritmi artisti allora in voga pescavano fra quelli del vudù dell’America Latina e di Haiti; proprio per l’effetto che quelle pulsazioni hanno nel provocare «un bisogno irreprimibile di liberarsi dalle inibizioni». Ma accanto a ritmiche che per natura e intensità sono psichicamente destabilizzanti, l’insidia, per lo studioso canadese, si nascondeva nel messaggio subliminale. 

Questo genere di messaggi, da tempo vietati in cinema radio e tv, consistono nella proposta d’un codice che non è avvertibile alla coscienza ma arriva a livello inconscio. A esempio: un teschio scomposto in vari pezzi in una pagina di giornale o irriconoscibile perché rovesciato, viene in genere ricomposto dalla nostra mente che in qualche modo lo percepisce. 

Così lo psicologo e criminologo si divertì a riversare su nastro una serie di successi del rock per ascoltarli a rovescio scoprendo che dietro la frase dei Led Zeppelin «And the voices of those who stand looking» (E le voci di quelli che stanno in piedi aspettando), si distingue la battuta «I’ve got to Uve for Satan» (Bisogna che lo viva per Satana); e dietro il celebre successo dei «Queen» Another one bites the dust» (Un altro ancora morde la polvere) c’è la frase «Start to smoke marijuana (Datti alla marijuana)». 

Ancora, nei Led Zeppelin, suonato al contrario il verso «There is stili Urne to change the road you are on» (E’ ora che tu prenda un’altra strada) diventa «My sweet Satan, no other made a path» (Mio dolce Satana nessun altro ha tracciato una strada). 

Ma erano gli anni Novanta e il rock o band come gli Zeppelin sono ormai archeologia. Nelle discoteche oggi vanno altri generi, come il rap, che per incitare alla violenza autodistruttiva non si serve più dei messaggi subliminali ma la spiattella alla luce – si fa per dire – del sole. 

Lo studio di Jean Paul Regimbal invece è ancora attuale nella parte riguardante le ricerche mediche condotte sugli effetti della musica ad alto volume. Una intensità di 120 decibel produce disturbi all’udito, ma anche, nel tempo, aumento delle malattie cardiovascolari e disturbi all’equilibrio. Per il musicoterapeuta Adam Kniste, l’intensità sonora procura sfinimento, narcisismo, panico, indigestione, ipertensione e strane forme di narcosi» facilmente verificabile anche in occasione dei concerti, in cui gli spettatori delle prime file vivono una sorta di anestesia totale. 

Inoltre le vibrazioni di bassa frequenza, sommate all’effetto ripetitivo della batteria, producono un effetto considerevole sul liquido cerebrospinale che a sua volta influisce direttamente sulla ghiandola pituitaria che presiede alla secrezione ormonale. Ne deriva uno squilibrio degli ormoni sessuali e surrenali, un cambiamento del tasso di insulina. Ergo: Le inibizioni morali si attenuano o sono completamente neutralizzate.

Con questo non si vuole certo demonizzare la discoteca o invocare altri divieti che risulterebbero probabilmente inutili, ma cercare almeno di spostare l’attenzione sulle reali cause delle “stragi del sabato sera”. Per evitarle sarebbe ancora meglio ridare ai giovani il senso e la gioia di vivere, quella che una volta rendeva le balere – allora si chiamavano così – e anche le discoteche luoghi piacevoli in cui ascoltare musica, ballare, fare amicizia e magari conoscere ragazze e ragazzi che avrebbero accompagnato per la vita. 

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