Quello che non ci hanno detto su Winnie Mandela


 

Esiste la censura? Certo che esiste, solo che non è più decisa a livello politico bensì a livello mediatico-economico-finanziario, cioè dai burattinai del Pensiero Unico. L’ultimo esempio si è avuto per Winnie Madikizela, ex moglie di Nelson Mandela (1918-2013), primo presidente nero del Sud Africa dal 1994 al 1999, morta a Johannesburg il 2 aprile 2018, all’età di 81 anni.

La notizia della sua scomparsa, infatti,è stata data da tutti, e dico tutti i grandi media, compreso “L’Osservatore Romano”, sorvolando sulle notevoli ombre che, dalla sua biografia, la macchiano e si riflettono ampiamente su quella del “Madiba”, nomignolo col quale Nelson Mandela viene chiamato all’interno del clan dell’etnia Xhosa alla quale apparteneva.

Nei “coccodrilli” abbiamo visto presentare la Madikizela come un’icona della lotta al razzismo, “madre della nazione” o, seguendo al massimo le veline del mainstream mediatico, come «voce forte e senza paura nella lotta per la parità di diritti che sarà ricordata come un simbolo di resistenza» (quest’ultima è una citazione del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres). Al massimo, qualcuno si è avventurato a dipingere Winnie come un “personaggio controverso” nella storia del Sud Africa, senza specificare naturalmente in che senso. Abbiamo anche visto la “lingua di legno” del politicamente corretto spiegarci come il percorso politico e personale della Madikizela sia «stato a volte molto criticato» (cit. in È scomparsa Winnie Mandela, L’Osservatore Romano, 3-4 aprile 2018, p. 2). In pratica sarebbe come dire che Adolf Hitler sia stato solo un tipo un po’ nervoso o stravagante…



Ma chi era veramente la seconda moglie di Nelson Mandela? Sebbene iconizzata dai grandi media conformemente a quella del marito, la figura della Madikizela è storicamente macchiata da numerose vicende inquietanti, oggettivamente punteggiata da affari di corruzione e ricordata dai sudafricani per le sue dichiarazioni politiche di una violenza inaudita. Per ricorrere a una testimonianza il più imparziale possibile, citiamo un saggio di una giovane giornalista sudafricana di sinistra, attualmente impegnata nel tramandare l’eredità politica e ideale dello stesso Nelson Mandela, Laurell Boyers-Bastiani. Questa giornalista radiotelevisiva di colore, stabilitasi nel 2011 dal Sudafrica in Italia dopo aver studiato all’università di Johannesburg,è fra gli autori dell’instant book, uscito nel 2013 con Il Corriere della sera, intitolato “Nelson Mandela. Bisogna essere capaci di sognare”. Nel suo contributo la Boyers, che è stata anche producer di documentari e programmi televisivi di approfondimento per la Tv indipendente nazionale sudafricana “E-tv” (Enca), ha scritto della«sequela di atrocità» di cui è stata protagonista nella sua lotta politica Winnie Mandela e, «ancora oggi, quando si parla di lei, la si ricorda come una volgare criminale, più che come un’icona della liberazione» (Laurell Boyers-Bastiani,“Hamla Kahle, Mandela!”, in AA.VV., Nelson Mandela, bisogna essere capaci di sognare, RCS, Milano 2013, p. 34).



La Madikizela ha per esempio dichiarato più volte di approvare la pratica del “necklacing”, violenza politica barbara consistente nel dare fuoco agli oppositori dopo averli legati a un copertone di automobile e gettandogli sopra della benzina. Centinaia di vittime, la maggior parte delle quali nere, sono state uccise in questo modo dai linciaggi condotti dall’ANC. La seconda moglie di Nelson Mandela è stata ripresa in un video mentre tristemente grida ad un enorme folla: «con le nostre scatole di fiammiferi e le nostre “collane” [in inglese “necklace”] libereremo questo Paese».

Il “necklacing” è uno dei diversi “doni” dell’ANC all’umanità, essendo già stato esportato ad esempio nelle guerre civili e lotte tra fazioni ad Haiti, Zimbabwe, Nigeria, Messico e in molti altri Paesi. Per questo ed altro nel corso degli anni persino i più stretti collaboratori di Winnie Mandela non hanno che potuti decisamente prendere le distanze da lei, accusandola di volta in volta di avere commesso dei reati e dei veri e propri crimini. Il più noto (per cui la Madikizela fu processata e condannata in primo grado, prima che il testimone-chiave suo principale accusatore sparisse misteriosamente dalla circolazione), è il coinvolgimento diretto nel rapimento, la tortura e l’omicidio di un ragazzino quattordicenne, James ‘Stompie’ Seipei (1974-1989), accusato di essere un informatore della polizia che investigava sulle attività dell’ANC. Nel 1992, ancora, venne accusata di aver ordinato un altro omicidio, quello del medico Abu-Baker Asvat, pure legato a suo modo al “caso Seipei” perché quasi certamente parlò con il ragazzo poco prima che questi morisse e di sicuro fu uno degli ultimi a vederlo. La relazione finale della “South African Truth and Reconciliation Commission”, cioè la Commissione d’inchiesta voluta in primis da Mandela per fare luce sui crimini e sulle ingiustizie passati sotto silenzio del periodo dell’apartheid, pubblicata nel 1998, ha dichiarato «la signora Winnie Madikizela Mandela politicamente e moralmente responsabile delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal MUFC [“Mandela United Football Club”, la squadra di calcio che raccolse diversi collaboratori di Winnie, tra cui le sue guardie del corpo, ma che divenne altrettanto famosa per le violente spedizioni punitive attuate verso gli avversari politici]» nonché «responsabile di gravi violazioni dei diritti umani».

Abbiamo poi abbondantemente rivisto, nei giorni della sua scomparsa, le foto che ritraggono Winnie mano nella mano con Nelson Mandela nel 1990 all’uscita di prigione di quest’ultimo. Nessuno dei commentatori, però, si è sentito in “dovere di cronaca” di accennare al fatto che il rapporto matrimoniale fra i due è stato sempre burrascoso se non violento, tanto da sfociare solo pochi anni dopo nel secondo divorzio(marzo 1996).



Nelson Mandela, infatti, dopo aver divorziato nel 1958 dalla prima moglie Evelyn, che l’ha accusato peraltro di adulterio e di essere venuto meno ai suoi doveri familiari, ha sposato in seconde nozze una ragazza di diciotto anni più giovane, la Madikizela appunto, che “nepotisticamente” collocherà per molti anni alla guida della sezione femminile dell’African National Congress(ANC) Women’s League. Successivamente Winnie ha ricoperto persino la carica di compente del Comitato Esecutivo Nazionale del Partito che ha condotto all’indipendenza il Sud Africa. Dopo due figli fatti con lei Nelson non avrà problemi a lasciarla nel 1996, ma questo naturalmente i telegiornali non ce l’hanno raccontato…  Eppure si tratta della donna che certamente ha più culturalmente influenzato Mandela e che l’ha maggiormente sostenuto negli anni della “lotta di liberazione” dal razzismo. Persino tra i sostenitori storici di Madiba, il solo evocare il suo nome oggi desta imbarazzo.

Eppure la Repubblica Sudafricana ha decretato un’intera settimana di lutto nazionale per onorare “Mama Winnie”, ha organizzato nel mastodontico stadio di Soweto fra una marea sventolante di bandiere verdi, gialle e nere dell’Anci suoi funerali di Stato e chiamato anche cori “gospel” per intonare,regolarmente a pugno chiuso, i vari slogan demagogici come «Lunga vita allo spirito combattivo di Mama Winnie Madikizela-Mandela!» e «Viva Soweto!».Non è che tutta questa pompa sia servita a distrarre i cittadini sudafricani e l’opinione pubblica mondiale dagli scandali che stanno sempre più affondando il Sud Africa del post-apartheid? L’ultimo ha riguardato proprio il “delfino” di Nelson Mandela, Jacob Zuma, che è stato presidente della Repubblica dal 2009 fino all’aprile 2018, dopo aver ricoperto le massime cariche sia istituzionali sia di partito. Zuma, fino a tempi recenti sempre vicino alla Madikizela, è stato infatti perseguito dal procuratore nazionale del Sud Africa per 16 capi d’accusa,tra cui corruzione, frode e riciclaggio.Oltretutto il 75enne leader dell’Anc si è dimesso solo a seguito di continue e pressanti richieste del suo partito, pur avendo collezionato accuse giudiziarie infamanti come quella relativa ad un acquisto di armi da 2,5 miliardi di dollari nel 1999,quando Zuma era vicepresidente della Repubblica. Il procuratore capo Shaun Abrahams, in una conferenza stampa trasmessa alla tv pubblica, ha dichiarato al proposito che nei confronti di Zuma vi sono «ragionevoli prospettive di un’azione penale coronata di successo». Era del resto stato indagato fin dal 2007 per 18 accuse di corruzione,truffa e crimine organizzato, incluse tangenti da società di prodotti militari. All’epoca, protestando la sua innocenza, Zuma era stato comunque costretto materialmente a dimettersi dalla carica di vicepresidente su pressione dell’allora capo dello Stato, ThaboMbeki. Ora vedremo come andrà a finire…



 

GIUSEPPE BRIENZA

Le Serate di San Pietroburgo

La seconda moglie di Nelson Mandela è morta a 81 anni,
ma si sono ”dimenticati” di raccontarci le atrocità da lei ordinate:
spedizioni punitive, violenze e omicidi

in Corriere del Sud, anno XXVII n. 2/18, p. 3

 


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