Rivoluzione americana e Rivoluzione francese: un confronto


Negli ultimi anni, soprattutto dal pontificato di San Giovanni Paolo II, si è discusso molto di che cosa sia l’Europa, la cultura europea e l’Occidente in genere. Dopo diversi studi, per gli appassionati di storia delle idee è ora disponibile in Italia il saggio storico-comparativo del diplomatico berlinese Friedrich von Gentz (1764-1832) sulla genesi, lo svolgimento e gli esiti delle due celebri “madri putative” della modernità occidentale, ovvero le rivoluzioni americana (1775-1783) e francese (1789-1815): Der Ursprung und die Grundsätzeder Amerikanischen Revolution, verglichenmitdem Ursprung und den Grundsätzender Französischen (Berlino, 1800).

Il primo dato di interesse è costituito dal fatto che si tratta dell’opera in assoluto senz’altro più importante di Gentz e al tempo stesso della prima traduzione disponibile in italiano del diplomatico, noto forse ai più come consigliere politico, e uomo di fiducia, del principe di Metternich (1773-1859) nonché segretario generale del Congresso di Vienna (1814-1815). Ma la statura intellettuale e politica del Nostro va ben oltre gli incarichi ufficiali – pur importanti – di cui fu insignito in vita: in un modo o nell’altro, magna pars del conservatorismo di lingua tedesca gli è debitore. Da quel Adam Heinrich Müller (1779-1829), che proprio in seguito alla sua conoscenza, cambiò il corso dei suoi studi e parallelamente quello della sua vita (grazie alla mediazione di Gentz finirà anch’egli al servizio di Metternich), stringendo amicizia con San Clemens Hofbauer (1750-1820) e convertendosi infine anche alla fede cattolica, fino a quel Karl Ludwig von Haller (1768-1854), autore della Restaurationder Staatswissenschaften che mandò su tutte le furie Georg Wilhelm Hegel e i suoi discepoli, passando trasversalmente per il complesso e variegato fenomeno romantico tedesco (a Jena come ad Heidelberg) il nome e il pensiero di Gentz rendono ragione della nascita o, quantomeno, della tenuta – finché tennero – di molti  ambienti radicalmente alternativi alla cultura francese dei lumi che con Napoleone “esportava” allora (che i vicini lo volessero oppure no) i suoi risultati autoctoni di civiltà e di progresso all’estero. La critica tout court anti-rivoluzionaria di Gentz non appare  sospetta di pregiudizio proprio perché egli stesso aveva guardato, come d’altronde il suo ‘maestro’ d’infanzia Immanuel Kant (1724-1804), con effettiva e compiaciuta simpatia all’iniziale 1789 francese polemizzando in prima persona con il fronte anti-rivoluzionario capeggiato dallo statista e scrittore anglo-irlandese Edmund Burke (1729-1797),  bestia nera dei giacobini di mezza Europa salvo  ricredersi – come Kant, ma con maggior convinzione e ben prima dell’avvento di Napoleone– per diventarne uno dei suoi più fini e brillanti contestatori. Legge naturale, filosofia del diritto, storia delle dottrine politiche (con le sue lezioni continentali più recenti e significative) formeranno così nelle sue pagine un bagaglio solido e argomentato di tutto rispetto, sempre lucido e – autentica rarità – che quasi mai cede al vizio diffuso della polemica per la polemica.

 Le radici europee dell’America

Se dunque si chiede dov’è l’Europa, la risposta di Gentz, singolare quanto si voglia, o forse neanche troppo se si guarda alla  storia del Novecento, è che l’Europa, perlomeno l’‘Europa storica’ contraddistinta dalla cultura diffusa della libertà e dal primato dei diritti, umani come civili, in realtà si trova – non da oggi – in America (quella prima di Obama, s’intende).Quella stessa America che si è ribellata all’Inghilterra non per mettere in discussione le radici della Madrepatria ma al contrario, proprio per confermarle, nel momento in cui era invece l’Inghilterra che abdicava al suo ruolo storico e natìo di supremo garante del diritto e delle libertà fondamentali. Non è un caso che il testo di Gentz, pubblicato in tedesco nel 1800 sull’Historisches Journal di Berlino e di fatto ignorato in Europa, abbia invece trovato una certa pubblicità proprio negli Stati Uniti d’America grazie alla traduzione in inglese di John Quincy Adams (1767-1848), futuro presidente della Repubblica federale. Adams, in quegli anni diplomatico di rango a Berlino, conobbe l’opera di Gentz appena uscì apprezzandone in particolare la profondità dell’analisi politica e culturale, la stessa che lo spinse a fargli dire che il prussiano Gentz conosceva gli americani meglio di quanto gli americani conoscessero sé stessi. Decise quindi di tradurla personalmente e renderla accessibile anche al pubblico americano che ne fece subito oggetto di un vivace dibattito. Successivamente, nel secolo breve, come rende conto l’introduzione a questa edizione italiana, il saggio di Gentz conobbe un nuovo successo grazie all’intermediazione decisiva di Russell Amos Kirk (1918-1994), studioso autodidatta di cultura europea, fra i più illustri interpreti contemporanei del pensiero conservatore statunitense. La fama di Gentz oltre-Oceano durerà quindi ininterrottamente fino ad oggi se è vero che, ancora nel 2009 sempre per il pubblico americano è uscita una nuova edizione (Liberty Fund, Indianapolis) commentata e curata da Peter Koslowski, allievo di Robert Spaemann, ora docente di Storia della filosofia moderna alla Free University di Amsterdam. In effetti l’opera di Gentz, alla luce delle considerazioni sulla rivolta, rectius, controrivoluzione americana, fonda dottrinalmente anche buona parte della storia moderna del conservatorismo americano che scopre infine così, grazie a un tedesco, la sua perdurante e sempre viva anima europea, non solo su un piano ideale ma concretamente reale.

 Due rivoluzioni a confronto: la rivoluzione americana come controrivoluzione

Nocciolo del pensiero di Gentz è la sostanziale estraneità dei fatti di Francia rispetto a quelli americani, accostati invece più volte, secondo una vulgata fortunata di matrice illuminista, quindi post illuminista, dura a morire. Già allora, infatti, agli albori del 1800 (non si dimentichi che Gentz – qui davvero antiveggente – scrive le sue riflessioni quando la Rivoluzione francese è tutta ancora in fieri), sulla scia della pubblicistica partigiana d’Oltralpe, negli ambienti letterari e diplomatici era invalsa l’abitudine di considerare la Rivoluzione americana quale naturale prodromo di quella francese del 1789. A tal proposito, così scrive nell’Introduzione Russell Kirk: «Gli storici della scuola liberale, predominante nel secolo XIX, sposarono l’idea che la Rivoluzione francese fosse stata un passo avanti nobile e irrevocabile verso il dominio universale della pace perpetua, dell’illuminismo e della fratellanza, e la confusero con quella americana interpretandole entrambe come manifestazioni virtualmente identiche del medesimo movimento progressista». Così la vulgata delle “rivoluzioni sorelle” ha continuato a diffondersi senza soluzione di continuità, praticamente fino ad oggi. Ma non c’è niente di più falso, argomenta invece instancabilmente Gentz dalle pagine del suo pamphlet. La cosiddetta Rivoluzione americana trae infatti origine dalla violazione delle consuetudini e del diritto naturale da parte del Parlamento britannico. Da un punto di vista costituzionale, le Camere inglesi non godevano alcuna superiorità rispetto alle Assemblee delle colonie americane, essendo tutti formalmente soggetti alla monarchia. Gentz ricorda come i coloni nordamericani si sollevarono in difesa dei propri legittimi diritti, fino ad allora riconosciuti, le loro aspettative e le loro richieste (contrarie a tassazioni eccessive e mortificanti) erano moderate, le loro costituzioni apparivano lucidamente conservatrici. Tant’è che, alla fine della guerra d’indipendenza, è sempre Gentz a parlare,«il popolo a malapena si accorse che la costituzione politica aveva subìto un cambiamento». Non è dunque esagerato affermare che, nel caso statunitense, si trattò in realtà – come si accennava – del contrario di una rivoluzione, ovvero di una ‘contro-rivoluzione’, di una reazione naturaliter difensiva contro un incipiente assolutismo parlamentare britannico. I rivoluzionari francesi, invece, volendo rifare non solo la società ma persino la natura umana, ruppero bruscamente con il passato, abbracciando i dogmatismi astratti della dea Ragione fino a cadere sotto il dominio sanguinario di un’ideologia mostruosa, che – sono ancora parole di Gentz – non a caso generò il Terrore arrivando a insanguinare l’intero continente europeo, fino poi ad implodere, oramai esausta, decenni più tardi. Segnando indelebilmente l’avvento dell’età lunga delle ideologie (1789-1989), la stagione rivoluzionaria francese anticipò così realmente, e non per metafora, i totalitarismi del XX secolo, di una parte come dell’altra, che in essa troveranno non a caso il principale riferimento dottrinario e storico-politico. Concludendo, Gentz osserva che anche se non mancarono nella Rivoluzione americana singoli episodi di crudeltà – tipici, purtroppo, di ogni guerra civile – tuttavia, egli si chiede, «che cosa sono mai questi singoli episodi d’ingiustizie rispetto al fiume di sangue, di miseria e di rovine chela Rivoluzione francese fece scorrere in tutto il Paese, arrivando a superare anche i confini nazionali.

 

OMAR EBRAHIME
in Corriere del Sud
n. 10, anno XXII/13, p. 3

 


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