1861: un’Italia senza gli Italiani?


Nell’arcipelago di gruppi, sodalizi, riviste e iniziative culturali ed editoriali rientranti nel “movimento Neoborbonico” (tendenza monarchica e anti-unitaria che rivaluta la storia e la dinastia del Regno delle Due Sicilie) va annoverata anche l’Associazione “Alta Terra di Lavoro”, fondata nel 2015 e presieduta da Claudio Saltarelli (www.altaterradilavoro.com).Nel sito dell’Associazione che, fra i suoi scopi ha quello di «dare una risposta al nichilismo imperante» riproponendo «i valori della fede, dell’identità, delle tradizioni, e della cultura» è stato appena pubblicato un interessante saggio dal titolo“Una d’arme, di lingua, d’altare”? Considerazioni sull’identità italiana pre- e post-risorgimentale (20 luglio 2020 – per leggere il saggio, che in versione di 42 pagine è disponibile in versione pdf, cliccare sul link: https://www.altaterradilavoro.com/una-darme-di-lingua-daltare-considerazioni-sullidentita-italiana-pre-e-post-risorgimentale/).

L’autore è il saggista napoletano Gianandrea de Antonellis, già Docente di Letteratura Italiana presso l’Università Europea di Roma (UER) e attualmente Presidente della Società Storica del Sannio(www.samnium.org).

Il punto di partenza dello scritto, che rientra pienamente nella letteratura “anti-risorgimentale” degli ultimi decenni, è che l’Italia nel periodo del c.d. Risorgimento 1861-1870 è stata sì unificata politicamente ma noncerto unitadal punto di vista culturale, economico, sociale e religioso.

A proposito del rapporto tra Italia ed Italiani de Antonellis ricorre inizialmente alla famosa frase attribuita al conte Massimo d’Azeglio (1798-1866)– ma forse apocrifa – secondo la quale «pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani», segno che il Risorgimento aveva vinto politicamente e moralmente, ma non culturalmente e socialmente, anzi! «Il disprezzo per lo Stato italiano – scrive de Antonellis -, necessariamente identificato nei suoi traballanti governi asserviti a potenze straniere (ieri Israele e gli Usa, oggi l’Ue, Israele e gli Usa), si riversa contro l’italianità in genere: contro la cultura, accusata di essere provinciale; contro l’uomo medio, imputato di essere vigliacco ed egocentrico (non a caso la macchietta interpretata in vari film da Alberto Sordi era definita “l’Italiano medio”); contro la mentalità del “tengo famiglia” se non quella, criptomafiosa, del “fatti i fatti tuoi”».

Dopo la retorica eroico-militarista del Ventennio fascista (1922-1943), la contro-retoricanon una anti-retorica, bensì una retorica al contrario») della Prima Repubblica (1948-1992) ha plasmato le nuove generazioni d’Italiani in senso assolutamente pacifista ed edonista. Ragazzi e ragazze«che rifiutano “senza se e senza ma” la guerra, ma non la droga; che amano il rischio della velocità e dello sballo post-discoteca; che sono anche capaci – imbottiti di stupefacenti – di brandire un estintore e tentare di rompere la testa ad un carabiniere, ma si stracciano le vesti se il militare in questione osa difendersi».

A causa di tale disfacimento psicologico e culturale, si chiede de Antonellis, a settant’anni dalla fine del Fascismo, ha senso ancora parlare di Italiani? E risponde: «Al di là della presenza o meno di una “spina dorsale” è possibile riconoscere in coloro che sono soggetti allo Stato italiano elementi di comunanza che vadano oltre la lingua e l’obbligo di pagare le tasse allo stesso soggetto? La dicitura “nazionalità: italiana” sui documenti di riconoscimento rispecchia anche un reale sentimento di appartenenza?».

Oggi se l’Italia è indubbiamente “una” dal punto di vista legislativo e linguistico, al contrario continua a non essere “una” dal punto di vista politico, religioso e culturale. E questo a causa di vari motivi ma, riteniamo, di fondo per la mancanza di una classe dirigente politica e amministrativa indisponibile (o incapace) di riconoscere l’identità profonda e servire l’interesse nazionale del nostro Paese. Tranne alcune eccezioni politiche, una ulteriore dimostrazione è la incredibile “gestione” dei flussi migratori negli ultimi decenni. L’immigrazionismo, conclude infatti de Antonellis, «unito alla sudditanza culturale europea, che mina di conseguenza le “memorie”» locali e nazionali, sfocia nello sradicamento nell’ateismo con la «sua attuale metamorfosi: la dittatura del relativismo nelle sue molteplici espressioni». Siamo convinti però che, a valle di questa gravissima crisi che da economico-finanziaria (2007) si è ultimamente trasformata in sanitaria e sociale (2020), l’Italia possa risorgere proprio grazie ai nuovi Italiani incolpevoli (spesso ignari) degli errori del passato.

 

GIUSEPPE BRIENZA

 


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