Un falso mito del Novecento: Gabriel García Márquez


Il 17 aprile del 2014 è morto il poeta e scrittore colombiano Gabriel García Márquez (1927-2014), noto soprattutto per l’opera “Cent’anni di solitudine” che, pubblicata nel 1967, gli ha guadagnato nel 1982 il Premio Nobel per la letteratura.

Il suo funerale si è tenuto in pompa magna il 22 aprile 2014 a Città del Messico, città nella quale si trasferì nel 1962 e restò per il resto della sua vita, alla presenza di due capi di Stato e migliaia di ammiratori in lacrime.

Oltre al Messico, anche altri Paesi latino-americani, su tutti la Colombia, hanno voluto dare il più alto riconoscimento in occasione all’ultimo saluto a García Márquez, organizzando ad esempio nella capitale Bogotá, nello stesso giorno, una cerimonia funebre che ha visto l’accompagnamento dell’Orchestra sinfonica nazionale, alla presenza del presidente della Repubblica colombiana Juan Manuel Santos.

Il fatto da segnalare è che le esequie, nonostante lo scrittore si sia sempre definito ed abbia operato come comunista, si siano tenute nella cattedrale di Bogotá, antistante ad una piazza Bolívar tappezzata di gigantografie di García Márquez sebbene coperta da una pioggia battente.

L’arcivescovo di Bogotá, cardinale Rubén Salazar Gómez, ha addirittura reso omaggio al Premio Nobel colombiano utilizzando parole alate durante l’omelia. Ha definito García Márquez un «grandissimo maestro della letteratura» e Cent’anni di solitudine libro che «oltrepassa i limiti delle parole e delle immagini» (cit. in Per Gabo omaggio in cattedrale, in L’Osservatore Romano, 24-25 aprile 2014, p. 4).

Va ricordato a quest’ultimo proposito che, nella tanto celebrata opera, il “Gabo” (come viene chiamato dai suoi ammiratori), non fa che raccontare con malcelato auto-compiacimento e pessimismo vetero-esistenzialistico, la solitudine irriducibile dell’uomo, nel “paradiso perduto” di Macondo.

Ben diversa la visione cristiana dell’esistenza individuale, del rapporto con gli altri e della solidarietà sociale. Basti pensare a quanto un santo come Josemaría Escrivá (1902-1975) ha sempre raccomandato (è stato ricordato da ultimo in occasione del saluto di Papa Francesco agli studenti dell’Univ, iniziativa internazionale promossa dall’Opus Dei), circa l’«efficacia del rapporto diretto, personale, con gli altri: con quel povero del proprio quartiere, con quel malato che vive il suo dolore nel grande ospedale; o con quell’altra persona che ha bisogno di fare due chiacchiere cordiali, un’amicizia cristiana per la sua solitudine, un aiuto spirituale che risolve i suoi dubbi e il suo scetticismo» (cit. in Papa Francesco riceve centinaia di lettere scritte da anziani e bambini consegnate dagli studenti dell’Univ, in Zenit, 16 aprile 2014).

Anche il giornale “ufficioso” della Santa Sede si è associato all’apologia di García Márquez, dedicandogli in una intera pagina grandi aggettivi ed apprezzamenti, e rievocando nello scrittore colombiano l’«autore di quel mitico Cienaños de soledad, saga e simbolo familiari e pluri-generazionali, autoctoni e universali. Saga e simbolo che segnarono, tra tempo, memoria e magia, il successo di un autore nuovo e, tra storia, leggenda e metafora, quello d’una narrativa secolarmente in ombra» (Claudio Toscani, Cent’anni e poco più. La morte di Gabriel García Márquez, in L’Osservatore Romano, 19 aprile 2014, p. 4).Per fortuna, però, qualcuno si è preso la briga di ricordare le gravi compromissioni umane e politiche del Gabo, che ha contribuito come pochi ad alimentare le menzogne circa il social-comunismo ed i regimi e movimenti totalitari che hanno insanguinato il XX secolo. In questo senso, basterà menzionare i suoi reportage dai Paesi dell’Europa dell’est degli anni 1950 e il supporto internazionale dato alla Cuba castrista.

Per quanto riguarda i primi, occorre riandare al 1954, periodo di piena “Guerra fredda”, durante il quale García Márquez si stabilì per un periodo a Parigi, essendo stato chiuso dal governo il magazine colombiano per il quale lavorava. Commissionato quindi da un giornale venezuelano di scrivere dei reportage sui Paesi euro-orientali al di là della Cortina di ferro, compì negli anni successivi ben tre viaggi di studio nei maggiori Stati, come si facevano chiamare allora “a democrazia popolare”, pur verificandone direttamente il regime di terrore e di povertà diffusa, «non mise minimamente in discussione il suo credo nel socialismo come il solo sistema in grado di risolvere l’ineguale distribuzione della ricchezza» (Gabriel García Márquez – obituary, in The Telegraph, 18 aprile 2014).

Pur non aderendo formalmente al Partito Comunista Colombiano, come ha ricordato opportunamente dopo la sua morte il quotidiano britannico The Telegraph, García Márquez ha però «sempre mantenuto stretti rapporti personali con i sui maggiori leader in Colombia, e, nonostante la messa fuori legge del partito fra il 1954 ed il 1957, non mancò mai di versare al Partito propri contributi finanziari mensili» (art. cit.).

Uno dei suoi rapporti più controversi è stato poi quello con il dittatore cubano Fidel Castro, che García Márquez conobbe a L’Avana a gennaio del 1959, pochi giorni dopo il trionfo della Rivoluzione. Infatti, l’ingresso a L’Avana dei barbudos lo colse «pieno di giubilo» (ibidem.) e, per questo, lo scrittore si recò immediatamente nella Cuba castrista per assistere ed aiutare la fondazione dell’agenzia di Stato Prensa Latina. Inoltre, fu invitato dal Líder máximo a fondare un ufficio informazioni dell’agenzia a Bogotà, dal quale come corrispondente «dedicò i due anni successivi a difendere energicamente la rivoluzione cubana, prima dalla Colombia e poi da New York. Tanto che durante la crisi dei missili cubani del 1962 le autorità americane furono indotte a sequestrargli documenti e carta di credito, costringendolo ad abbandonare il Paese» (Gabriel García Márquez – obituary, art. cit.).

Conoscente, amico intimo o semplicemente affascinato dalla personalità dei vari leader comunisti dell’epoca, «certo è che García Márquez ha sempre voluto essere vicino al potere. Secondo l’amico Plinio Apuleyo Mendoza, Castro e García Márquez erano amici […]. Il Gabo non ha mai militato in nessun partito anche se ne ha sostenuti diversi. A Caracas, per esempio, quando gli è stato conferito il premio letterario Rómulo Gallegos per il romanzo Cent’anni di solitudine, García Márquez donò i 100 mila dollari del riconoscimento al partito venezuelano Movimento al Socialismo (Mas) dell’amico Teodoro Petkoff. “Perché non è possibile che il Mas abbia meno”, aveva detto, in riferimento alle risorse economiche dell’organizzazione politica» (Rossana Miranda, Segreti e passioni politiche di Gabriel García Márquez, in Formiche.net, 18 aprile 2014).

E’ noto che, anche per questa sua tartufesca sebbene decisa adesione ideologica al social-comunismo, García Márquez non sia mai piaciuto ad uno dei maggiori intellettuali cattolici colombiani del Novecento: Nicolás Gómez Dávila. Quest’ultimo, infatti, non faceva mistero a tutti coloro che lo andavano a trovare che, nella sua immensa biblioteca, (contava oltre 30.000 libri), non ce ne fosse nemmeno uno scritto dal suo connazionale. Forse perché l’autore di Cent’anni di solitudine era di fatto un ateo e materialista? O forse perché quello che la critica letteraria ha definito il realismo magico “alla Garcia Marquez” ha ben poco a che fare con quel «realismo della dimensione sociale del Vangelo» che, insegna Papa Francesco, «inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone» (Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, n. 88).

 

 

GIUSEPPE BRIENZA

In Corriere del Sud n. 5
anno XXII/14, p. 3

 

***

García Márquez su Fidel Castro – A cura di Omar Ebrahime

“Lo chiamano Fidel. Lo circondano senza paura, gli danno del tu, discutono con lui, lo contraddicono, lo reclamano, con un canale di comunicazione immediata in cui circola verità a fiotti. È allora che emerge l’essere umano insolito, quello che la luminosità della sua immagine non permette di vedere…”.

“Questo è il Fidel Castro che credo di conoscere: un uomo di abitudini austere e illusioni insaziabili, con una educazione formale all’antica, di parole attente e modi tenui e incapace di concepire alcuna idea che non sia fuori dal comune. Sogna che i suoi scienziati scoprano la medicina risolutiva per il cancro e ha creato una politica estera da potenza mondiale, in un’isola 84 volte più piccola del territorio del suo nemico principale…”.

“È convinto che il risultato più grande per un essere umano sia una buona formazione della propria coscienza e che gli stimoli morali, più che quelli materiali, possono cambiare il mondo e guidare la storia. L’ho visto, nei suoi rari momenti di nostalgia per la vita, evocare le cose che avrebbe potuto fare in altro modo per guadagnare tempo. A vederlo tanto accorato per il peso di tanti destini di altri esseri umani, gli ho chiesto che cosa ancora avrebbe desiderato fare più di ogni cosa in questo mondo e mi ha risposto senza esitare: ‘Fermarmi in un angolo’”.

(Tratto da “Il Fidel che io conosco. Il ritratto del Leader Maximo”, in La Jiribilla. Revista de Cultura Cubana, 2007)

 


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