Il Magistero di Pio XII e l’ordine sociale


Il volume pubblicato dalle edizioni Fede & Cultura di Verona, Il Magistero di Pio XII e l’ordine sociale, di Giuseppe Brienza (con Prefazione di Francesco Mario Agnoli, pp. 109, € 12,50), costituisce un lavoro culturalmente prezioso in questo periodo di faticoso (e lento) avanzamento del processo di beatificazione di Papa Pacelli. Offre infatti una ricostruzione mirata a svelare aspetti spesso trascurati dalla storiografia ufficiale e dalla divulgazione corrente relativa al periodo del pontificato di Pio XII (1939-1958), partendo dall’opera di un personaggio, l’economista e giurista  Ferdinando Loffredo (1908-2007), che a suo modo confuta la continua comparazione dialettica fra la visione teologica pacelliana e la presunta spinta in avanti di Giovanni XXIII, che invece per innovare la Chiesa avrebbe deciso di convocare il Concilio Ecumenico Vaticano II. Paolo VI, anche per evitare rigide contrapposizioni e la logica delle fazioni all’interno della Chiesa decise per l’appunto di avviare contemporaneamente il processo di beatificazione di entrambi i suoi predecessori.

L’opera di Brienza si apre con un’analisi dell’evoluzione del processo di canonizzazione di Papa Pacelli (A margine del processo di canonizzazione di Pio XII, pp. 13-16), troppo spesso accusato da parte dei gruppi progressisti di aver praticato il “silenzio” sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, senza analizzare la strategia del Pontefice mirata invece a proteggere la comunità ebraica. Data che considera molto importante per la sua finalizzazione, rammentataci da Brienza, e’ il giorno 19 maggio del 2009 nel quale Papa Ratzinger ha attestato pubblicamente le virtù eroiche di  Pio XII.

Dopo aver contestualizzato, come in ogni saggio che si rispetti, la realtà storico-politica, i rapporti con la Chiesa, e la visione di ordine ed autorità di Fernando Loffredo, una parte importante del libro è dedicata alla sua biografia, presentata per la prima volta a seguito di un’accurata ricerca documentaria (cfr. Ferdinando Loffredo e lo sviluppo delle politiche familiari in Italia, pp. 17-73).

Loffredo, studioso e docente universitario, funzionario prima dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, poi dell’INPS, è intervenuto in maniera decisiva nella politica sociale e demografica del regime collaborando con Giuseppe Bottai. Respinse poi nel dopoguerra l’invito di Amintore Fanfani a collaborare con la Dc perché si sentiva molto diverso da “quella gente” e non voleva finire apparire come un “riciclato”. L’esperienza fanfaniana, in effetti, rappresenta una sorta di spartiacque nell’evoluzione politico-sociale della “I Repubblica”, perché da lì parte l’esperienza del Welfare State nel nostro paese.

Studiando Loffredo possiamo meglio delineare quella linea critica interna alle tendenze totalitarie del fascismo, detta “covata Bottai”, composta da un gruppo di intellettuali cattolici che Bottai, ministro della Educazione Nazionale, tentò di costruire per creare una classe dirigente che andasse a compiere quelli che riteneva i più alti e autentici ideali di libertà ed autorità.

Forte la testimonianza anticomunista di Loffredo, in tempi nei quali non tutti conoscevano a fondo i pericoli che si celavano dietro i messaggi accattivanti e subdoli del marxismo. La sua opera maggiore Politica della Famiglia (Bompiani 1938), vede la prefazione di Bottai, con il quale sui temi della famiglia e della società si era creata fin da subito una sintonia importante.

Politica demografica e familiare perché da lì parte tutto, dalla centralità del nucleo che deve sostenere la società e accompagnare l’individuo alla responsabilità, alla maturità e alle scelte decisionali del futuro.

Alla base delle scelte sociali  e politiche c’è sempre un senso della morale, una mission religiosa, e questo rappresenta senza dubbio il valore aggiunto dell’opera e testimonianza di Loffredo. I suoi studi meritano attenzione innanzitutto perché estremamente documentati, attinenti alla realtà, privi di sbavature od imprecisioni. La stampa fascista dell’epoca ne prese atto, tanto che presto lo stesso venne convocato per essere personalmente ascoltato in tema di rielaborazione delle politiche per la natalità e la famiglia del regime, da parte di Benito Mussolini.

Brienza si sofferma anche sui contenuti e sull’impostazione di fondo delle politiche consigliate dall’economista romano a Mussolini, ovvero sul fatto che promozione della famiglia e della natalità dovessero basarsi  su principi spirituali, al fine di educare alla onestà ed alla purezza.

Da segnalare come Loffredo scelga l’Azione Cattolica e non la Dc, senza voler incorrere con ciò in nessuna contraddizione, perché un conto era a suo avviso l’associazionismo, altro il partito dei cattolici. Non si sarebbe trovato a suo agio in un partito dove emergevano tendenze disgregatrici della famiglia, e componenti divorzistiche.

C’è poi il paragrafo dedicato all’incarico  di caporedattore nella rivista dell’INPS “Previdenza Sociale” e gli scritti di dottrina sociale cattolica ma, ancora più attuale, è il pensiero di Loffredo quando denuncia come annichilendo la famiglia, e innalzando l’individuo ad unico attore senza orizzonti comunitari e legami nucleari, il materialismo novecentesco avrebbe aggravato la crisi spirituale ed identitaria di tutto il mondo occidentale. C’è in queste pagine di Loffredo anche la denuncia dell’assistenzialismo, e del principio dell’aiutare de-responsabilizzando, quindi senza insegnare il modo di cavarsela da sé.

E ancora il diritto naturale, il buon senso che sorreggono la dottrina cristiana, a sua volta elemento di coesione della tradizione familiare italiana finché la stessa ha retto.

Tre i capisaldi dell’impostazione loffrediana: la considerazione del magistero ecclesiale come cardine della società tradizionale; l’ispirazione alla dottrina sociale cattolica, la visione della famiglia come “istituzione” della società, seguendo in ciò la scuola del sociologo francese Frédéric Le Play (1806-1882).

Un Loffedo per certi versi critico della emancipazione femminile appare negli ultimi paragrafi della ricostruzione biografica di Brienza, ma in realtà non nelle premesse, bensì nei risultati di violenza e di svilimento della stessa femminilità che si saranno in effetti avuti, soprattutto dopo il Sessantotto.

Nell’opera di Loffredo scopriamo l’influenza fondamentale di due matrici, la Nazione ed il Sociale, integrate in una maniera spirituale di concepire i rapporti umani, e gestire contestualmente la cosa pubblica.

Nel volume si passa poi al tema più specifico dei principi della politica e legislazione sociale con la riproposizione, curata e integrata nell’apparato bibliografico dallo stesso Brienza, del saggio di Loffredo intitolato “La sicurezza sociale nelle dichiarazioni del Pontefice Pio XII”, originariamente pubblicato su “Previdenza Sociale. Rivista bimestrale dell’I.N.P.S.” (anno XIV, n. 4, Roma luglio-agosto 1958, pp. 781-795). In tale poco noto contributo, emerge il pragmatismo e la inculturazione del messaggio della Dottrina Sociale della Chiesa nella impostazione adottata da Loffredo, nonché nelle conclusioni proposte sul Magistero sociale di Papa Pacelli (pp. 74-92).

Il volume si conclude con una rassegna bibliografica delle pubblicazioni di Loffredo sul tema dello “Stato sociale” in Europa e negli Stati Uniti dagli anni 1930 agli anni 1960 (cfr. Bibliografia “tematica” fra gli scritti di F.E. Loffredo su Stato sociale e politica della famiglia, pp. 93-103). Ci si chiederà perché questo arco temporale: si tratta degli anni in cui Loffredo scrisse di più sul tema su riviste e pubblicazioni nazionali ed internazionali, a proposito di libri e studi usciti in materia, anche nelle aree di lingua tedesca, inglese e spagnola, lingue che parlava e intendeva perfettamente.

Brienza dimostra con la ricerca su questo personaggio ingiustamente sconosciuto dalla storiografia nazionale, che esiste la possibilità anche nel futuro di determinare scelte sociali d’ispirazione cattolica che non contrappongano libertà ed autorità, modernità e tradizione. Scelte e politiche che riprendano l’evoluzione pur presente nella contemporaneità di una sana modernità, perché cristianamente anche se spesso inconsapevolmente radicata, al fine di rigettare il teorema progressista della negazione toto corde, delle radici cristiane dell’attuale civiltà occidentale.

 

DAVID TAGLIERI
in Corriere del Sud n. 4
anno XXI/12, p. 3


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