Vita, amore e quegli spettatori apatici che filmano un suicidio


«Signor Hamil, si può vivere senza amore?»
«Sì» ha detto, e ha abbassato la testa come se si vergognasse.
Questa è la domanda che Momò, un bambino cresciuto da Madame Rosa in un appartamento al sesto piano di un palazzo nel quartiere multietnico di Belleville a Parigi, chiede due volte di seguito al signor Hamil.

La vita davanti a sé di Romain Gary

 

Si può vivere senza amore?

La risposta del signor Hamil è chiaramente una bugia. Scrivo chiaramente, ma dimentico che non per tutti è così. Spesso si infiltra in testa il velenoso pensiero secondo il quale solo se degna la vita può essere vissuta, omettendo (forse volontariamente) che solo l’Amore salva: la vita equivale alla presenza dell’Amore.

Perché dico volontariamente? Perché volontariamente il signor Hamil mente. Forse quest’uomo ha avuto un’infanzia infelice? Forse i suoi genitori non l’hanno amato? Forse non è riuscito ad amare a sua volta? Questo non lo sappiamo, il libro non lo rivela. Solo la vergogna che prova («ha abbassato la testa come se si vergognasse») ci fa intuire che qualcosa di doloroso è presento nel dentro di questa vita: «è sempre negli occhi che la gente è più triste.»

Sappiamo qualcosa di Momò. Il bambino non conoscerà mai l’amore dei suoi genitori e va elemosinando questo affetto ovunque e da chiunque. L’amore unico e vero, quello dei propri genitori, manca nella vita di Momò.

Se la presenza dell’Amore equivale alla vita, laddove manca amore per la vita, ecco che la morte prende posto, accolta non come estrema compagna di viaggio, ma come sollievo alla sofferenza, palliativo di una vita che non appare più degna di essere vissuta.

Madame Rosa è una donna anziana, sta molto male, è sola, e decide di non andare in ospedale dove la farebbero «vivere come un vegetale» e non la «vogliono abortire». Sceglie di salutare questo mondo nella cantina di casa sua dove non possono trovarla.

Madame Rosa non vede la grazia nella vecchiaia, nella sofferenza un’occasione di redenzione. Fugge dalla vita attraverso una sorta di “eutanasia”: si lascia morire in casa.

Cosa può dirci oggi di questa storia?

Mi ha molto colpito la vicenda della donna suicidatasi a Crema dandosi fuoco, sotto le videocamere fredde dei cellulari di spettatori apatici. In che modo l’empatia verso questa donna è stata divorata dal desiderio di filmare la tragedia in atto?

La risposta è chiara. Applicare un paradigma di valore alla vita, secondo il quale solo un’esistenza degna può essere vissuta, ha svalutato la vita stessa. Se poi con l’aggettivo degna intendiamo priva di sofferenza partiremmo per una ricerca senza fine. Quale vita non è toccata dalla sofferenza?

Lo sa bene Momò, alter ego dell’autore Romain Gary, che la vita a volte può essere ingiusta, può toglierti tutto, può mancare l’amore dei nostri cari, ma tutto trova senso quando viviamo nell’Amore che salva. Quando riusciamo a vedere il dono della vita davanti a noi.

 

Roberta Conte

Gestisce il Blog “AzzurroPoesia”

 


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