Ru486, l’Arcivescovo Pennisi: c’è “banalizzazione dell’aborto” ma ci sono i modi per evitarlo


Con un tweet il ministro della Sanità ha annunciato il via libera all’aborto farmacologico in privato fino alla nona settimana di gravidanza, con la dotazione di pasticche consegnate dall’ospedale o dal consultorio.

In questo modo, la donna resterebbe nella totale solitudine fisica e psicologica, priva di quel sostegno che la stessa legge 194 prevede a tutela della maternità.

L’aborto domiciliare ” fai da te”, oltre a comportare la soppressione di un essere umano nella fase prenatale della propria vita, costituisce anche un attentato alla salute della donna, che viene lasciata abbandonata a vivere tra le mura domestiche questa ferita lacerante che porterà con sé strascichi psicologici.

Per questo le Linee guida prevedrebbero che l’uso della pillola abortiva sarebbe sconsigliato alle donne “molto ansiose”, con “una bassa soglia del dolore” e che vivono “in condizioni igieniche precarie”.

La diffusione della procedura farmacologica implica la diffusione di un metodo per cui le donne possono abortire a casa, come se l’aborto fosse un atto che riguarda solo la vita privata di chi sceglie di farlo, e non invece un problema sociale, che interroga e chiama in causa tutti.

Come comunità cristiana siamo chiamati ad interrogarci per porre in atto un piano pastorale che metta al centro la promozione della vita nascente con il coinvolgimento capillare di tutte le risorse positive presenti.

Papa Francesco ha preso più volte una chiara posizione in favore della promozione della vita umana e ha condannato l’aborto con espressioni molto chiare e forti, ma ha anche ha invitato i sacerdoti ad esercitare la misericordia verso le donne coinvolte in questo dramma e aiutarle a riconciliarsi con il figlio non nato.

Il 28 gennaio 2019 nel volo di ritorno dalla Gmg di Panama, Papa Francesco ha detto: “Il messaggio della misericordia è per tutti, anche per la persona umana che è in gestazione. Dopo questo fallimento, c’è pure misericordia.

Ma una misericordia difficile, perché il problema non è dare il perdono ma accompagnare una donna che ha preso coscienza di avere abortito. Sono drammi terribili. Bisogna essere nel confessionale, lì devi dare consolazione e per questo ho concesso a tutti i preti la facoltà di assolvere l’aborto per misericordia. Tante volte, ma sempre, loro devono “incontrarsi” con il figlio.

Io tante volte, quando piangono e hanno questa angoscia, le consiglio così: tuo figlio è in cielo, parla con lui, cantagli la ninna nanna che non hai potuto cantargli. E lì si trova una via di riconciliazione della mamma col figlio. Con Dio, la riconciliazione c’è già, Dio perdona sempre. Ma anche lei deve elaborare quanto è accaduto.”

Nella mia esperienza di confessore ho constatato che nelle donne che sono state coinvolte in un aborto c’è un senso di colpa che rimane anche se c’è stata l’assoluzione dal peccato.

Sono testimone anche del fatto che diverse donne sono state aiutate, grazie all’opera di assistenti sociali o di volontari, a portare a termine la gravidanza e ad essere accompagnate nei primi anni di vita dei loro figli.

Piuttosto che fornire strumenti che privatizzano sempre di più l’aborto rendendolo un fatto irrilevante, c’è l’urgenza del sostegno alla maternità con un approccio costruttivo e non ideologico, per dare risposte a bisogni concreti.

Quando le donne e le famiglie sono aiutate con opportuni sostegni, allora molte decidono di continuare la gravidanza e dare alla luce un figlio.

I Consultori familiari che puntano sulla prevenzione, i Centri di aiuto alla vita, i servizi Sos-Vita e il Progetto Gemma, svolgono un servizio prezioso per la tutela della vita nascente e della maternità durante la gravidanza.

La presenza efficiente di queste realtà indica una alternativa alla banalizzazione dell’aborto e rende una testimonianza credibile alla cultura della vita.

 

Mons. Michele Pennisi Arcivescovo di Monreale


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