La CIA, gli hippy e la rivoluzione psichedelica a 50 anni da Wight


«Sai cos’è l’isola di Wight/E’ per noi l’isola di chi/Ha negli occhi il blu/Della gioventù…». Chi non ha mai sentito almeno una volta questo intro del famoso brano dei Dik Dik L’isola di Wight? Fu pubblicato giusto cinquant’anni fa, dall’indimenticabile etichetta discografica Ricordi, all’indomani del Festival musical-tribale che, tra il 26 e il 30 agosto del 1970, si tenne sull’omonima isola britannica, nel canale della Manica.

Per molti italiani la famosa canzone cantata da Giancarlo Sbriziolo costituì l’apoteosi celebrativa di un evento che coinvolse una massa enorme di persone, circa 600mila giovani e meno giovani, coinvolti in teoria per vivere e predicare “pace e amore” ma, in realtà, per continuare a dissipare e dissiparsi così come avevano fatto, solo un anno prima, gli omologhi americani con il grande concerto di Woodstock, nello Stato di New York (dal 15 al 18 agosto 1969).

Il “messaggio dell’isola di Wight”, solo in teoria era “Fate l’amore e non fate la guerra” ma, di fatto, quel concerto diventò il punto più alto della diffusione delle c.d. droghe psichedeliche, in primo luogo dell’LSD. Questa potente sostanza era stata“scoperta” dal chimico Albert Hofmann nel 1938 e, nel secondo dopoguerra, si aggiunse a quelle che già stavano affascinando scienziati, rivoluzionari, filosofi, militari e agenti segreti, come documenta l’imponente ricerca del giornalista e scrittore milanese Mario A. Iannaccone, pubblicata nel libro “Rivoluzione psichedelica. La CIA, gli hippy, gli psichiatri & la Rivoluzione culturale degli anni Sessanta” (Edizioni Ares, Milano 2020, pp. 616, € 19,50).

Le cronache del tempo, poco o nulla esportate da noi (e altrove), dell’isola di Wight dal 26 al 31 agosto, parlano di alberghi e giardini privati presi d’assalto, scontri e violenze con gli agenti, rifugi costruiti con ogni tipo di materiale con conseguenze varie anche sull’ambiente ma, soprattutto, di acque inquinate per il massiccio usi di LSD.

Il filo conduttore che da Woodstock arriva a Wight non è l’aulico (e ingannatore) “blu degli occhi della gioventù”, del quale cantavano i Dik Dik, bensì l’alienazione dalla realtà, esplosa con la scoperta dell’LSD appunto, circoscritta alle elites durante gli anni Trenta e Quaranta ma “socializzata” ai ceti medi e nelle masse dei giovani nei decenni successivi.

Come descrive Iannaccone, in pochi anni l’LSD divenne una droga di larga diffusione, grazie alla produzione truffaldine delle grandi “aziende farmaceutiche” del tempo. In breve, questa droga sintetica spopolò perché, senza nessuna responsabilità, fu presentata da alcuni personaggi “di tendenza” come una medicina meravigliosa per vincere l’alcolismo, la follia e le ingiustizie sociali. Un “antidoto” contro l’ordinario, necessario per “allargare la coscienza”, illuminare le menti o per creare addirittura la “spia perfetta”.

La sostanza stupefacente, spiega Iannaccone, fu studiata da grandi istituti di ricerca strategica e inserita nei protocolli di esperimenti top secret negli States prima di diffondersi definitivamente nelle strade, nei salotti, nella società del boom economico e oltre, in un’onda lunga che ha influito profondamente sulla “cultura della droga” sino ai giorni d’oggi. Ripercorrerne a ritroso la storia, potrebbe fornire tanti elementi utili per poter, un domani (speriamo ne giungano presto le condizioni), invertire la rotta.

Giuseppe Brienza

 


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