Papa Francesco, la “globalizzazione dell’indifferenza” e quel relativismo culturale


Di Sara Deodati

Nel suo primo viaggio al di fuori del Vaticano Papa Francesco ha criticato la globalizzazione definendo tale fenomeno sociale, culturale ed economico «globalizzazione dell’indifferenza» (Omelia dell’8 luglio 2013 nel Campo sportivo “Arena”, in località Salina, isola di Lampedusa).

Su questo tema il Santo Padre è tornato molte volte durante il suo pontificato, associando il dispiegarsi della globalizzazione alla “cultura dello scarto”. Da ultimo, in occasione dell’Udienza Generale del 23 settembre 2020, Papa Bergoglio ha ripetuto: «non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale, senza il contributo dei corpi intermedi: delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle piccole imprese, delle espressioni della società civile. […] Tale partecipazione aiuta a prevenire e correggere certi aspetti negativi della globalizzazione e dell’azione degli Stati, come accade anche nella cura della gente colpita dalla pandemia».

A Papa Francesco non sfugge naturalmente il principale vantaggio della globalizzazione che consiste, dal punto di vista sociologico, nel dialogo interculturale che tale fenomeno porta con sé. Quello della “commensurabilità” delle culture è il vantaggio direttamente conseguente al processo di rapida crescita dell’interdipendenza globale, processo che in gran parte coincide con un livellamento universale delle condizioni di vita per mezzo delle nuove tecnologie. Anche in questo caso, però, essendo l’evoluzione tecnica veicolata per lo più da un’ideologia scientista, l’effetto che si osserva è quello della ricaduta nella “natura paradossale” della globalizzazione della quale abbiamo parlato in precedente articolo. Infatti, affinché possa impostarsi o mantenersi un dialogo fra culture e società per alcuni aspetti profondamente differenti, la proposta culturale globale non potrà mai essere posta sul piano della pura “neutralità dei valori”. Una tale “operazione” d’integrazione appare impossibile qualora concepita all’interno della visione scientista e tecnocratica attualmente maggioritaria nella classe dirigente internazionale.

Passando ora agli aspetti univocamente negativi della globalizzazione, ricorrendo all’interpretazione del sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017), rileviamo un legame non di natura contingente bensì essenziale/ineludibile fra relativismo e globalizzazione. Dal punto di vista socio-culturale, infatti, esistono del fenomeno tre valide interpretazioni, che lo identificano soprattutto nei suoi esiti attuali:

1) il relativismo come presupposto necessario della tolleranza indispensabile nel confronto/scontro di popoli, società e valori (Joseph Ratzinger);

2) il relativismo come sola filosofia soggettivistica di vita in grado di costruire un dialogo minimale nel mondo globalizzato ed, infine,

3) il relativismo come esito finale di quel processo di globalizzazione inteso come “ultima modernità”, vale a dire interpretato come “modernità su vasta scala”. In quest’ultima accezione, in definitiva, la globalizzazione dal punto di vista culturale non farebbe che radicalizzare e accelerare gli effetti e le derive a-valoriali del processo di modernizzazione inteso come “perdita del centro” sia sociale (la famiglia) sia religioso (il senso di Dio e del Sacro nella società).

In comune questi tre aspetti hanno la visione del relativismo come «il problema più grande della nostra epoca» (J. Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 75).

Dal legame essenziale/ineludibile che riteniamo esistente tra il relativismo e la globalizzazione discende che la “diversità culturale” promossa dalle attuali Agenzie internazionali (ONU, UNESCO etc.) abbia come sua necessaria conseguenza la posizione relativistica. Il relativismo culturale, quindi, che pure nasce in nome del dialogo fra le culture e del rispetto di ogni cultura, negando l’esistenza di valori universali, in realtà va a costituirsi proprio come il maggiore ostacolo tanto di un possibile dialogo interculturale quanto di una lotta al fondamentalismo, che del relativismo è a tutti gli effetti figlio.

Come insegna il già citato Bauman, dunque, la globalizzazione produce l’effimero, l’instabile e il precario, è cioè in sé un sistema incompatibile con la possibilità di un criterio sovra culturale di valutazione delle diverse tradizioni, valori, espressioni sociali. Se la modernità obbligava ad acquisire sicurezza a scapito della libertà individuale, la post-modernità con la quale si è inestricabilmente sposata la globalizzazione non riesce strutturalmente a coniugare la ricerca dell’interesse (e del piacere) individuale con un livello accettabile di sicurezza collettiva.

 


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