Sulla presunta neutralità dei media e sul loro funzionamento


Di Giulio Lizzi

Era il 12 febbraio 1931 quando, dalla sala di trasmissione allestita da Guglielmo Marconi in Vaticano, venne trasmesso in diretta il primo messaggio radiofonico mai pronunciato da un pontefice. Il testo, scritto da Pio XI di suo pugno, iniziava con queste parole: “Udite, o Cieli, quello che sto per dire; ascolti la Terra le parole della mia bocca. Udite e ascoltate o popoli lontani”.

Qualcosa di simile è accaduto più di recente, il 28 giugno 2011, quando Benedetto XVI ha utilizzato per la prima volta un iPad per annunciare via Twitter l’inaugurazione del nuovo sito d’informazione della Santa Sede, News.va.

Questi due episodi testimoniano un’attenzione antica e assidua della Chiesa rispetto ai mezzi di comunicazione sociale e al potere di influenza che essi esercitano nella società, orientando la percezione della realtà e la scelta dei valori di riferimento.

Già nel Decreto conciliare Inter Mirifica del 1963, infatti, si segnalava che “l’aspetto peculiare dei mezzi di comunicazione contemporanei consiste nel loro potere di influenzare a vari livelli l’intera società umana”. Così Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Il rapido sviluppo del 1995, affermava che i media “delineano fortemente l’ambiente culturale”. E ancora, nell’Istruzione pastorale Aetatis Novae, emanata dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nel 1992, si evidenziava che “per molte persone la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale”.

Anche Benedetto XVI è cosciente del fatto che i media “stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani“, tanto è vero che “non c’è ambito dell’esperienza umana in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi“.

Il magistero del Papa Emerito, sia nell’Enciclica Caritas in veritate che nei Messaggi per le Giornate mondiali delle Comunicazioni sociali, si concentra su un aspetto fondamentale della questione: la presunta neutralità dei media e del loro funzionamento.

Il Papa inquadra significativamente la riflessione sui media nel più ampio contesto della questione della tecnica: oggi infatti, per la prima volta nella storia, il mezzo tecnico di comunicazione non è più soltanto uno strumento che l’uomo può orientare ad uno scopo, ma si è trasformato anche in un ambiente mediale in grado di orientare, quando non di determinare, le modalità di approccio alla realtà. Le tecnologie della comunicazione, scrive il Papa, “non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale: con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare”. Ciò non vuol dire che l’uomo sia deresponsabilizzato di fronte ai cambiamenti impressi dai media: se da un lato siamo immersi un ambiente mediale che tende a sostituirsi alla realtà stessa, dall’altro lato dobbiamo essere coscienti del fatto che i vari contesti di questo nuovo ambiente sono orientati secondo la prospettiva di chi li progetta e li gestisce. I media, scrive infatti il Papa nella Caritas in veritate, “sono così incarnati nella vita del mondo, che sembra davvero assurda la posizione di coloro che ne sostengono la neutralità, rivendicandone di conseguenza l’autonomia rispetto alla morale che tocca le persone”. Simili prospettive, enfatizzando “la natura strettamente tecnica dei media, favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico”.

Riguardo all’ambiguità dei media, Benedetto XVI recupera il concetto, espresso nell’enciclica Spe salvi, della “ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano”. Il Papa, nei Messaggi per le Giornate mondiali delle Comunicazioni sociali, evidenzia alcuni rischi: che i media “si trasformino in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento”, come nel caso di una “comunicazione usata per fini ideologici”, attraverso la quale, “con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale”; che i media si facciano promotori di “espressioni di amore degradanti o false, che ridicolizzano la dignità donata da Dio a ogni persona umana e minacciano gli interessi della famiglia”; che i media vengano usati per “generare una monocultura che offusca il genio creativo, ridimensiona la sottigliezza del pensiero complesso e svaluta la peculiarità delle pratiche culturali e l’individualità del credo religioso”; che il fine dell’intrattenimento prevalga su quello dell’arricchimento cultuale e spirituale, una degenerazione che si verifica “quando l’industria dei media diventa fine a se stessa, perdendo di vista il senso di responsabilità nel servizio al bene comune”; che, “per esigenze di competitività commerciale, si tenda ad abbassare gli standard e a produrre programmi che, in nome del divertimento esaltano la violenza, riflettono comportamenti anti-sociali o volgarizzano la sessualità umana”; che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo”.

Tutto questo, secondo il Papa “è perversione” dei media e rappresenta, un “pericoloso mutamento della loro funzione” originaria. Infatti, nota il Papa, “la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede”. Si costata, ad esempio, che “su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per creare gli eventi stessi”.

Benedetto XVI fa “appello ai responsabili dell’industria dei media, affinché incoraggino i produttori a promuovere il bene comune, la dignità umana, la famiglia” e “a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla”. Scrive il Papa che “occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità”.

Rifacendosi alla Lettera apostolica Il rapido sviluppo di Giovanni Paolo II, il pontefice emerito ha indicato le tre vie per un corretto approccio ai media: formazione, partecipazione, dialogo. La formazione ad un uso responsabile e critico dei media richiede una formazione nell’esercizio della libertà, che non è “un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello”. La partecipazione ai media nasce dalla loro stessa natura: essi sono “una rete in grado di facilitare la comunicazione, la comunione e la cooperazione”. Il dialogo, per essere autentico, deve fondarsi sulla “ricerca e la presentazione della verità sull’uomo”, che “costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale”.

Ritengo che il merito di Benedetto XVI sia stato quello di ricondurre il ruolo dei media nell’alveo della questione antropologica: il problema centrale di oggi è il prevalere di una mentalità tecnicistica, che fa coincidere il vero con il fattibile, cioè, come scrive il Papa, “la deviazione della mentalità tecnica dal suo originale alveo umanistico”: in un parola, il problema di una tecnica che dimentica l’uomo. In un’epoca in cui le tecnologie della comunicazione sono parte integrante della nostra vita, il Papa ci invita ad essere coscienti del fatto che, come nella difesa della vita umana, del matrimonio e della famiglia, così anche nell’ambito delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo. Così come esiste una bioetica, deve esistere anche un’info-etica, che si occupi di difendere la dignità della persona di fronte alle forme subdole e suadenti che incidono negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e ne condizionano la libertà. A fronte di tanto uso e abuso della comunicazione, si tratta oggi di riscoprire, ammirando l’affresco dell’Annunciazione del Beato Angelico, la sacralità delle parole e delle relazioni umane che da esse scaturiscono.

In Il Corriere del Sud n. 8

anno XXI/12, p. 3

 


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