“La sindrome di Pinocchio” conquista spazi sempre più ampi, soprattutto a scuola


Di Nicola Sajeva

Ascoltando una conferenza sui problemi dell’infanzia, il relatore anticipava le sue argomentazioni affermando che oggi la maggior parte dei bambini manifestano segni e sintomi che ricordano il famoso personaggio di Collodi e perciò vengono classificati, dagli addetti ai lavori, come la sindrome di Pinocchio, stigmatizzando una tendenza al disimpegno: meno compiti, meno spazi destinati alla riflessione personale e più situazioni riconducibili al paese dei balocchi, meta del personaggio collodiano.

I problemi che attraversano il mondo dell’infanzia hanno inevitabilmente le loro risonanze nel mondo giovanile ed oltre.

Il mondo contadino da cui, in maniera più o meno diretta, proveniamo esprime un granello di sapienza affermando che la pianta si può raddrizzare  intervenendo quando è ancora piccola. Questa riflessione nasce spontanea quando ci accorgiamo che, purtroppo, proprio durante la prima e seconda infanzia si fa poco o niente per dare al bambino quelle strutture solide sulle quali potrà prendere stabilità la formazione integrale della sua personalità.

Penso che l’esperienza di noi contenga almeno qualche episodio che abbia come protagonista un bambino o un ragazzino al quale abbiamo espresso qualche garbato appunto per un comportamento che ci era sembrato sconveniente. La sua reazione spesso molto scomposta ci ha portato a concludere che prima la famiglia e poi la scuola non avevano saputo dare quelle norme educative che rendono costruttivo qualsiasi rapporto interpersonale.

E’ chiaro che quando parlo di norme educative non mi ritrovo a rimpiangere qualche formalistico atteggiamento di riverente rispetto che qualche “adulto” crede di pretendere dal più piccolo. Buona educazione è capacità di confrontarsi con l’altro, è prendere coscienza che la diversa esperienza dell’altro ci può arricchire e quindi merita attenzione e ascolto.

La realizzazione di questo affascinante processo chiede famiglie e istituzioni scolastiche pienamente consapevoli del proprio delicato ruolo e sinergicamente impegnate. La Sindrome di Pinocchio, purtroppo, conquista spazi sempre più ampi e determina scollamenti che si ripercuotono negativamente in ogni processo sia istruttivo che educativo.

Gite di più giorni, gare sportive che non hanno niente a che vedere con la necessaria educazione motoria, sfilate di carnevale patrocinate dai Comuni, ed altre occasioni distraggono troppo l’attività scolastica.

Lo stesso coinvolgimento in progetti che affrontano problematiche di ampio respiro come pace, mafia, integrazione razziale, gemellaggi, è molto dispersivo perché questi temi vanno affrontati ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, tutti gli anni della vita scolastica, non saltuariamente e non globalmente da comunità scolastiche che partendo da realtà diverse sono tenute a percorrere cammini differenziati.

Solo gli insegnanti della classe conoscono i propri alunni e sono in grado di dosare l’impegno rispettando i tempi di apprendimento e di maturazione formativa. Alla luce di queste indispensabili conoscenze possono scegliere modi e strategie che senza forzature permettano all’alunno di superare le crisi che sfociano sempre in una crescita spirituale e sociale.

Il P.T.O.F. (piano triennale dell’offerta formativa) che ogni scuola, in competizione con l’altra, si affanna a proporre per conquistare iscrizioni, diventa il canto ammaliante delle sirene che volevano cambiare la direzione della prua dell’imbarcazione di Ulisse. I genitori sapranno individuare la scuola dove i propri figli riusciranno a crescere nel migliore dei modi?

Oggi sono chiamati insieme agli insegnanti a cercare, ad inventare qualche antidoto alla Sindrome di Pinocchio.

Non desidero suscitare polemiche o alimentare rimpianti per un modello didattico: è un invito alla riflessione, a mettere in discussione un modo di procedere che da più parti viene considerato inadatto per realizzare il processo della società.

 


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments