La parola che si fa musica: l’importanza del coro in ogni assemblea liturgica

Di Maria Luisa Donatiello

Risale al principio dei tempi il rapporto tra musica e liturgia, che è sacro e voluto da Dio. È la Scrittura stessa a investire il canto di prestigio innalzandolo a preghiera prediletta: “Voglio cantare, voglio inneggiare: svegliati mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora” (Salmo 56).

Papa Benedetto XVI, nel volume Lodate Dio con arte (Marcianum Press, Venezia, 2010), ci ricorda che già nell’Antico Testamento la parola canto ricorre ben 309 volte e nel Nuovo Testamento 36: “Ove l’uomo entra in contatto con Dio, il semplice parlare non basta più. Vengono risvegliati degli ambiti dell’esistenza umana che da soli diventano canto; anzi, ciò che è proprio dell’uomo non è più sufficiente ad esprimere quello che egli deve esprimere, cosicché egli invita l’intera creazione a divenire canto con lui” (p.137).

La presenza del coro nell’assemblea liturgica svolge un ruolo di grande rilievo in particolare all’interno della celebrazione eucaristica. Esso non è certamente un dettaglio scenico, né tanto meno un elemento di intrattenimento, né ancora può essere considerato estraneo dal resto dell’assemblea. Il coro, insomma, è parte costitutiva e allo stesso tempo rappresentativa di ogni celebrazione. Investito del compito di far cantare tutta l’assemblea, che non è spettatrice passiva, ma destinataria e compartecipe, il coro contribuisce ad elevare gli animi a Dio.

Papa Ratzinger chiarisce in modo magistrale il ruolo del coro come rappresentanza: “L’idea che si tratti di rappresentanza dissolve in effetti la concorrenza di chi sta di fronte. Il coro agisce per gli altri e li include nel ‘per’ della sua propria azione. Con il suo canto tutti possono venir condotti nella grande liturgia della comunione dei santi e così in quella preghiera interiore che strappa il nostro cuore verso l’alto e al di là di tutte le realizzazioni terrene ci fa entrare nella Gerusalemme celeste” (p.128).

È ancora il Pontefice emerito ad esprimersi circa il rapporto tra musica e liturgia con particolare attenzione alla proclamazione cantata dei Salmi: “il Salterio diviene, di per sé, anche il libro di preghiere della Chiesa in formazione, la quale, da sé, diviene anche una Chiesa che canta pregando” (p.140).

La musica liturgica non può essere pertanto in nessun caso autoreferenziale e autocelebrativa, ma parte di un’assemblea che, unita al coro a voce unanime, canta e suona per celebrare Dio. La musica si fa così strumento privilegiato di preghiera collettiva e comunitaria.

 

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