Shemà. Commento al Vangelo del 21 novembre della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

 

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: Lc 20,27-40

sabato 21 novembre 2020

 Presentazione della Beata Vergine Maria

Oggi celebriamo la memoria liturgica della presentazione al tempio della Beata Vergine Maria. Si tratta di una memoria di origine devozionale, che si collega a una pia tradizione attestata dal protovangelo di Giacomo, un vangelo apocrifo, che esalta la verginità di Maria come offerta a Dio fin dalla sua infanzia. da poco ho terminato un corso che ho svolto a Padova, in qualità di liturgista, sulle celebrazioni mariane durante l’anno liturgico e quindi, per preparare questo corso, ho studiato che questa celebrazione liturgica risale al VI secolo, nel contesto della Chiesa Orientale, e viene attestata in Occidente, e quindi in Italia, solo dal secolo XIV. Maria quindi è modello di tutti coloro che sono presentati a Dio per essere consacrati a Lui, cioè essere proprietà di Dio, in vista della sua missione particolare che è quella di essere Madre del Signore e di ciascuno di noi. Si tratta comunque di una memoria e non di una festa, perciò, in questo giorno, il Vangelo segue la lettura del testo evangelico secondo Luca che ci presenta il Lezionario feriale e ci trasmette, la discussione tra Gesù e i sadducei sulla fede nella risurrezione. I sadducei, lo leggiamo proprio all’inizio del testo, non credevano alla Risurrezione ed è per questo che presentano a Gesù un caso assurdo, perché anche Gesù potesse vanificare la Risurrezione. Questa provocazione che Gesù riceve diventa per Lui l’occasione di smascherare l’ipocrisia di questi sadducei che facendo così ridicolizzano la fede in Dio e di insegnare che la condizione umana dopo la morte non sarà la stessa di quella in cui viviamo oggi, perché sarà diversa anche la loro relazione con Dio, che “non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Se infetti nel corso di questa vita possiamo incontrare Dio, è proprio perché la vita non finisce quì su questa terra, ma si trasforma, si illumina progressivamente, fino alla gloria del cielo. Ed è Maria, che oggi ricordiamo presentata al tempio, che, come una madre, ci accompagna lungo questo pellegrinaggio terreno, verso il cielo, perché noi, tutti, siamo fatti per la risurrezione e la vita! A questo proposito, condivido con voi una breve ma profonda riflessione di un fratello monaco di fede riformata, molto amato anche da noi cristiani cattolici: frére Roger (Provence, 12 maggio 1915 – Taizé, 16 agosto 2005), che ha fondato la comunità monastica ecumenica e internazionale dei Fratelli di Taizé, consacrando la sua vita alla preghiera e alla meditazione, e coronandola col martirio il 16 agosto 2005, quando, durante la preghiera pubblica serale, fu aggredito e ucciso da una squilibrata che gli si era avvicinata con un coltello. Così scrive frére Roger, umile fratello della fede in Cristo, nel suo libro “Lotta e contemplazione”: “Lasciamo il Cristo pregare dentro di noi, con la fiducia dell’infanzia, e un giorno i nostri abissi saranno abitati. Un giorno, più tardi, constateremo in noi la rivoluzione avvenuta. A lunga scadenza, dalla contemplazione scaturisce una felicità. E questa felicità è motore della nostra lotta per e con l’umanità. E’ coraggio, è energia per assumere rischi. E’ traboccare di letizia” 

Lc 20,27-40

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

 

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos

 


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