50 anni di divorzi in Italia: una tragedia offuscata e dei numeri preoccupanti

50 anni di divorzi in Italia: una tragedia offuscata e dei numeri preoccupanti

Di Don Gian Maria Comolli

Il 1 dicembre 1970, cioè cinquant’anni fa, il Parlamento approvò la Legge 898 che legittimava la “conclusione” di un matrimonio con il divorzio.

Una normativa entrata in vigore il 18 dicembre 1970, e confermata dal 59,26% degli italiani il 12 maggio 1974, che votò “no” al referendum abrogativo.

Nel corso degli anni questo opinabile diritto fu deteriorato dalle leggi 436/1978 e 74/1987 che abbreviarono i tempi per la separazione passando da cinque anni a tre, per giungere con la legge 55/2015, definita del “divorzio breve”, a sei mesi quando si raggiunge il consenso di entrambi i coniugi, anche in presenza di figli minorenni.

Ora, alcuni lavorano per il “divorzio lampo” o “divorzio immediato”, altri per i cosiddetti “patti pre-matrimoniali”. Dunque, una sconfitta dopo l’altra della società,nei confronti della famiglia!

I dati sono preoccupanti. Nel 1995, venticinque anni dopo l’entrata in vigore della legge, per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, mentre nel 2015 si è giunti a 311 separazioni e 182 divorzi ogni 1.000 matrimoni per un totale, in un anno, di 88.797 separazioni e 53.806 divorzi. E, nel 2018, si sono registrate 94.165 separazioni e oltre 64.371 divorzi. Da notare che mentre agli inizi degli anni 70’ quando fu approvata la legge, i matrimoni erano circa 500.000l’anno, nel 2018 siamo scesi a 203.258. Inoltre, il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi riguardano coppie con figli nati nel corso del matrimonio.

Molteplici sono le cause ma tutte con due basi comuni. L’attacco mediatico che da anni si sferra nei confronti della famiglia e i comportamenti e i modelli culturali proposti dal contesto societario. In particolare: l’ amore sempre più romantizzato, il martellante discredito dell’ impegno totale e definitivo, i tradimenti come normalità, la rinuncia al sacrificio che ogni unione comporta, la separazione, in alcuni casi, tra matrimonio e procreazione, il ruolo che la donna ha assunto negli ultimi decenni: moglie, madre, lavoratrice, il degrado della figura dell’uomo-padre, l’esasperato individualismo…

Chi sono le vittime di queste tragedie e perché ogni divorzio è una sciagura? Le vittime innocenti sono i figli e quelle, forse non del tutto consapevoli al momento della scelta, sono gli ex-coniugi.

I figli, piccoli ma anche grandi, il più delle volte, soffrono tremendamente dell’irresponsabilità di quei genitori che fanno ricorso al divorzio, poiché soprattutto i bambini e i ragazzi, non hanno le capacità per comprendere le motivazioni della separazione, vissuto spesso come forma di abbandono, oppure si percepiscono oggetti contesi tra mamma e papà. Ormai, molteplici studi internazionali, hanno provato il patimento affettivo e psicologico dei figli dei divorziati nei quali è presente una maggiore propensione al suicidio.

Negli Stati Uniti tre suicidi su quattro riguardano figli di divorziati. Anche i disturbi psichici colpiscono maggiormente questi bambini e ragazzi: il 16% nell’età tra i cinque e i quindi anni, contro l’8% di chi cresce in famiglia con entrambi i genitori.

Ma anche gli adolescenti e i giovani hanno più probabilità di contrarre malattie psicosomatiche e di fornire prestazioni scolastiche o professionali inferiori alle loro capacità.
Non va meglio agli adulti. Dal Rapporto Caritas 2016 “False partenze” riguardante povertà ed esclusione sociale, emerge che l’indigenza grava su parecchi reduci dalla chiusura di un rapporto matrimoniale, poiché in tanti non riescono più a procurarsi i beni di prima necessità a causa delle spese che mensilmente devono affrontare per assicurare sostentamento al ex-moglie e ai figli. E, alcuni, hanno anche due o tre divorzi alle spalle o convivono con un’altra donna e altri figli con tutte le spese che ciò comporta.

Pure a livello psicologico alcune situazioni sono preoccupanti, accusando alcuni uomini un più alto numero di sintomi psico-somatici rispetto alla pre-separazione, o divengono vittime dell’alcolismo o di altre dipendenze. E, quando tutto va male per un’erronea scelta, non si nasconde il pensiero del suicidio. Per le donne la situazione non è migliore avendo il doppio di probabilità di cascare nella povertà rispetto a quelle sposate. Infine, non possiamo tacere, le dinamiche di violenza con implicazioni penali che innesca un divorzio. Alcuni giorni fa, il 25 novembre, si è celebrata la Giornata contro la Violenza sulle Donne ma pochi hanno evidenziato questa motivazione, scordando che dal gennaio 2000 al dicembre 2018 la cronaca ha registrato 1.807 omicidi maturati come conseguenza di divorzi, cioè 226 all’anno, uno ogni giorno e mezzo.

L’agenzia SIR rivolse un po’ di tempo fa una domanda all’avvocato M. Fiorin, esperto del settore: “In che misura violenze domestiche, suicidi, depressione, emarginazione, criminalità giovanile si possono attribuire alla cultura divorzista?”. Così rispose il professionista: “In una percentuale molto alta. Ma tutto questo nessuno dei nostri politici sembra vederlo, né tanto meno lo vuole ammettere. Preferiscono trincerarsi dietro la retorica dei ‘nuovi diritti’ ” (24 aprile 2016).

Da quanto affermato si comprende che questa colossale tematica, e di conseguenza l’indissolubilità del matrimonio, non riguarda solo l’aspetto religioso, come molti ancora credono, ma tutta la società. Ogni matrimonio, celebrato con rito religioso o civile, comporta un “consenso libero degli sposi” che si promettono “amore esclusivo ed eterno” di fronte a qualsiasi situazione e l’apertura alla generazione e all’educazione dei figli. Se in qualsiasi momento è possibile ripensare e annullare un impegno assunto davanti alla Chiesa o alla società, questo ovviamente perde significato. Inoltre, del divorzio non troviamo indizi nella Costituzione che si fa garante del ruolo della famiglia eterosessuale, sancita dal vincolo del matrimonio (cfr.: artt. 29-31 e 37).

Papa Francesco trattò l’argomento, o meglio offrì delle indicazioni concrete agli sposi nell’Udienza Generale del 2 aprile 2014, quando sviluppò il significato del sacramento del matrimonio. Dopo aver evidenziato l’essenzialità della preghiera in famiglia che rafforza il legame tra gli sposi, rammentò le molteplici difficoltà che le mamme e i papà incontrano “per il lavoro, i soldi che non bastano mai, i bambini che hanno problemi”.

E, infine il Papa s’intrattenne sui litigi che a volte, affermò: “fanno volare i piatti”. Il suo semplice ma fondamentale consiglio: “L’amore è più forte del momento nel quale si litiga e per questo io consiglio sempre: non finite mai la giornata senza aver fatto la pace… Fate questo ‘sempre’ perché non è necessario chiamare le Nazioni Unite che vengono a casa a fare la pace”. Poi, un piccolo gesto, una carezza o un sorriso cambia tutto. Il consiglio finale, il Papa, lo racchiuse in una triade: “permesso, grazie, scusa”. Tre parole “magiche” ma importantissime che contano molto quando si è arrabbiati o stanchi dopo una giornata di lavoro. Però, “queste tre parole si devono dire sempre; queste tre parole devono essere di casa. ‘Permesso’, per non essere invadente nella vita coniugale… ‘Grazie’ per quello che hai fatto per me… E siccome tutti sbagliamo, quell’altra parola che è un po’ difficile a dirla, ma bisogna dirla, è ‘scusa’… ”. Non scordiamo le tre parole che con la preghiera e con il riconciliarci a fine giornata, determinano un matrimonio felice, allontanando il fantasma del divorzio.

 

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