Alfred Hitchcock e… la teologia del peccato originale


Di Sara Deodati*

Il 29 aprile di quest’anno, in piena crisi Covid-19, è caduto il quarantesimo anniversario della morte di Alfred Hitchcock (1899-1980), il noto regista e produttore cinematografico britannico. L’autore di capolavori del giallo e del thriller come Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954) e Psycho (1960)è stato un “maestro del brivido” che, nei suoi film, ha rappresentato nelle sue varie sfaccettature le conseguenze, nella psiche e nelle azioni degli uomini, di quel peccato originale che ha portato l’Occidente ad un secolo, come il Novecento, dominato dalla violenza e dalle pulsioni autodistruttive.

In un tempo di “disincanto” verso alcuni dei temi classici della teologia tradizionale e considerando la carenza di una trattazione divulgativa online, presenterò in questo articolo i fondamenti della teologia del peccato originale nella Sacra Scrittura e, in un successivo contributo, le sue conseguenze, individuali e sociali, sulla base del Magistero della Chiesa.

Cominciamo con il dire che la Bibbia e la Tradizione insegnano che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato. Esso consiste in «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna» (sant’Agostino) e, nello stesso tempo, in «un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, n. 392).

Il racconto del peccato originale come fatto concreto è compiutamente esposto in Genesi 3, capitolo nel quale non si rinviene però il fondamento del relativo dogma. L’esegesi biblica ha infatti dimostrato come lo scopo dei primi tre capitoli del libro della Genesi non sia quello di raccontare con esattezza ciò che è successo all’inizio della storia umana, bensì spiegare appunto che la fonte del racconto non è una rivelazione immediata o trasmessa sin dall’inizio. Si tratta in definitiva di un racconto che appartiene al genere sapienziale, che ha lo scopo cioè di spiegare la condizione umana attuale indicandone le cause.

Dall’inizio della storia del peccato discendono le conseguenze descritte nei primi undici capitoli della Genesi, incentrati sulla disobbedienza dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, ma che si è fatto sedurre e ingannare dal diavolo. La creatura si è resa così colpevole del peccato nelle sue varie dimensioni, rovinando l’opera “molto buona” del Creatore.

Fin dagli inizi della storia, l’uomo tentato dal maligno ha abusato della sua libertà, «erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio» (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 21 novembre 1964, n.13). Il peccato si configura pertanto come contrasto alla volontà di Dio e consiste nel respingere l’offerta della partecipazione alla vita divina e contemporaneamente nel decidere del bene e del male indipendentemente dalla Sua legge. La creatura pretende di diventare egli stesso Dio per rapina, pervertendo la libertà ordinata al bene e cancellando la sua dipendenza da Dio. L’uomo, però, deve fare i conti con sé stesso e con la sua creaturalità limitante, a cui si aggiunge la ferita del peccato, che rimane lancinante senza la protezione divina.

Il racconto del peccato originale si comprende attraverso il riferimento contenuto in Genesi 2,16-17, laddove Dio comanda all’uomo di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Con ciò gli pone un limite invalicabile: riconoscere necessariamente e rispettare in quanto creatura ciò che Dio ha stabilito come bene o male per lui.

All’interno del giardino dell’Eden, oltre all’albero della conoscenza, vi è per l’uomo anche quello della vita, dato in dono con la possibilità di vivere per sempre. Scegliendo il male, che è frutto esclusivamente della sua volontà peccatrice, egli si preclude però il dono preternaturale dell’immortalità. Volendo decidere in modo autonomo, la creatura pretende di “essere come Dio”, rifiutando la sua condizione umana e, per questo, si ritrova “nuda”.

Dopo il peccato originale il serpente-tentatore viene maledetto per sempre e ridotto a strisciare sulla polvere. L’uomo e la donna vengono invece allontanati dall’Eden e privati di tutti i doni preternaturali. Tra le conseguenze del peccato originale vi è infatti la morte, il dolore e i travagli della vita terrena. Il peccato commesso ha inoltre come esito la fatica nel lavoro (l’uomo trarrà cibo dalla terra con dolore e con sudore sulla fronte) e il dolore nel parto (Gn 3,16-17). Oltretutto l’armonia tra l’uomo e la donna scompare, in quanto l’istinto di quest’ultima sarà verso il marito, ma lui non sempre la ricambierà con un sentimento di amore bensì di dominio. Per entrambi Dio diventa l’essere da temere, una figura non più familiare ma minacciosa. Dopo la disobbedienza l’uomo prova persino a scaricare sul Creatore la sua responsabilità: la donna che tu mi hai messo accanto ha preso il frutto e io ne ho mangiato. Salta dunque la relazione con Dio, con la donna e poi con il creato che, da luogo accogliente, diventa ostile e fonte di stanchezza e di insoddisfazione. La morte è entrata nel mondo e con essa tutta la sua scia di sofferenza e di dolore.

Nonostante il peccato separi l’uomo da Dio, questi non lo abbandona e continua ad occuparsi di lui. Subito dopo la cacciata, infatti, «il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì» (Gn 3,21) e, in tutti i momenti di difficoltà o pericolo, non mancò di offrirgli la sua Grazia.

In conclusione, possiamo affermare che il messaggio finale dei capitoli 2 e 3 della Genesi consiste nella natura individuale e sociale del peccato originale, commesso personalmente ma a seguito di una tentazione del demonio accettata con il libero arbitrio. In pratica la miseria umana e il male non provengono da Dio, bensì da una rivolta e disobbedienza dell’uomo contro Dio avvenuta agli inizi dell’umanità.

La condizione di peccato universale, oltre che nel libro della Genesi, è descritta in altri brani dell’Antico Testamento.

Nella prospettiva del salmista la peccaminosità del popolo si estende a tutta l’umanità (Sal 14,1-3; 12,2-3) e l’uomo risulta irrimediabilmente corrotto fin dalla nascita non restandogli che affidarsi alla misericordia di Dio (Sal 58,4).

Nei libri sapienziali e profetici vediamo come Israele prende coscienza di due aspetti importanti del male: esso estende le sue radici dovunque ed ha un carattere universale. Del primo aspetto parlano due testi della riflessione sapienziale riferendosi al peccato originale come eredità di dolore trasmessa dai peccatori ai loro discendenti (Sir 25,24; Sap 2,24). Il secondo aspetto si rinviene chiaramente nel libro del profeta Ezechiele, laddove denuncia come il male non si esaurisca in chi lo compie ma si espande alle future generazioni (cfrEz 16,20-23).

Questi contenuti dell’Antico Testamento acquistano un nuovo significato alla luce di Cristo. Il tema dell’uomo peccatore è presente in particolare negli episodi evangelici che descrivono l’incontro di Gesù con i peccatori. L’annuncio del Regno di Dio da parte del Messia comprende infatti l’offerta di perdono a quanti vivono sotto il dominio del male(cfr. Mt 9,11-13; 12,28-29; Lc 5,30-32; 15,4-7). Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini, a ristabilire la giustizia originaria infranta dal peccato (cfr. Mc 10,1-12; Mt 19,1-9). Già nei Sinottici ma con maggiore dettaglio nel Vangelo di Giovanni il mondo viene a identificarsi con la somma dei peccati dell’umanità e, pertanto, senza la Grazia esso incarna solo concupiscenza e Male (cfr. Gv 12,31;17,9;1 Gv 2,16). Lo stesso tema è ripreso dall’Apocalisse dove viene sottolineato l’influsso di satana che inganna l’uomo e lo induce a peccare (cfr. Ap 12,9).

La tematica dell’universalità del peccato nella storia dell’uomo è messa in evidenza da san Paolo. Egli, infatti, sviluppa un parallelismo fra Cristo e Adamo, collegando al nostro progenitore la morte e il peccato e al Salvatore la redenzione e la risurrezione (1Cor 15,21-22).

Romani 5,12-21 è il testo fondamentale sul quale si fonda, per certi versi, il dogma del peccato originale. San Paolo mette in evidenza l’universalità della salvezza di Cristo in risposta all’universalità del peccato di Adamo, sottolineando la superiorità di Cristo sul peccato e sulla morte. Con questo parallelismo l’Apostolo mostra come la causa singolare di un fatto possa originare una universalità di effetti: il peccato di Adamo è un fatto singolo ma si trasmette a tutta l’umanità.

Anche nella lettera agli Efesini 2,1-3 san Paolo fa riferimento alla redenzione operata nell’uomo da Cristo: gli uomini erano sotto il regime dell’ira di Dio e soltanto un intervento gratuito e amoroso di Dio li ha potuti salvare.

* Laureata in Scienze Religiose nella Facoltà di Teologia della
Pontificia Università della Santa Croce (Roma)


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