Il Gesù povero e derelitto dei teologi della liberazione non regge!

Il Gesù povero e derelitto dei teologi della liberazione non regge!

CONTRO LA RETORICA PAUPERISTA CHE SPESSO ASCOLTIAMO A NATALE NELLE OMELIE INFLUENZATE DALLE UTOPIE DEL SOCIALISMO INVOCHIAMO LA RIPROPOSIZIONE DELLE VERITÀ DEL VANGELO

Di Pietro Licciardi

Secondo la retorica pauperista di una certa chiesa che ha messo da parte la dottrina per abbracciare l’ideologia, Gesù è nato povero perché il regno dei cieli è riservato innanzitutto ai proletari e ai derelitti.

Ma era poi così povero Gesù?

Il Nazareno tanto per cominciare non apparteneva ad un qualsiasi sfigata famiglia ma apparteneva al più nobile lignaggio giudaico, quello davidico; ce lo dicono Matteo e Luca i quali nei loro vangeli riportano l’intera genealogia. Giuseppe inoltre era un artigiano, non certo un umile guardiano di greggi tanto è vero che quando con Maria si recò a Betlemme per il censimento cominciò a cercare un posto per la notte iniziando dalle locande – gli hotel dell’epoca – e se si dovette accontentare di una grotta adibita a stalla non fu certo perché non aveva i soldi per pagare un alloggio decente ma molto probabilmente per dare a Maria un po’ di privacy nell’imminenza del parto essendo tutto esaurito e, come ci dicono sempre i vangeli, sovraffollato.

Non solo, ma quando la Santa Famiglia ricevette la visita dei Magi questi erano convinti di trovarsi davanti ad un re; anzi, un grande sovrano, la cui venuta era stata preannunciata da un fenomeno astronomico di tale portata da farli muovere da terre lontanissime. E davanti ad un sovrano di tale grandezza non ci si presenta recando in dono qualche spicciolo in oro, un misero sacchetto di incenso e una micragnosa ampollina di mirra.

E difatti con quel che ricevettero in dono Giuseppe, Maria e Gesù poterono tranquillamente soggiornare per anni in Egitto aspettando la morte dell’infanticida Erode in tempi in cui non esistevano welfare state e reddito di cittadinanza.

Dei trent’anni successivi non sappiamo molto, se non che Giuseppe doveva essere sicuramente un bravo e apprezzato artigiano, oggi diremmo un imprenditore, in grado di mantenere più che dignitosamente la famiglia.

Qualche indizio in più sulla condizione economica di Gesù negli anni della sua predicazione la possiamo però dedurre dal fatto che Lui e il nutrito gruppo di apostoli poté girare in lungo e in largo per tre anni senza lavorare, disponendo di una ben fornita cassa comune, di cui Giuda era l’amministratore, rimpinguata da facoltosi discepoli peraltro convinti come del resto gli stessi apostoli che Egli fosse il Messia, venuto per liberare Israele. Insomma uno col quale era bene mostrarsi generosi per poter un domani ricevere altrettanto generosi favori in cambio.

Infine ricordiamo il momento in cui i soldati che avevano spogliato Gesù della sua tunica decisero di giocarsela a dadi perché era troppo bella e preziosa per dividerla in parti uguali. Perciò Nostro Signore era uno che doveva avere nel suo guardaroba capi firmati da Gucci e Armani piuttosto che economici abiti Made in China.

Morale: condoglianze per le omelie dei tanti “teologi della liberazione” che ci hanno tediato ogni sacrosanto Natale con la storiella di Gesù ultimo tra gli ultimi, istigando in noi, borghesucci capitalisti, vergogna e sensi di colpa.

La favola del Gesù povero e derelitto poteva andar bene fino a una ottantina di anni fa, quando la società non aveva ancora conosciuto il boom economico e la vita era molto più frugale e precaria. Per quei tempi probabilmente confortava un povero Cristo nato al freddo e al gelo di una grotta, perché quella era la condizione di un gran numero di persone alle quali poteva fare molto più piacere immaginarsi un Salvatore che oltre alla condizione umana aveva condiviso anche la loro dura vita quotidiana.

O magari, trattandosi di cristiani dalla fede più salda e dunque molto più intelligenti di noi e degli attuali preti, sedotti più dalle utopie del socialismo che dalle verità del Vangelo, avevano ben capito che Gesù ci ha voluto insegnare che ciò che conta per guadagnarsi il Paradiso non è la rinuncia ai beni materiali – anche perché a pancia vuota e senza un tetto sulla testa si ha ben poca voglia di guardare verso il cielo, se non per maledirlo – ma la capacità di non esserne condizionati, facendone il principale o esclusivo orizzonte della nostra esistenza.

 

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