Quel prezioso documento per l’era post-comunista da rileggere!


IL LAVORO, LA PROPRIETA’ E L’ECOLOGIA NELL’ENCICLICA DI GIOVANNI PAOLO II “CENTESIMUS ANNUS”

Di Don Gian Maria Comolli*

L’enciclica sociale di Giovanni Paolo II Centesimus Annus (Nel centenario) fu pubblicata il 1° maggio 1991 per commemorare i cento anni della Rerum Novarum.

Fu la prima enciclica dell’era post-comunista e, Papa Wojtyla, oltre a ricordare le caratteristiche della storica enciclica di Leone XIII, espose le linee basi della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) con uno sguardo rivolto al futuro.

Il Pontefice, all’inizio del documento, ricordò che furono gli imprenditori e i lavoratori a invitarlo a stendere lo scritto, perciò, più volte, si rivolgerà a queste categorie che rappresentano il mondo economico e contemporaneamente il motore della comunità.

L’enciclica è divisa in sei capitoli che, come accennato, iniziano con una presentazione dei tratti caratteristici della Rerum Novarum.

Con quest’ultima enciclica che superficialmente è indicata come quella che apre il lungo cammino della DSC, si elaborano e proclamano principi e valori che nei decenni successivi appariranno essenziali alle comunità e ai singoli.

Papa Wojtyla si chiede dunque: qual è argomento principale della Rerum Novarum? L’enciclica di Leone XIII indicò essenzialmente le condizioni necessarie per superare il conflitto che opponeva il capitalismo, personalizzato dai padroni, al lavoro. Il sistema sfruttava in modo intollerabile sia le persone che i popoli, istigando la lotta di classe e promuovendo una mentalità puramente materialista.

In quel contesto Papa Pecci mostrò le basi della giustizia nella congiuntura economica e sociale: difesa della dignità del lavoratore e del lavoro, diritto al giusto salario, al riposo e all’associazionismo.

Nel delineare le condizioni del suo tempo (le “cose nuove” di oggi), Giovanni Paolo II rilegge criticamente il passato ripartendo dall’analisi del socialismo e individuando come suo «errore fondamentale» una distorsione «di carattere antropologico»Il marxismo in generale, in effetti, «considera il singolo uomo come un semplice elemento e una molecola dell’organismo sociale, così il bene dell’individuo era totalmente subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale».

L’uomo, nella società atea social-comunista, era reputato unicamente l’ingranaggio di un’organizzazione, quindi un oggetto. Questa visione, che coinvolse vari Paesi, provocò due guerre mondiali, la tragedia dell’Olocausto e del Gulag e la divisione dell’Europa in blocchi.

Nel 1989 crollarono, quasi improvvisamente, i sistemi fondati sul socialismo e sul marxismo e ciò avvenne, nella maggioranza dei casi, senza azioni violente. Tre furono i fattori decisivi: la violazione dei diritti dei lavoratori, l’inefficienza del sistema economico marxista e l’incontro tra la Chiesa e il Movimento Operaio cattolico, poiché «nella crisi del marxismo riemergono le forme spontanee della coscienza operaia, che esprimono una domanda di giustizia e di riconoscimento della dignità del lavoro, conforme alla Dottrina Sociale della Chiesa».

Dopo il 1989 il mondo dovette ridisegnare il suo futuro rispondendo ad alcune sfide: quella della pace, quella dei diritti dell’uomo e dei popoli, quella della cooperazione internazionale e quella della responsabilità della Comunità Internazionale e delle sue Organizzazioni.

Papa Wojtyla ammonisce che in quest’opera di ricostruzione non possono essere assenti la tensione morale e il contributo della coscienza: solo così la verità potrà trionfare.

Tra i temi analizzati nella Centesimus Annus troviamo anche quello, centrale ancora oggi, della proprietà e dell’universale destinazione dei beni.

La proprietà privata, afferma Giovanni Paolo II, «non è un diritto assoluto, ma porta inscritti nella sua natura di diritto umano i propri limiti». Di conseguenza, «l’uso dei beni, affidato alla libertà, è subordinata alla loro originaria destinazione comune di beni creati». E, per rafforzare il concetto, Giovanni Paolo II fa riferimento a san Tommaso d’Aquino: «Se ci si domanda quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa non esita a rispondere che a questo proposito l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, ma come comuni».

Trattando della proprietà, il Pontefice allarga quindi la visione alla proprietà della conoscenza, del sapere e della tecnica. Il lavoro, infatti, deve essere visto insieme come responsabilità e come dono: «Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto».

Anche l’ecologia integrale forma oggetto dell’enciclica. Spesso l’uomo dimentica infatti l’elemento ecologico, afferma il Papa, «egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà…; si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura». Ma, per Wojtyla, il discorso ecologico è molto più ampio, deve aprirsi anche all’ “ecologia umana” la cui «prima e fondamentale struttura è la famiglia santuario della vita». Da qui l’impegno nella difesa della vita contro l’aborto e la condanna delle inaccettabili campagne contro la natalità.

Se Leone XIII nella Rerum Novarum aveva anticipato l’attuale organizzazione dello Stato affermando che doveva basarsi sui tre poteri distinti del legislativo, esecutivo e giudiziario, Giovanni Paolo II riprende questa impostazione evidenziando che per la Chiesa, la democrazia fondata sul diritto naturale è garante delle libertà dell’individuo e del rispetto dei diritti fondamentali. Dal diritto alla vita a quello di costituire una famiglia; dal diritto a cercare la verità al diritto di poter esercitare un lavoro, anche se il Papa specifica che «la Chiesa rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale». Infine, una precisazione: «Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità e aderiscono con fermezza a essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile secondo i diversi equilibri politici». Ma se non esistesse nessuna verità ultima, «allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere».

L’uomo, in definitiva, rimane la “via della Chiesa”, come aveva già annunciato nella Redemptor Hominis (4 marzo 1979). La persona, con i suoi valori, deve essere al centro dei processi di sviluppo e, per questo, è fondamentale la categoria “teologica”, poiché unicamente la fede rivela la piena e autentica identità dell’uomo e la sua dignità inviolabile, oltre che fondare una visione morale obiettiva e coerente delle questioni sociali che si presentano nei diversi contesti storici. «Sono persuaso, infatti, – conclude il Papa – che le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione di una società degna dell’uomo».

 

*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blogwww.gianmariacomolli.it).


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