Pier Paolo Pasolini, il comunista fuori dal Pantheon


L’IDEA ODIERNA DI STAMPARE UN FRANCOBOLLO PER COMMEMORARE, SENZA ALCUN SENSO CRITICO, I CENTO ANNI DEL PCI NON È UNA ULTERIORE PROVA DI QUEL “SERVILISMO” DI CUI PARLAVA ORMAI QUASI CINQUANTA ANNI FA PASOLINI?

Di Andrea Rossi

So che in questo paese non nero ma solo orribilmente sporco c’è un altro paese: il paese rosso dei comunisti. In esso è ignota la corruzione, la volontà d’ignoranza, il servilismo”.

Questo l’incipit dell’ultimo appello elettorale di Pier Paolo Pasolini per invitare a votare il PCI nel giugno del 1975.

Pochi mesi dopo, l’intellettuale più importante della sinistra italiana del dopoguerra, moriva tragicamente in circostanze mai chiarite, a Lido di Ostia.

Già da questo scritto si intravede la differenza sostanziale fra la prosa di Pasolini, la bolsa retorica degli intellettuali “organici” al PCI, o le truci esternazioni di altri agit-prop, che firmavano manifesti per “armare le masse” salvo poi, anni dopo, confessare di essersi sbagliati.

In quell’ultimo appello, se si togliesse la visione disperatamente idealistica che lo scrittore aveva del comunismo, si osserverebbe una analisi perfetta di una società fatta di persone perbene, costretta a vivere in una nazione che non era fascista allora come non lo è oggi, ma che era ed è malata di corruzione, di “volontà di ignoranza” (quanta profezia in questa osservazione!) e di servilismo, ovunque diffuso a piene mani.

E l’idea odierna di stampare un francobollo per commemorare, senza alcun senso critico, i cento anni del PCI non è una ulteriore prova di quel “servilismo” di cui parlava ormai quasi cinquanta anni fa Pasolini?

Eppure il poeta nato a Bologna nel 1922, cresciuto fra il Friuli e L’Emilia, iscritto ai GUF (gruppi universitari fascisti) del capoluogo felsineo e assiduo collaboratore delle riviste letterarie bolognesi che facevano “fronda” al regime mussoliniano, si scoprì marxista e comunista prima ancora della guerra partigiana. E fu comunista, di una fede tutt’altro che compatibile con quella ufficiale del PCI, animata da una compassione umanissima e da un sincero amore per gli affamati di giustizia, gli umili, i deboli, gli sfruttati di ogni condizione.

Nel maggio del 1945 esultava per la liberazione dal nazismo e dal fascismo, salvo poi scoprire che l’amato fratello Guido, partigiano cattolico, era stato ammazzato tre mesi prima da altri partigiani, comunisti filoslavi, assieme ai vertici della brigata Osoppo, nella strage delle malghe di Porzus, in cui cadde anche Francesco de Gregori, omonimo e zio del famoso cantautore romano. La divisione intima fra comunismo e PCI straziò Pasolini per tutta la vita. Fu cacciato dal partito nel 1948 a causa del suo orientamento omosessuale.

Nonostante questo, ostinatamente, appoggiò per tutta la vita il partito comunista ufficiale, quello di fede sovietica, che nel 1960 mandava questa direttiva alle proprie sezioni: “Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro”. In realtà Pasolini, lo vedremo prossimamente, voleva “salvare” la sua idea di PCI dalla deriva che lo avrebbe portato a sposare le istanze della sinistra “al caviale”; e già intravedeva quella che sarebbe stata la sinistra di oggi: un movimento laicista e radicale, disvaloriale,  zeppo di sermoni sui “diritti civili” ma in fin dei conti alfiere di un consumismo sterile e disumano; queste le sue parole, sempre nell’anno della sua morte:  “al potere non interessa una coppia creatrice di prole, ma una coppia consumatrice: in pectore, esso ha già l’idea della legalizzazione dell’aborto, come aveva già l’idea della ratificazione del divorzio”.

Il PCI in prospettiva diventava insomma anch’esso uno strumento del potere. L’opposto di quello che Pasolini avrebbe mai voluto vedere.

 


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