Governo Draghi e “pragmatismo”. Ma è vero pragmatismo?


UN REALISTA CLASSICO NON AMMETTEREBBE LA LICEITÀ DEI “GIOCHI POLITICI”, REPUTANDOLI QUANTO DI PIÙ SCIOCCO, TRIVIALE E CONTROPRODUCENTE VI SIA

Di Domenico de’ Maschi

Parliamo di pragmatismo. Una visione filosofica dell’esistente (quella che in tedesco è comunemente definita Weltanschauung) suppone una convinzione che è alla base della coerenza, senza la quale i proclami altro non sono che voci di un idiota, vento e suono che nulla dinota (Macbetto, Atto IV sc. 6).

Tutte le filosofie, anche quelle che vantano di essere relativiste nel contenuto, nella forma sono accomunate dall’ambizione alla piena coerenza, declinata in due modi: una coerenza rivolta all’interno, riassumibile nel Principio di non-contraddizione, e una coerenza rivolta all’esterno, che impone a coloro che adottano una teoria di non mutarla all’occasione per un’altra. Mancare tacitamente o esplicitamente a questa seconda esigenza non può essere fatto passare per pragmatismo – ovvero, nessuno ammetterebbe come lecita una simile posizione.

Ciò vale anche per chi, sottostimando le conseguenze che una pur breve espansione latifondiaria del concetto di “eccezione” può recare a lungo termine sulla stabilità di un governo, chiama in campo la prassi come il proverbiale ed implacabile cavallo degli scacchi, pronto a creare confusione e scompiglio anziché consolidare le linee.

“Prima agire e poi speculare” è – si lasci dire – un motto epimeteico (da Epimeteo, “colui che pensa dopo”): buona fortuna a chi lo adotta, affinché più la dea bendata giovi alla sua corta vista di quanto egli non consenta alla Prudenza.

Spetta a ciascuno – in ispecie a coloro che per Grazia di Dio sono chiamati a governare la cosa pubblica – decidere quale definizione di realismo intendono adottare: quella classica o quella machiavelliana; poiché, ben s’intende, una volta consolidata la propria opzione non è più lecito il
gioco del piede che calza due scarpe o, fuor di metafora, sarebbe scorretto perseverare nell’ambiguità del termine.

Un realista classico non ammetterebbe la liceità dei “giochi politici”, reputandoli quanto di più sciocco, triviale e controproducente vi sia. La schietta politologia (che nelle nostre democrazie liberali – ma lo sono ancora? – si declina nel concetto ancor più circoscritto di “partitica”) è invece non una parte, ma il tutto osservabile da parte di chi adotti la definizione di realismo introdotta da Machiavelli, che scambia il dato effettivo (la effettività) con il reale tout court, la realtà in senso pieno. Per il realismo classico l’essere è considerato in rapporto alla pienezza della propria essenza, sia nei confronti degli enti fisici, sia di quelli puramente intellettuali.

Il punto nodale del realismo politico è che l’essenza di questi enti deve essere rispettata, in quanto trascende la volontà del singolo non meno che le contingenze del momento storico. Si accede così a una prospettiva autenticamente etica e morale, che privilegia lo sguardo teoretico ai risultati brutalmente perseguibili con la prassi, che valuta insomma non il risultato immediatamente tangibile, ma il bonum a cui tendere con onestà e ponderatezza decisionale, sicuri che la storia ha sempre conferito la palma ai perseveranti.

Siffatto non è il caso – lo ripeto – di chi in questa delicata fase di transizione nasconde nervosamente gli elementi di divergenza e contrasto rispetto ad altre visioni del mondo dietro il paravento del pragmatismo, per volgere a proprio favore il futuro politico immediatamente prossimo. Non è nemmeno un’operazione riguardosa del corretto significato storico e filosofico di “pragmatismo”, corrente di pensiero eminentemente statunitense sviluppatasi nel XIX secolo.

Il pragmatismo, come il nome stesso insegna, assegna il primato etico alla sfera umana dell’agere (preferisco usare il verbo latino, poiché suppone un agire concreto, escludendo le accezioni fumose del termine); predilige l’agire non solo rispetto all’astrattezza della speculazione, ma persino sui risultati dell’agito. Per un pragmatista il “fare” stesso è bene, in quanto vivifica le relazioni ed è necessario per confermare o smentire le teorie in ipotesi.

Un metodo di validazione scientifica certo interessante, ma poco adatto agli usi disparati e creativi del linguaggio neo-mediatico, il quale non di rado torce i vocaboli più spiccati fino a renderli irriconoscibili da loro stessi (un caso analogo si osserva per la parola “pandemia”). Nulla ci azzecca il pragmatismo con la scelta di opportunità, con la “navigazione a vista” che molti scoprono invero comoda per superare i mesi di incertezza.

Come conciliare quindi posizioni e tesi altrimenti rigorose, specchiate, adamantine, o semplicemente ideologiche, con la scontentante “pausa” pragmatista della palude di mezzo, senza che venga il sospetto di un briciolo di ipocrisia? Sulle labbra dei difensori del pensiero puro risuonano così sovente inni alla verità, che si resta basiti di fronte all’adozione di un sì dissimile metro fra situazioni diverse.

Si torni quindi al punto da cui avevamo preso le mosse: la coerenza. È davvero legittimo, dimessa la maschera (non la mascherina) dell’intransigenza, invocare il prudente compromesso, le alleanze strategiche, le lodi di facciata? Ora, ammettiamo che sia vantaggioso scendere dal monte delle sterili opposizioni di partito per congiungersi idealmente alle opposte visioni e secondare una lotta comune – anche solo per breve tempo – quanto si è disposti a tributare, per amor di credibilità, dei propri genuini valori considerato che – non ci si inganni su questo – ogni giusta lotta provvisoriamente abbandonata può considerarsi definitivamente perduta?

Facilis descensus averno (…) sed revocare gradum superasque evadere ad auras, hoc opus, hic labor est. 


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