La tentazione, prova per la libertà del cristiano


IL FUOCO METTE ALLA PROVA IL FERRO, LA TENTAZIONE METTE ALLA PROVA IL GIUSTO

Di Mariastella Vanella

Il peccatore non sente la vera forza della tentazione, perché in genere si arrende ad essa senza fare resistenza. L’impuro non soffre quand’è tentato, perché, non avendo sensibilità spirituale, non avverte sofferenza davanti alle seduzioni del male. Chi è in cammino verso la santità, verso la comunione con Dio, invece, acquisisce una nuova coscienza del male, una nuova sensibilità che permette di riconoscerlo non appena esso si proponga. La sensibilità alle tentazioni è la prova evidente della nuova vita. È una testimonianza indiscutibile, inoppugnabile, incontrovertibile della nuova purezza, della nuova forza che è in azione per far nuova una persona.

La tentazione si presenta in varie forme che, spesso, ci spingono a giustificarci o scusarci: “il diavolo me lo ha fatto fare”. Il desiderio di qualcosa che ci attira, ad esempio, anche se sappiamo essere cosa cattiva, sbagliata, sgradita a Dio. Nessuno di noi è tentato su qualcosa che non gli piace o non vuole.

Dare la colpa al Diavolo è un modo per giustificare il cadere in tentazione, per la mancanza di autocontrollo.

Sebbene sia vero che il “nemico” si aggiri per la Terra “cercando chi divorare”, è altrettanto vero che un discepolo di Cristo ha la forza donatagli da Dio per non farsi sbranare. Non sono rare le volte in cui Satana cerchi di metterci alla prova, di farci sprofondare nel male, nella sciagura e allontanandoci da Dio, in una parola: tradirLo! Come cristiani, dobbiamo imparare a riconoscere la falsità di Satana. Se ci manca la verità, la sincerità con noi stessi, ci manca anche il discernimento. Siamo assaliti da tanti dubbi sulle nostre capacità, sorgono alla mente pensieri di scoraggiamento, spinti a rinunciare a portare a compimento un’opera.  Le tentazioni sono il segno di un limite.

Quando ci troviamo davanti ad una tentazione, andiamo in confusione e non sapendo come gestirle adeguatamente mentre, la prima cosa da fare è presentarci dinanzi a Dio, per cercare la Sua volontà: pregare per avere il Suo aiuto. Proprio come fece Giobbe, quando fu tentato da Satana: la prima cosa che fece fu quella di mettersi a pregare, a cercare Dio. Attraverso la preghiera, capì la volontà di Dio, realizzò che tutto ciò che gli era accaduto era stato concesso da Colui, che “aveva dato e aveva tolto”.

Il “nemico” è attivo, è astuto, è scaltro, è calcolatore, cerca ogni occasione per disgregare le fondamenta della Chiesa, colpisce quando possibile per indebolire e distruggere… Dio ha dato libertà di scelta. Il nostro cammino morale e spirituale dipende dall’uso che facciamo della libertà.

La maggior parte dei cristiani non vorrebbe saltare a piè pari nel peccato, tuttavia, si mette in situazioni sbagliate o si riempie la mente con tutto ciò che conduce al peccato. Il cristiano sembrerebbe programmato per fare le cose in base alla volontà di Dio che, ovviamente, è il meglio, ma allo stesso tempo possiede un desiderio e una fragilità che lo rendono incline ad essere tentato. Distinguere tra tentazione e peccato è molto importante. La tentazione non è peccato, precede il peccato che è l’acconsentire alla tentazione. Ogni peccato è preceduto da una tentazione, ma non ogni tentazione sfocia in un peccato. Ho sentito, in un’omelia, un sacerdote citare s. Filippo Neri che diceva come «davanti alla tentazione, vince chi scappa», di fronte al pericolo, di fronte alla tentazione, chi è forte scappa, chi è debole resta e cade. Con Satana non si contratta, non si discute, non gli si dà possibilità di confronto, non si interloquisce: è un essere troppo intelligente, non riusciremmo a tenergli testa. Prima ancora di chiederci come si possano affrontare e combattere le tentazioni, è bene cercare proprio di evitarle, scappando, appunto, fuggendo.

Noi crediamo di essere forti e capaci di fronteggiarle da soli, ma non è così. Per questo, ogni tanto il Signore ci fa “sbattere il muso”, lasciandoci “liberi” di sbagliare e sperimentare la nostra miseria, ciò nonostante, come fece con Pietro sul lago in tempesta: non ci lascia soli nella tentazione, non ci abbandona a noi stessi – proprio come gli chiediamo alla fine del Padre Nostro– ma viene in nostro aiuto e ci salva.

Il vero cristiano, adulto nella fede, non dovrebbe mai meravigliarsi della tentazione che, invece, può diventare un ottimo mezzo per crescere nell’umiltà, facendoci riconoscere ciò che veramente siamo: creature e non creatore, imperfetti e non perfetti. Il vero problema, allora, non è essere tentati, ma cedere alla tentazione. Di questo bisogna aver paura perché cedere alla tentazione equivale a cadere in peccato, cioè a perdere il bene più prezioso che abbiamo: lo stato di Grazia.

Purtroppo, l’esperienza della nostra estrema fragilità e debolezza ci dice che cedere alla tentazione è molto facile, anzi è la cosa più comune che ci possa capitare, per questo Gesù ci invita a premunirci contro questo gravissimo rischio e lottare con tutti i mezzi possibili. In particolare, Gesù comanda di vegliare e pregare per non cadere in tentazione. Questo significa che ci sono dei momenti in cui solo la preghiera e la vigilanza possono salvarci dal cadere. Purtroppo, molti uomini e anche molti cristiani, pieni di sé e di orgoglio, certi della propria forza e della propria coerenza alle scelte fatte, non vogliono capirlo, come non l’hanno capito neppure i Dodici Apostoli che si sono addormentati invece di pregare. E così, anche soltanto per superficialità o presunzione, si continua a cedere alla tentazione senza opporvi la minima resistenza. Quindi, dando ragione a S. Filippo Neri, non sempre fuggire è da codardi, non è dimostrazione di vigliaccheria o di non assunzione delle proprie responsabilità. Diventa dimostrazione di coraggio il riconoscersi fragili e deboli davanti a situazioni che costituiscono, per un figlio di Dio, un vero e proprio invito a peccare.

E sarà proprio attraverso la fuga che si dimostrerà il coraggio nel distinguersi dagli altri e la propria responsabilità nel desiderare di non offendere suo Padre col peccato.

 


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